venerdì 20 novembre 2015

Le religioni sono sistemi di guarigione per i mali della psiche

Perché ho trovato troppo spesso storpiata intenzionatamente questa citazione di Jung, e messa in una chiave molto sempliciotta e banale:

"Freud ha completamente trascurato il fatto che l'uomo non ha potuto ancora cavarsela da solo con le potenze degli Inferi, cioè dell'inconscio, e che ha dovuto sempre ricorrere all'aiuto spirituale fornitogli dalla sua religione particolare. La scoperta dell'inconscio comporta l'esplosione di un grande dolore spirituale, è come se una fiorente civiltà fosse abbandonata all'irrompere di orde barbariche o se la rottura delle dighe esponesse una fertile pianura alla furia di un torrente tumultuoso. La guerra mondiale fu una simile irruzione che, come null'altro potrebbe fare, mostra quanto sia sottile  il muro che divide un mondo ordinato dal caos eternamente in agguato.
Ma cosi avviene in ogni individuo: dietro il suo mondo razionalmente ordinato, una natura oltraggiata dalla ragione attende, assettata di vendetta, la caduta del muro divisorio, per traboccare, devastandola nella vita cosciente.. Fin dai tempi originari e più primitivi l'uomo è consapevole di questo pericolo, del pericolo che corre la psiche; e con le pratiche magico religiose si è protetto  da quella minaccia o ha guarito i mali psichici che lo hanno colpito. Perciò lo stregone è sempre anche sacerdote, guaritore del corpo e dell'anima, e LE RELIGIONI SONO GUARIGGIONI PER I MALI DELLA PSICHE. Questo vale in particolare per le due più grandi religioni dell'umanità, il cristianesimo e il buddhismo. L'uomo sofferente non trova mai aiuto nelle proprie elucubrazioni, ma soltanto nella verità sovrumana, rivelata, che lo solleva dalla sua dolorosa condizione" (Jung-Psicotrerapia e cura d'anima)

 

lunedì 28 settembre 2015

Fiabe delle fate, Contessa de Ségur (lavoro in corso)




Orsetto



I. Il rospo e l’usignolo

C’era una volta, vicino al bosco una graziosa masseria chiamata Masseria del Bosco..
La bella massaia si chiamava Agnella e viveva sola nella sua fattoria insieme alla giovane Malvarosa che la aiutava nei lavori di casa. Mai nessuno veniva a trovarle e neanche loro andavano via di casa se non al mercato.
La masseria era piccolina, carina e pulita. Vi era anche una bella mucca bianca che dava latte in abbondanza, un gatto che mangiava i topi, e un asino. L’asino portava ogni martedì al mercato del paesino vicino la verdura, la frutta, il burro, le uova, i formaggi che Agnella vendeva per poter vivere.
Nessuno poteva dire quando Agnella e Malvarosa erano arrivate a questa masseria fino allora sconosciuta.
Una sera Malvarosa mungeva la mucca mentre Agnella preparava la cena. Quando sta per mettere sul tavolo la pentola fummante con una buona zuppa di verza e un vasetto di panna acida vide un grosso rospo che divorava con avidità delle ciliegie che si trovavano su una grande foglia di vite messa per terra.
“Rospo schifoso!” gridò Agnella “ Te la faccio io vedere a venire qui a mangiare le mie belle ciliege!”
Nello stesso tempo alzo la foglia di vite sulla quale stavano le ciliegie , diede un calcio al rospo facendolo rotolare dieci metri. Stava per buttarlo fuori quando il rospo emise un fischio acuto, si alzo sui suoi piedi posteriori con gli occhi in fiamme , la bocca aperta fremeva dalla rabbia, tutto il suo corpo fremeva e dalla sua gola si sentì un gracidio orribile .
Agnella si fermò spaventata, fecce un passo indietro per evitare il veleno di questa bestia mostruosa e agitata. Cercava nei dintorni una scopa per buttarlo fuori ma il rospo avanzo verso di lei un passo con atteggiamento minaccioso e disse con voce rauca fremente di rabbia:
“Hai osato darmi un calcio, mi hai impedito di mangiare le tue ciliege, e volevi cacciarmi dalla tua casa. La mia vendetta ti raggiungerà in ciò che hai più caro. Allora capirai che non si può oltraggiare impunemente la fata Rabbiosa! Partorirai un figlio coperto con pelliccia d’orso e …”
“Fermati sorella!” si sentì dall’alto una voce dolce e melodiosa. Agnella alzò la testa e vide un usignolo seduto sopra la porta d’entrata. “Ti vendichi in maniera troppo crudele di un oltraggio dovuto non a te in quanto fata ma all’aspetto brutto e sporco che da sola hai scelto. In quanto io possiedo un potere superiore al tuo ti impedisco di aggravare i danni che hai già combinato anche se non sta in mio potere di cancellarli. Tu, povera madre” disse rivolgendosi ad Agnella “non disperare, ci sarà un rimedio alla difformità del tuo figlio. Io gli dono la possibilità di cambiare la pelle con la persona che, portata da sincera riconoscenza avrà la magnanimità di accettare questo cambio. Lui ritornerà allora cosi bello come fosse stato se la mia sorella Rabbiosa non avesse dimostrato il suo brutto carattere.
“Oh Signora Usignolo, La ringrazio per la sua bontà, ma questa non impedirà al mio povero figlio di essere orrendo e simile a una bestia”

“Questo è vero” disse la fata Giocosa “ anche perché né a te né a Malvarosa è permesso di cambiare pelle con lui. Ma io non vi abbandonerò e non abbandonerò neanche il vostro figlio! Lo chiamerete Orsetto fino al giorno in cui potrà riprendere il suo vero nome degno della sua nascita e della sua bellezza: Il Principe Meraviglioso”
Dicendo queste parole la fata scomparve, volando via.
La fata Rabbiosa si ritirò piena di veleno, col passo pesante volgendosi indietro ad ogni passo per guardare Agnella con un’aria irritata. Spruzzava veleno su tuto il suo tragitto cosi che fece seccare l’erba, le piante e gli arbusti che si trovavano sulla sua strada. Il suo veleno era cosi potente che là l’erba non crebbe giammai e ancor oggi si chiama il sentiero della fata Rabbiosa.
Una volta rimasta sola Agnella scoppio in un pianto con singhiozzi. Malvarosa che aveva finito il suo lavoro e finché s’ avvicinava l’ora della cena entrò in casa e scopri sgomenta che la padrona piangeva,
“Mia cara regina, cos’è successo? Chi mai ti ha fatto soffrire? Non ho visto nessuno entrare in casa”
“Nessuno mia cara figliuola, è entrato solo chi può entrare dovunque: una fata malvagia con le sembianze di rospo, e una fata buona sotto le sembianze di un usignolo”
“E che cosa ha detto questa fata che L’ha fatta piangere? La fata buona non ha impedito a quella malvagia di farLe del male?”
“Non figliuola, ha attenuato un po’ la maledizione ma non ha potuto cancellarla”
Agnella raccontò a Malvarosa per filo e per segno tutto ciò che era successo e le disse che partorirà un figlio coperto di pelliccia d’orso.
Sentendo tutto questo Malvarosa pianse insieme alla sua padrona:
“Che disgrazia!” esclamò ella “Che vergogna per l’erede di un cosi bel regno che sia orso! Cosa dirà il vostro marito, re Feroce se giammai ci ritroverà?”
“Ma come potrebbe ritrovarci Malvarosa? Tu sai che dopo la nostra fuga ci sollevò in aria un turbine che ci fece girare per dodici ore, buttandoci da una nuvola all’altra con grande velocità, quindi dobbiamo essere a più di tremila miglia dal regno di Feroce. Infatti tu conosci quanto sia vendicativo e quanto mi odia dopo che gli avevo impedito di uccidere il suo fratello Indolente e la sua cognata Nonchalance. Sai bene che siamo fuggite solo perché egli voleva uccidere pure me però io non temo che ci possa ritrovare.
Malvarosa, dopo che pianse per un po’ con la sua regina Amada (questo era il suo vero nome), la invitò a mettersi alla tavola.
“Anche se piangessimo tutta la notte tanto non possiamo impedire ormai che il Suo figlio nasca coperto di pelliccia; ma ci impegneremo di tirarlo su cosi bene che grazie alla sua bontà troverà presto una buonanima disponibile di cambiare sembianze con lui, cosi tornerà alla sua vera pelle bianca e non vivrà a lungo con la pelliccia d’orso che gli ha dato la fata Rabbiosa. Bel regalo posso dire! Sarebbe stato meglio se l’avesse tenuto per sé!
La regina, che noi continueremo di chiamare Agnella per non svegliare il sospetto di re Feroce, si alzò lentamente, si asciugò le lacrime e provò a vincere la sua tristezza.; pian pianino la fiducia e l’ottimismo di Malvarosa acquetarono la tensione. Prima che finisse la serata, Malvarosa aveva già convinto Agnella che Orsetto non resterà per lungo tempo con le sembianze d’orso, che ritornerà presto alle sembianze principesche: che, se la fata accettasse, anche lei sarebbe disponibile di fare il cambio.
Agnella e Malvarosa andarono tranquille a dormire.


II. La nascita e l’infanzia di Orsetto

Tre mesi dopo la comparsa del rospo e del sinistro malaugurio della fata Rabbiosa , Agnella diede alla luce un maschietto. Gli diede il nome Orsetto seguendo gli ordini della fata Giocosa. Né lei , né Malvarosa potevano dire se il bimbo è bello o brutto in quanto tutto il suo copro era coperto da una folta pelliccia bruna e gli si vedevano solo gli occhi e la bocca, anche quelli si vedevano solo quando li apriva. Se Agnella non fosse stata la sua madre, e se Malvarosa non avesse amato Agnella come una sorella, povero Orsetto sarebbe morto di fame perché era cosi inquietante che nessuna persona l’avrebbe mai toccato; l’avrebbero preso per un piccolo orso e l’avrebbero cacciato via con la forca. Ma Agnella era la sua madre e il primo gesto che fece fu di abbracciarlo tra le lacrime.
“Povero Orsetto! Chi mai potrà amarti cosi tanto da liberarti da questa orribile pelliccia. Uffa! Perché non posso fare io il cambio che la fata buona aveva permesso a chi t’amerà? Nessuno riuscirà ad amarti come me!”
Orsetto non rispose, perché dormiva.
Malvarosa pianse pure lei tanto per tenere compagnia ad Agnella ma non aveva l’abitudine di affliggersi lungamente quindi si asciugò le lacrime e disse:
“Cara mia regina, sono talmente convinta che il vostro figlio non terrà per lungo tempo questa brutta pelliccia d’orso che io lo chiamerò già da oggi il principe Meraviglioso.”
“Fermati figlia mia” replicò decisa la regina “Alle fate piace essere obbedite”
Malvarosa prese il bimbo, lo avvolse nelle fasce che avevano preparato, e si abbasso per baciarlo ma si punse le labbra con i peli irsuti di Orsetto.
“Non ti bacerò troppo spesso figlio mio” sussurrò a bassa voce “Pungi come un riccio”
Il bimbo fu affidato a Malvarosa . Di orso aveva solo la pelliccia: oltre ciò era il bambino più dolce, saggio, affettuoso che avevano mai conosciuto. Quindi anche Malvarosa lo amava teneramente.
In misura in cui Orsetto cresceva gli permettevano di allontanarsi dalla fattoria; non correva alcun pericolo perché nel paese lo conoscevano: i bambini scappavano via da lui, le donne ne avevano schifo, gli uomini lo evitavano, lo consideravano un essere maledetto. Qualche volta quando Agnella andava al mercato, lo metteva in groppa all’asinello e lo portava con se. In quei giorni faceva più fatica a vendere la frutta e i formaggi; le madri scappavano via per paura che l’orsetto non le avvicini. Agnella piangeva spesso, chiamando invano la fata Giocosa; la speranza rinasceva nel suo cuore ogni volta che vedeva un usignolo volteggiarle vicino, ma quel’ usignolo era solamente un’ usignolo (da mangiare) e non una fata.



III.               Violetta
Orsetto aveva compiuto otto anni, egli era altro, grande e forte, aveva dei begli occhi, una voce dolce, la su pelliccia non pungeva più quando era baciato, come aveva punto Malvarosa appena nato, oramai era come toccare  un velluto . Amava con tenerezza la mamma e  Malvarosa. Si rendeva conto che è sgradevole, vedeva che nessuno si avvicina a lui come di altri bambini. Non di rado era troste e solitario.

Un bel giorno Orsetto si faceva una passeggiata nel bel bosco vicino alla masseria. Aveva già camminato tanto, era stordito dal caldo del suole cocente e cercò un posto ombroso e fresco per riposare quando osservò a una decina di passi di lui qualcosa di bianco. Si avvicinò delicatamente/con prudenza e vide che era una piccola bimba che dormiva. Sembrava di non avere più di tre anni, era bella come un angelo. I suoi boccoli biondi coprivano in parte il suo collo fine bianco. Sulle sue guance rose e rotonde si vedevano due fossette  giacché sorrideva dolcemente in sonno con le labbra leggermente schiuse che lasciavano vedere dentini come le perline. La sua dolce testolina poggiava su un bracino e una manina altrettanto teneri. L'intera immagine era talmente incantevole che Orsetto restò con la bocca aperta/ immobile per l'ammirazione/ non riuscì a smettere di ammirarla/guardarla. La guardava e si chiedeva come mai quella bimba dorme cosi tranquilla nella foresta come se fosse accasa nel suo proprio lettino.  Il vestito di lei era cosi bello e raffinato come Orsetto non aveva mai visto in vita sua. Era un vestitino tutta di seta bianca ricamata con filo d'oro. Le scarpette ..? le calzine erano ugualmente fatte di un velo di seta finissimo. Portava poi dei braccialetti d'oro finissimi che si chiudevano con un medaglino in forma di cuore, che sembrava velare un ritratto. Al collo portava un collier di perle. Un usignolo si mise a cantare sopra la sua testa e la sveglio. La bimba aprì gli occhi, si guardò intorno, chiamò la sua tata poi capendo che si trova sola nella foresta si mise a piangere.
Orsetto si sentì molto imbarazzato dalle sue lacrime.
"Se mi vede, povera bimba potrebbe pensare che sono un'animale selvatico, potrebbe scappare via e smarrirsi. Ma se la lascio qua morirà di inedia e di paura. Mentre meditava lui cosi la bimba lo vide, lanciò un grido di paura volle scappare via ma inciampò e cadde inorridita.
"Non scappare di me piccolina, disse Orsetto con la sua voce calda, triste e carezzevole. Io non ti farò nulla di male, proprio al contrario, potrei aiutarti a ritrovare i tuoi genitori. La bimba lo guardava con degli occhi grandi e spaventati, impietrita di paura.
"Raccontami cara cosa ti è successo. Non aver paura di me. Non sono io un mostro/orso, sono solo un ragazzo sfortunato da chi scappano via tutti"
La paura dagli occhi della bimba sembrava affievolirsi, era più tranquilla ma era ancora indecisa se fidarsi o non.
Orsetto fece un passo verso di lei, allora purtroppo la paura di lei prese il sopravento, lanciò un grido acuto e cercava di scappare via.
Orsetto si fermò e si mise a piangere pure lui.
"Ma quanto sono io disgraziato!" esclamò "non riesco nemmeno di venire in soccorso di questo povero bimbo smarrito abbandonato. Il mio aspetto la riempie di terrore, e preferisce piuttosto l'abbandono  che la mia presenza!"disse e si gettò a terra piangendo con i singhiozzi.
Ben presto senti come una piccola manina cerca la sua mano. Alzò lo sguardo e vide il bambino dinanzi a se con gli occhi pieni di lacrime. Lei carezzò le guance vellutate del povero Orsetto.
"Orsetto non piangere, non piangere più! Violetta non ha più paura. Violetta vuol bene a povero Orsetto. Orsetto prende la mano di Violetta. Se povero Orsetto piange Violetta bacia povero Orsetto.
Le lacrime di disperazione di Orsetto si trasformarono in lacrime di gioia e tenerezza. Violetta quando lo vide lacrimare ancora, si avvicinò le dolci labbra alle guance vellutate di Orsetto e lo baciò e tra i baci disse:
"Vedi Orsetto, Violetta non  ha paura; Violetta bacia Orsetto. Orsetto non mangia Violetta. Violetta viene con Orsetto"
Orsetto avrebbe voluto stringere fra le braccia quella tenera e dolce creatura (bambina) che confisse la sua propria paura per venirgli incontro e voleva dargli tanti baci ma temeva che potrebbe spaventarlo. "Potrebbe pensare che voglio divorarla!" Si accontentò quindi di stringergli la mano e baciarla delicatamente. Violetta lo lasciò fare sorridendo.
"Il piccolo orso è felice/contento? Il piccolo orso vuol bene a Violetta? Povera Violetta! Perduta!"
Orsetto aveva capito che la bimba si chiama Violetta, ma non capiva bene come mai una bimba vestita cosi bene si trovi sola soletta nella foresta.
"Dov'è la tua casa/dove abiti cara Violetta?"
"Là-giù, là-giù, da mamma e da papà"
"Come si chiama il tuo papà?"
"Papà si chiama re e mamma si chiama regina"
Orsetto sempre più sgomento chiese:
"Come mai ti trovi sola soletta nella foresta?"
"Violetta non lo sa! Violetta è salita su l cane grosso. Cane grosso corri per lungo tempo veloce, Violetta stanca, caduta, addormentata.
"E il cane ora dov'è?"
Violetta si girò in tutte le direzioni chiamando "Ami! Ami!" ma alcun cane gli rispose.
"Il cane è andato. Violetta sola soletta"
Orsetto prese la mano di Violetta. Ella gli sorrise.
"Vuoi cara Violetta ch'io vada a cercare la tua mamma?"
"Violetta non restare sola nella foresta. Violetta andare col piccolo orso"
"Allora vieni con me cara piccolina, ti porterò alla mia mamma nella nostra casa"
Violetta e Orsetto partirono per la fattoria. Sulla strada Orsetto coglieva fragoline di bosco e ciliegie per Violetta, che lei invece voleva condividerle con Orsetto. Gli portava con le sue manine le fragoline e le ciliegie in bocca (di lui) dicendo: "Mangia, mangia piccolo  orso. Violetta non mangia se Orsetto non mangia. Violetta non vuole che Orsetto sia triste, non  far piangere Orsetto." E Lo misurava con attenzione per vedere se era triste o felice.
Era proprio contento Orsetto ora che la sua piccola compagna non solo che non aveva paura di lui ma cercava anche di piacergli. Nei suoi occhi scintillava la vera felicità. La sua voce, sempre cosi carezzevole prese una nota ancora di tenerezza in più. Dopo un mezz'ora di cammino chiese:
"Quindi Violetta non ha più paura di Orsetto?" A mo' di risposta Violetta si buttò fra le sue braccia e lui la abbracciò teneramente "Cara Violetta, ti amerò per sempre. Non dimenticherò mai che sei stato l'unico bambino che non hai esitato  di parlarmi, di toccarmi, di abbracciarmi.
Poco dopo giunsero alla masseria. Agnella e Malvarosa stavano sedute alla porta e discutevano. Furono talmente sorprese alla vista di Orsetto che portava per la mano una bella bimba vestita in maniera principesca che nessuna di loro riuscì a proferire parola.
"Cara mammina" disse Orsetto "Guarda, ho trovato questa bimba dolce e affascinante addormentata  nella foresta. Ella si chiama Violetta. Vi rassicuro che è talmente gentile/dolce/buona che non ha avuto paura di me, anzi mi ha perfino baciato quando mi ha visto piangere" "Ma perché mai piangevi caro mio figlio?" chiese Agnella
"Perché la piccola bimba aveva paura di me" rispose Orsetto con voce triste e tremante/soffocata
"Ma ora" disse la piccina "Violetta non ha più paura, Violetta prende la mano di Orsetto e gli da fragoline da mangiare.
"Non capisco niente" disse Malvarosa "Orsetto spiegami chi è questa bambina che la porti qua? Perché mai è sola?"
"Non so nemmeno io più di voi" rispose Orsetto "Ho visto questa povera piccina tutta sola dormendo nella foresta. Si è svegliata, ha pianto, mi ha visto, si è spaventata. Gli ho parlato, volevo avvicinarmi, allora urlava più forte, mi dispiacque tanto di non poter nemmeno aiutarla, cosi ho pianto per dolore"
"Non dirlo Orsetto, non dirlo" disse Violetta premendo la sua manina sulla bocca di Orsetto. "Non ti farò piangere mai e poi mai più" e mentre parlava la sua voce divenne tremante e gli occhi gli si riempirono di lacrime.
"Cara bimba" disse Agnella abbracciandola "Tu vorrai bene al mio Orsetto che è cosi sfortunato?"
"Oh, si, Violetta amare tanto Orsetto, Violetta per sempre con Orsetto.
Agnella e Malvarosa fecero un sacco di domande alla piccina. Chiesero dei suoi genitori, del suo villaggio ma non riuscirono a sapere più di quanto Orsetto sapeva già. Il padre della bimba si chiamava re, la madre regina e lei non sapeva spiegare bene come che si trovava da sola nella foresta.
Agnella prese senza pensarci troppo sotto la sua protezione questa povera bimba smarrita; le voleva bene già per il semplice fatto che la piccola sembrava era cosi affezionata a Orsetto e per la felicità che provava Orsetto ora che era ben voluto anche da un'altra persona che non fosse la sua madre o Malvarosa.
Era l'ora della cena e Malvarosa apparecchiava la tavola. Violetta chiese di potersi sedere alla tavola vicino ad Orsetto, era gioviale, chiacchierava e rideva. Orsetto non è stato mai cosi felice. Agnella era contenta. Malvarosa saltava di gioia vedendo che il suo caro Orsetto ha una compagna di gioco. Nella sua gioia per errore fecce cadere un barattolo di panna. Ma venne un gatto che aspettava il suo poasto venne e lecco la panna fino alla ultima goccia.
Dopo la cena Violetta s'addormento sulla sua sedia.
"Non abbiamo un lettino per lei" disse Agnella "Dove possiamo metterla a dormire?"
"Cara mamina, mettetela per favore nel mio letto" disse Orsetto "Io dormirò cosi bene anche nella stalla"
Agnella e Malvarosa non vollero sentir nemmeno, ma Orsetto insistete cosi tanto di poter fare questo piccolo sacrificio che alla fine gli concessero. Quindi Malvarosa portò la piccola Violetta nel letto di Orsetto vicino al letto di Agnella, la svestì curando di non svegliarla e la mise a dormire. Orsetto si coricò nella stalla sul fieno, e crollo in un dolce e contento sonno.
Quando Malvarosa tornò nella sala trovò Agnella preoccupata e pensierosa.
"Che pensieri vi appesantiscono cara mia regina?" chiese Malvarosa "I vostri occhi sono mesti, le vostre labbra non sorridono più! E io che sono venuta a farvi vedere il braccialetto della piccina. C'è un medaglione che dovrebbe aprirsi ma io non ci riesco. Magari troviamo dentro una foto o un nome"
"Dami cara qua sto bel braccialetto.  Forse mi aiuterà a trovare qualche somiglianza visto che i miei ricordi sono vaghi/confusi, invano mi sforzo a vederceli più distintamente"
Agnella prese il medaglione, la girò da tutte le parti ma non fu più brava di Malvarosa, non riuscì ad aprirla. Rinunciò e ridiede il braccialetto a Malvarosa. In quell'istante nel bel mezzo della stanza apparve una donna che splendeva come un sole. Il suo viso era di un bianco candido, i suoi capelli sembravano fili d'oro., una corona di stelle scintillanti cingevano la sua fronte; era di statura media, la sua intera persona sembrava trasparente(diafana) era talmente leggera(lieve) e luminosa, la sua trena svolazzante era coperta di stelle simili a quelle che portava sulla corona. Il suo sguardo era dolce, sorrideva con malizia ma con bontà.
"Signora" si volse verso la regina "Io sono la fata Giocosa, la protettrice del suo figlio e della piccola principessa che egli ha trovato sta mattina nella foresta. La bambina è tuo nipotina, figlia del tuo cognato Indolente e di Nonchalance (Menefrega). Dopo la tua fuga il Re Feroce è riuscito a ucciderli. Loro non pensavano a difendersi da lui in quanto passavano la giornata dormendo, mangiando e ristorandosi. Purtroppo non sono riuscita ad impedire il crimine giacché ero presente alla nascita di un principe i cui genitori che si trovano sotto la mia protezione. Per fortuna sono arrivata ancora in tempo per salvare la piccola principessa Violetta, unica figlia del Principe Pigrone e Principessa Menefrega., e il loro unico erede. Lei stava giocando nel giardino. Il re Feroce la cercava per ammazzarla. Io ho fatta salire in groppa del mio cane Ami, a chi avevo ordinato di portarla e lasciarla nella foresta dove il tuo figlio l'aveva trovata. Tacete/nascondete davanti a loro, tutti i due le loro origini, non fate vedere a Violetta i braccialetti dove sono rinchiusi i porteti dei loro genitori, né il suo vestito principesco che ho cambiato  in un vestito più adatto alla vita che vivrà. Ecco qui una cassa di pietre preziose. Questa è la felicità/la dote? di Violetta ma dovete nasconderla a tutti i due e non aprirlo solo dopo che è stata perduta e poi ritrovata.
"Eseguirò alla lettera i suoi ordini Signora" disse Agnella, " ma permettetemi di chiedervi se il mio Orsetto deve ancora per lungo tempo tenere le sembianze di un orso?"
"Pazienza! Proteggo Lei, lui, Violetta, voi tutti. Ti permetto ora di dire a Orsetto di dirgli dalla possibilità di cambiare pelle con una persona che lo amerà abbastanza per accettare questo sacrificio. Ricordatevi che nessuno deve capire le origini reali di Orsetto e di Violetta. Malvarosa è l'unica che grazie alla sua magnanimità ha meritato di conoscere questo segreto.  Potete sempre avere fiducia in lei. Adio/a presto Regina. Fidati della mia protezione. Ecco qua un anello, fin quanto lo tieni sul tuo mignolo. Fin quanto lo porterai non ti mancherà nulla. La fata fece un segno di saluto, mutò in usignolo e spiccò in volo cinguettando felicemente.
Agnella e Malvarosa si scambiarono uno sguardo. Agnella sospirò, Malvarosa sorrise.
"Nascondiamo questa cassa cara mia regina, e anche i vestiti della principessa. Vado a vedere che vestiti ha preparato la fata per Violetta per l'indomani. "  disse e si affrettò ad aprire l'armadio. L'armadio era davvero pieno di vari vestiti di lino e di calzature comodissime. Malvarosa guardò tutto, passò in rassegna tutto ed approvò tutto. Poi aiutò Agnella a preparare il letto /a svestirsi(?) e si coricarono.



L'incubo (il sogno)
All'indomani fu Orsetto che si svegliò per primo, giacché la mucca muggiva accanto a lui. Egli si stropiccio gli occhi, si guardo intorno chiedendosi perché mai ha dormito nella stalla. Quando si ricordò degli eventi della sera precedente saltò giù dal suo mucchio di fieno e corse verso la fontana per lavarsi.








 

lunedì 21 settembre 2015

PICCOLO RE NICOLO' -fiaba popolare ungherese-





C’era una volta un re.
Egli aveva tre figlie.
Ogni giorno andavano a fare una passeggiata nel bosco.

Un giorno mentre passeggiavano venne una nuvola nera e disse:
“O, re! Dammi la tua figlia più grande, altrimenti io porto via il sole.”
Il re non gliela diede e la nuvola portò via il sole.

Il secondo giorno, mentre facevano la loro passeggiata, venne una nuvola nera e disse:
“Re! Dammi la tua seconda figlia! Se non mi obbedirai, io porterò via la luna.”
Il re non gliela diede. La nuvola portò via la luna. 

Rimasero solo le stelle sulla volta celeste.

Il terzo giorno il re andò a passeggiare con le sue figlie.
“Re! Dammi la tua figlia più piccola. Se non obbedirai,  porterò via le stelle.”

Il re non gliela diede. La nuvola portò via le stelle.
Calò il buio sull'intero regno.

Un giorno le guardie sentono Piccolo Re Nicolò  dire al suo fratellino:
“Io riporterei il sole, la luna e le stelle, se il re mi desse la metà del reame per regnare e la sua figlia più piccola come sposa.”
Le guardie lo portarono dal re. Il re disse:
“Se non fai ciò che hai promesso, ti taglierò la testa!”.
Piccolo re Nicolò non si spaventò.
“Mi dia sua Altezza una spada e io partirò immediatamente.”


Partì. Egli attraversò sette regni e sette mari finché arrivò alla foresta d’argento. 
Là c’era un ponte d’argento. Egli colpì il ponte con la spada e cadde un pezzo. Si nascose sotto il ponte con la spada sguainata.

Arrivò il drago con tre teste, volle passare il ponte. Il suo cavallo inciampò:
“Maledetto! Da tre anni facciamo questa strada e non sei mai inciampato, che cosa ti è successo?”.
Il cavallo rispose:
“Sconfiggere acqua e fuoco dobbiamo, oggi periamo!”.
Il drago disse:
“Esci fuori Piccolo re Nicolò, perché già quando tu eri grande quanto un chicco di grano, sapevo che  avremmo dovuto misurarci!”.
“ Con che armi ci misuriamo?”.
“Con le spade, come veri cavalieri!”.
Incrociarono le spade. Lottarono e si colpirono a lungo fino quando Piccolo re Nicolò tagliò due teste del drago. Il drago disse:
“Lasciami almeno questa testa, ti dono le stelle!”.
“Dove sono?”.
“Sotto la sella del destriero!”.
Piccolo re Nicolò prese le stelle. Tagliò l’ultima testa del drago e proseguì la sua strada.
Camminò a lungo finché giunse alla foresta d’oro. Là sopra il ruscello c’era un ponte d’oro. Egli colpì il ponte con la spada e si staccarono due traverse. Si nascose sotto il ponte con la spada sguainata.
Arrivò il drago con sette teste. Le sue gole sputavano fuoco. Volle attraversare il ponte. Il suo cavallo inciampò:
“Maledetto! Da sette anni facciamo questa strada e non sei mai inciampato, che cosa ti è successo?”.
Il cavallo rispose:
“ E' arrivata la nostra ora, padrone, per tutti due!”.
Il drago disse:
“Vieni Piccolo re Nicolò perché già quando tu eri grande  quanto un chicco di grano, sapevo che  avremmo dovuto misurarci!”.
“ Con che armi ci misuriamo?”, chiese Piccolo Re Nicolò.
“Con le spade, come i veri cavalieri!”.
Incrociarono le spade. Lottarono e si colpirono a lungo fino a quando Piccolo re Nicolò riuscì a tagliare sei teste del drago. Il drago disse:
“Lasciami almeno questa testa, ti dono la luna!”.
“Dov’è?”.
“Sotto la sella del destriero!”.
Piccolo re Nicolò prese le stelle. Tagliò l’ultima testa del drago e proseguì la sua strada.
Camminò a lungo finché arrivò alla foresta di diamante. Sopra il ruscello passava un ponte di diamante. Egli colpì il ponte con la spada e caddero tre pezzi. Si nascose sotto il ponte con la spada sguainata.
Arrivò il drago con dodici teste. Le sue gole sputavano fuoco. Volle passare il ponte. Il suo cavallo inciampò:
“Maledetto! Da dodici anni facciamo questa strada e non sei mai inciampato, che cosa ti è successo?”.
Il cavallo rispose:
“è venuta la nostra ora, padrone!”.
Il drago disse:
“Esci fuori Piccolo re Nicolò perché già quando tu eri grande quanto un chicco di grano, sapevo che  avremmo dovuto misurarci!”.
“ Con che armi ci misuriamo?”, chiese Piccolo re Nicolò.
“Con le spade, come i veri cavalieri!”.
Incrociarono le spade. Lottarono e si colpirono a lungo fino a quando Piccolo re Nicolò tagliò undici teste del drago. Il drago disse:
“Lasciami almeno questa testa, ti dono il sole!”.
“Dov’è?”.
“Sotto la sella del destriero!”.
Questo cavallo aveva solo tre zampe, ma correva più veloce degli altri cavalli con quattro zampe.
Piccolo re Nicolò mise le stelle e la luna accanto al sole. Salì sul destriero. Con la spada tagliò l’ultima testa del drago e partì verso casa.
Mentre riposava sotto un albero sentì una voce che gli chiese:
“Piccolo re Nicolò, pensi forse che il sole, la luna e le stelle siano tue?”.
Egli vide sull’albero un nanetto con la barba lunga. Volle salire sull’albero per prenderlo, ma il nano era più furbo: con un balzo fu sul cavallo e se ne andò.
Piccolo re Nicolò camminò a lungo sulle sue tracce. Incontrò un uomo che piangeva.
“Perché piangi?”, chiese.
“Perché ho la vista lunga e vedo tutto d’un colpo d’occhio, così non ho più niente da vedere”.
“Orsù, vieni con me!”.
Camminarono a lungo. Incontrarono un altro uomo. Piangeva pure lui.
“Perché piangi?”, chiesero.
“Perché con un solo passo riesco ad attraversare il mondo, così non ho più dove andare”.
“Orsù, vieni con me!”.
Camminarono a lungo finché arrivarono alla casetta del nano. Lo cercarono. Ma Dentro c’era solo un lettino, un tavolino e un armadietto, ma il nano non lo trovarono.
“Guarda un po’...”, disse Piccolo re Nicolò a Lunga Vista, “Non vedi da qualche parte quel nano?”.
“E come no, sta su un albero  in un’isola mezzo al mare.”
“Passo Lungo fai un passo ti prego e portalo da me.”
Lo portarono da Piccolo re Nicolò che gli tolse il sole, la luna e le stelle. Mise subito in cielo le stelle perché illuminassero la notte, poi partì accompagnato dai tre uomini verso casa. Più tardi mise  in cielo anche la luna. Quando ormai mancava poco alla meta, mise in cielo il sole affinchè potesse arrivare il giorno.
Al castello li aspettavano con grandi onori. Fecero  magnifici festeggiamenti. I tre giovani sposarono le tre principesse e tutti  vissero felici e contenti.


lunedì 17 agosto 2015

Apa vieții de moș Elek Benedek

A fost odată un om sărman care avea un fiu, Jakab. Jakab era copil tare harnic, muncitor dar era atât de subțire că ziceai că-l suflă vântul. Se și îngrijora bătrânul văzându-l că ce va fi cu fiul său când el nu va mai fi printre cei vii.   În curând, bietul om chiar căzu la pat și nimeni nu găsea leac pentru beteșugul său.
 Nu-ți fă griji dragă tată, zise Jakab, am să mă duc eu și am să-ți aduc eu apa vieții, si ai să te vindeci într-o clipită. Zis și făcut, băiatul purcese la drum.
A mers el cât a mers până când a ajuns într-o pădure. Dintr-o dată ciuli urechile că auzise un plânset amarnic. Un porumbel plângea, că i se strănse aripioara între doi copaci. Jakab eliberă pasărea și îi îngriji aripioara.

Jakob, pentru că ai fost mărinimos cu mine îți dăruiesc acest fluieraș, câd vei da de necaz fluieră  și eu îți voi veni într-o clipă în ajutor

Știu că ești în căutarea apei vieții. Mergi mereu înainte până la prima răscruce. Dincolo de munții stâncoși zări-vei o căsuță. Iaca, în cea căsuță trăieste o vrăjitoare bătrână, care păzește apa vieții.
Jakab găsi ușor căsuța. și cum îi prorocise porumbelul vrăjitoarea o aștepta deja.
Știu bine ce drum te poartă pe la mine, îl întâmpină vrăjitoarea, dar ca să meriți apa vieții trebuie să treci doua încercări. Acum însă odihnește-te și dormi. Măine în zori vei afla ce ai de făcut.
A doua zi îi zice vrăjitoarea.
 Nu departe de aici este un munte. Tu să faci acel munte una cu pământul, plantează în locul său viță de vie și mâine să-mi aduci o cană cu vin din acei struguri, dar ia aminte că dacă nu faci ce ți-am cerut ești fiu al morții.
Se necăjea mult băiatul că oare cum o va putea scoate la capăt. Își aminti de fluier și suflă. Și să vezi minune căte pasări sunt pe lumea asta veniră toate.. Jakab le zise ce probă i-a dat vrăjitoarea. Dar porumbelul căruia îi salvase viața astfel grăi:
Tu nu te năcăji Jakab, culcă-te linistit și dormi că măine in zori totul va fi exact așa precum vrea zgripțuroaica.
Și într-adevăr așa a și fost . A doua zi Jakab purtă fericit  vrăjitoarei cana cu vin . Zgripțuroaica era foc și pară  de mănie dar îi spuse flăcăului care e a doua încercare.

Colo peste munte este o pădure, tu taie copacii acelei păduri. ară terenul, cultivă grăul și maine adu/mi o păine din faina macinată din acel grâu.
Jakab suflă în fluieraș. Se adunară din nou toate păsările cerului și făcură totul pe placul  vrăjitoarei A doua zi Jakab duse păinea proaspată zgripțuroaicei.
Flăcăule ai trecut cu bine încercarea,  zise vrăjitoarea, ia acum din apa vieții si Dumnezeu cu mila,
Jakab făcu exact așa și porni fericit către casă. Pe drum, porumbița zbură pe umărul său și îl rugă
Jakab acum ajută-mă tu pe mine. Stropește-mă cu căteva picături din apa vieții. Și să vezi minune, porumbița se transformă într-o preafrumoasă fată.
Află Jakab că pe mine vrăjitoarea cea rea m-a transformat in pasăre, și doar apa vieții putea să mă ajute să îmi recapăt forma omeneasca. Cei doi tineri s-au și îndrăgostit imediat unul de altul și porniră voioși câtre satul lui Jakab. Mare a fost bucuria în casa părintească. Tatăl lui Jakab s-a vindecat așa de repede că la nunta tinerilor el dansa csardasul mai cu foc.
Și au trăit toți fericiți păna la adânci bătrănețe.

 

sabato 15 agosto 2015

Iside

…e vidi davanti a me il disco della luna piena uscito dalle onde,
splendente di bianco bagliore.
Nel silenzio della notte, nel mistero di quella solitudine, improvvisamente sentii
la sovrana maestà della dea,
riconobbi che tutte le vicende umane sono governate dalla sua provvidenza,
che gli animali domestici e selvatici, e anche gli esseri inanimati vivono in virtù del suo divino potere,
in virtù della sua santa luce:
tutto ciò che esiste sulla terra,
e nel cielo,
e nel mare, prende forza dal suo crescere,
e la perde dal suo calare.

entrai nel marre per purificarmi, immersi la testa sott'acqua per sette volte (perché questo numero secondo gli insegnamenti del divino Pitagora, è il più sacro nei riti religiosi e alla fine col volto bagnato di lacrime, cosi pregai la potentissima dea:

"Regina del cielo" che tu sia l'alma Cerere, madre delle messi, che, felice per aver ritrovato la tua figlia, insegnasti agli uomini ad abbandonare il primitivo ferino alimento delle ghiande, mostrando loro un più dolce cibo, e ora dai gioia col tuo culto alla terra eleusina; o sia tu Venere celeste, che al principio del mondo generasti l' amore, facesti unire i sessi diversi, rendesti eterno il genere umano donandogli discendenza eterna, e ora sei venerata a Pafo, nel tuo sacrario circondato dalle onde del mare; o sia tu la sorella di Febo, che mitigasti i dolori del parto col sollievo dei tuoi rimedi, e crescesti popoli cosi importanti, e ora sei venerata nei templi di Efeso; o sia tu Proserpina, dai terribili ululati notturni, venerata con culti diversi, tu dal triplice aspetto, tu che freni gli assalti delle ombre dei morti, tu che chiudi la porta della terra, tu che vaghi nei boschi: tu, qualunque sia il tuo nome, qualunque sia il tuo culto, qualunque sia l'aspetto in cui  è lecito adorarti. Tu che illumini tutte le città col tuo femminile chiarore, tu che col tuo umido raggio nutri il seme fecondo, tu che vaghi solitaria e dispensi una luce sempre diversa: vieni in soccorso ai miei mali estremi, risolleva la mia fortuna caduta, dammi tu dopo tanti affanni, pace e riposo.(...)

ecco che dal mare emerse una apparizione divina, sollevando un volto che anche gli dei avrebbero venerato. Poi a poco a poco, dal mare i staccò l'intero corpo di quella splendida apparizione (...)

Eccomi a te, Lucio commossa dalle tue preghiere. io madre di tutte le cose, signora di tutti gli elementi, principio di tutte le generazioni nei secoli, la più grande delle numi, la regina dei Mani, la prima dei celesti, archetipo immutabile degli dei e delle dee, a cui concedo di governare col mio assenso le luminose volte del cielo, le salutari brezze del mare, i lacrimanti silenzi degli inferi; io, la cui potenza, unica se pur multiforme, tutto il mondo venera con riti diversi, con diversi nomi. I Frigi, primi abitatori della terra mi chiamano Pessinunzia madre degli dei; gli Attici autoctoni, Minerva Cecropia; gli isolani ciprioti, Venere Pafia; i cretesi famosi arcieri, Dianna Dictinna; i siculi trilingui, Proserpina Stigia; gli antichi Eleusini, Cerere Antica, gli altri mi chiamano Giunone, altri Bellona, e chi Ecate, e chi Ramnusia; e infine i popoli che il sole nascente rischiara coi suoi primi raggi, cioè entrambi gli Etiopi e gli Egizi, d'antica sapienza, solo questi mi onorano con le cerimonie che  mi sono proprie, e mi chiamano col mio vero nome di Iside regina (...)


Apuleio- Asino d'oro, trad Marina Cavalli

martedì 4 agosto 2015

Le mythe et l'âme

Le mythe , c'est dont un père d'église  dit "Quod semper, quod ubique, quod ad omnibus creditur", de sorte que celui qui croit vivre sans mythe ou en dehors de lui est une exception. Bien plus, il est un déraciné sans relation véritable avec le passé, avec le vie des âncetres (qui continue en lui) ni avec la societé humaine contemporaine. Il n'habite dans aucune maison comme les autres, il ni mange ni ne boit ce que mangent et boivent le autres; il vit une vie pour lui meme, enfermé dans une folie subjective que borne son entendement et qu'il tient pour la vérité récemment découverte. Ce jouet de son entendement n'atteint pas ses entrailles. Toutefois cela trouble parfois sa digestion, parce que son  estomac considère indigeste ce produit de l'entendement. 
L' âme ne date pas d'aujourd'hui! Elle compte plusieurs millions d'années.

La conscience individuelle, elle n'est que le support des fleurs et des fruits, selon les saisons; elle jaillit du vivace rhizome souterrain et ce support concorde beaucoup mieux avec la vérité quand il fait entrer en ligne de compte l'existence du rhizome, car c'est réseau des racines qui est l'origine de tout
 (C.G.Jung-Mètamorphose de l'ame et ses symboles/Symbole der Waldung, Ed.Georg, 1953, trad d'Yves le Lay)

lunedì 3 agosto 2015

Le basi filosofiche del pensiero junghiano I: Schopenhauer

La grande scoperta per me fu Schopenhauer. Era il primo a parlare delle sofferenze del mondo, che ci circondano cosi visibili ed evidenti, e della confusione, delle passioni, del male, in breve di tutto ciò che gli altri sembrava appena di notare e risolvevano in una onnicomprensiva armonia. Ecco finalmente un filosofo che aveva il coraggio di vedere che  non tutto è per il meglio, nelle fondamenta dell'universo. Non parlava della onnisciente e infinitamente buona provvidenza di un Creatore, né dell'armonia del cosmo, ma affermava brutalmente che un vizio fondamentale è alla base del doloroso corso della storia umana e della crudeltà della natura: la cecità della Volontà creatrice del mondo. Ne trovai conferma nelle mie osservazioni infantili di pesci  malati e morenti di volpi rognose, uccelli morti di freddo o vermi torturati a morte dalle formiche, insetti che si sbranavano l'un l'altro pezzo a pezzo e cosi via. Ma anche la mia esperienza degli esseri umani mi aveva insegnato tutt'altro che la fede nella originaria bontà e moralità dell'uomo.(...)Il fosco quadro del mondo fatto da Schopenhauer ebbe  la mia incondizionata approvazione. Ritenevo per certo che egli con la  "volontà" intendesse realmente indicare Dio , il Creatore e che quindi affermasse che Dio era cieco(C.G.Jung- Ricordi, sogni, riflessioni)

se vuoi approfondire l'argomento Jung Schopenhauer leggi qui

mercoledì 1 luglio 2015

SHIRIN (lavoro in corso)




SHIRIN 1852
Peregriniamo sugli altipiani della Persia… Due ombre si aggirano attorno a noi dovunque andiamo (senza sosta); Una è l’ombra creata dal sole, l’altra è l’ombra delle vestigia del passato. 
Non c’è pietra o non c'é collina in questa terra, che non celi una leggenda intessuta della storia dell’umanità; Quelle povere capanne di terra sono erette su delle splendenti città antiche, mentre quelle caprette pascolano sulle tombe dei re.
Qua e là si vedono delle colline dalle quali spuntano delle rocce. Ricercatori stranieri vengono a scavare nelle colline abbandonate. Nessuno si ricorda oramai che cosa c'era là, ma con un brivido nascosto, leggono dalle pietre che qui si ergevano la citta di Ninive o Ctesifonte (n.tr. L'autore probabilmente si riferisce all'estensione della Persia sotto il regno del re sassanide Corsoe Parwiz, giacché la storia si svolge alla sua corte). Continuiamo la nostra strada, esploriamo altre colline così per tre giornate e tutte le rovine confermano che qui sorgeva Ninive o Ctesifonte , il regno era così esteso da non riuscire a vederne la fine. Un intero regno dorme qua sommerso. La gente del posto passa indifferente, accanto a queste rovine e si chiede sbigottita cosa mai possano trovare gli stranieri di così interessante in queste colline sulle quali, da quando mondo è mondo, cresce solo l’erica e le ortiche.
Giace sepolta la Persia, la temuta rivale di Roma, ci si è dimenticato delle sue gloriose armate, e delle sue regge opulenti. Nessuno s’inchina con reverenza di fronte alle loro tombe, i loro nomi sono inabissati nell’oblio e le loro gesta sono coperte di polvere sui fogli ingialliti dei libri di storia. Eppure il ricordo dei loro grandi amori, i loro sogni più teneri, sopravvivono nel cuore della tradizione orale che li ha custoditi e li ha tramandati  ed ecco le antiche fiabe che ci raccontano degli amori fiabeschi di tempi remotissimi.
Nemmeno i più antichi saggi del popolo potrebbero dire che cosa si trova sotto queste colline, ma se chiedessi “Che cosa rappresentano questi tre mucchi di terra, dove le ragazze giovani dei dintorni vengono a cantare dolci nenie e a ballare in cerchio come le fate?”, chiunque potrà dirtelo; che colà giace la tomba di Ferhad, l’artista immortale, e sopra la sua tomba spunta la rosa rossa; l’altra tomba è quella dell'incantevole regina Shirin, dai fiabeschi capelli: una rosa bianca spunta sopra la sua tomba. Tra loro due dorme il sonno eterno Omaya, la malefica vecchia che aveva teso loro la trappola mortale: sopra la sua tomba crescono solo le ortiche. I due cespugli di rose esistono là dalla notte dei tempi, da allora, con le loro braccia, sembrano cercarsi l’un l’altro; quando cadono i petali, il vento adorna il posto con una coltre di petali di rose. Le fanciulle dei dintorni vengono qua per accudire queste rose e per raccontarsi l'un l'altra la storia d’amore tra Shirin e Ferhad.
Le catene montuose di Behistun abbracciano in un ampio semicerchio una delle più aride pianure della Persia occidentale. Prima appaiono solo piccole colline verdeggianti, che poi diventano sempre più grandi, per tramutarsi in montagne spoglie e rocce minacciose. Una delle rocce più grandi e incombenti è Taq-e Bostan “il trono dei bei giardini” che, minaccioso e cupo, s’innalza e domina il Kermanshah, come un vecchio re calvo domina la sua sposa giovane in fiore che sta seduta ai suoi piedi.
Il monte Behistun è un libro aperto, nella sua pietra popoli, re ed eroi hanno inciso la loro storia.
(…)

In illo tempore,  quando Cosroe Parwiz regnava sulla Persia, questo posto oggi coperto di cespugli si chiamava “Il Paradiso”. Questo era il posto prediletto del re Corsoe Parwiz , con tanti ettari di foreste, nelle qualoi si poteva  andare a cacciare la tigre con gli elefanti.
(…) Qui viveva il pavone che mangiava riso rosso dalla mano delle regine.
(..)
Cosroe Parwiz arricchì “il Paradiso” con nuove opere e con molte statue, di scultori greci e romani che arrivarono numerosi alla sua corte, scappando dalla loro terra, dove, in quel momento, facevano razzie Vandali e Avari, che non apprezzavano granché le belle arti.
Un bel giorno Cosroe chiamò alla corte tutti gli scultori del suo impero e li radunò in una sala rotonda, la cui unica finestra, ampia come una porta, era coperta da tendaggi di seta rossa, radunò tutti attorno a sé, davanti a questa finestra.
“Artisti!”, disse il re, ”voi siete esseri ispirati dalle muse, voi condividete con gli dei il segreto della creazione. Seguendo i  miei desideri avete riempito questa terra di meraviglie, avete resa immortale la notizia (?Quale?), avete resa eterna la gloria sfuggente strappandola alla fragilità, avete strappato all’oblio la grandezza degli eroi mortali; ora una nuova sfida vi aspetta, immortalare la rara bellezza, quella che mai nessuno ha potuto raggiungere sotto il cielo."
Gli scultori, indovinando i desideri del re, sussurrarono: "Shirin!".
“Esattamente", disse il Re; e parlò di lei: "Voglio rendere immortale il suo ricordo, che la sua bellezza permanga per i secoli dei secoli, affinché anche dopo millenni il mondo possa dilettarsi ed ammirarla".  *
(qui continua a parlare il re???)
"La sfida sarà difficilissima, praticamente impossibile creare qualcosa di simile a lei, giacché nessuno potrebbe guardarla senza sentirsi abbagliato e sentire indebolita la propria mano.
Infatti la vedrete per un attimo soltanto, una sola volta, per un momento che non durerà più di un ampio respiro. Colui che non riuscirà ad imprimere la sua immagine nella mente, in seguito a questo unico sguardo, quello rinuncerà a creare l’opera.
Chi non padroneggia l’arte di scolpire nella pietra labbra eloquenti, volto sorridente, petto ansimante, quello non deve nemmeno mettersi all’opera, giacché se si troverà qualcuno tra di voi che la renderà in maniera cosi fedele come gradisco, quello avrà una grande ricompensa e potrà chiedermi tutto quel che vuole, se fosse sufficientemente incosciente da anellare alla mia corona, gliela darò, invece, se la statua da lei ispirata non sarà fedele al modello, lo castigherò, come si punisce un ladro, come si punisce un sacrilego che ruba il fuoco sacro per cucinarsi del cibo. Con chi osa con mani da dilettante gareggiare con gli dei, io sarò spietato come fu Atena con Aracne. Ed ora, radunatevi attorno alla finestra e guardate."
Il re stesso pigliò il cordone e sollevò il sipario dinanzi agli occhi degli scultori.
Si spalancò davanti ai loro occhi un bellissimo giardino rotondo, con palme ondeggianti, dalle foglie scintillanti cadevano gocce di rugiada che brillavano al sole, tra folti cespugli di mirto giaceva un laghetto. Attraverso le sue acque cristalline si intravedeva il mosaico pregiato che decorava il fondo della piscina. Dai quattro angoli, quattro draghi di bronzo sputavano acqua. Sulle rive spumeggianti galleggiavano petali di fiori, caduti dalle piante che crescevano sulle sponde.
Il giardino era circondato da mura talmente alte che si scorgevano solo le vette del Takhiti Bestun, ma dall’interno non sembravano affatto opprimenti, le mura erano interamente rivestite dall’edera, dal convolvolo e da altre rampicanti; anche le terrazze erano adornate con cespugli di rose e di laburno e altre pianti i cui grappoli di fiori pendevano da tutte le parti.
Al di là dei cespugli si sentiva un suono d'arpa e centinaia di armoniose voci femminili addolcivano l’aria. Corsoe Parviz teneva diciottomila dame di corte. Esse non avevano altro compito che rallegrare l’animo di Shirin.
Ad un tratto si aprirono i cespugli e gli scultori restarono col fiato sospeso temendo di perdere il lume degli occhi.
Apparvero sei leggiadre fanciulle, erano sfavillanti come le stelle, belle come la luna. La prima era una bionda pulzella scandinava, la seconda era slanciata con lineamenti circassi dai capelli rossi , la terza era una ragazza Indù mora, le cui membra splendevano come l’ambra al sole, la quarta aveva il viso come una rosa, occhi neri come la pece, le membra sode e arrotondate col tiro dell’arco e l'uso della spada, la quinta era una minuta e delicata ragazza cinese, nel cui sguardo divampava un fuoco segreto, le sue membra erano diafane come l’alabastro e la vita flessibile come il giunco, la sesta era etiope con tratti da bambina ed occhi sinceri, sul suo viso trasparivano le rose della giovinezza, come una luce che illumina la notte.
Ma ora scomparite splendenti lune e sfavillanti stelle ! E’ sorto il sole… E apparve la settima donna: era Shirin.
La grazia delle altre sbiadiva al suo confronto, era solo un'ombra attorno a Lei. Erano come le nuvole intorno al sole che vengono dorate dai suoi raggi, nessuno le guardava più. Ogni sguardo si concentrò sul volto di Shirin, vedendo solo lei, rimirando solo lei, solo lei restò indimenticabile.
Oh, non paragonate il bello con il marmo, con la rosa o col giglio. La pietra è fredda, la rosa e il giglio appassiscono. Ciò che è bello solo per lo sguardo, non è bello! C’è  un senso segreto nella bellezza, profondo e nascosto, che l’uomo intuisce, ma non riesce a capire.
In cosa risiede quel singolare fascino, quell’incanto indistruttibile che rese immortale la bellezza di Shirin, facendo entusiasmare poeti per secoli? Faccine graziose sono sempre esistite, ma l’anima bella che abita il bel faccino era ciò che rendeva davvero affascinante ogni suo tratto, tanto che chi la guardava diventava per forza un poeta!
Ciò che la rendeva unica tra tutte le bellezze del mondo era un meraviglioso amalgama delle espressioni contradittorie che univano il cielo con la terra. Nel lieto sorriso delle labbra si celava l’anelito per mondi più poetici, nella serena fierezza della fronte brillava l’innocenza, oltre le lacrime di desiderio nei suoi occhi divampavano i fuochi della passione, e quando chiudeva le ciglia parlavano di gioia e sofferenza allo stesso tempo.
Ad ogni passo sembrava un’altra donna. Rincorreva una farfalla, e quando essa si posava su una rosa la prendeva: sembrava una bimba birichina, felice per la sua preda. Allora provava compassione per la farfalla, la poggiava sul palmo della mano e la lasciava volare col vento; col volto rivolto verso l’alto sembrava una fatina delicata, come se stesse per spiccare il volo dietro alla  farfalla.
Calpestando qualcosa di freddo, emise un grido, temendo che fosse un serpente sotto i suoi piedi; poi si mise a ridere, deridendo il proprio spavento. Rideva come una naiade che giocava con le sue compagne, esse sollevarono il fiore da lei calpestato. Le vennero allora le lacrime agli occhi, per averlo schiacciato. Lo mise allora sul petto perché potesse rinvenire. Dopodiché si sedette con le sue damigelle sull’orlo della laghetto: esse portavano ghirlande di fiori, le mettevano attorno alla sua fronte come corona, come cintola attorno ai suoi vestiti leggeri, per esaltare la sua mirabile statura ed ella si lasciava adornare sorridendo. Le ragazze le sussurravano qualcosa all’orecchio. A volte le ascoltava sorridendo, altre volte, come se le parole sussurrate le avessero fatto solletico, si nascondeva l’orecchio, ritirando in maniera melliflua la sua tesa tra le spalle, rabbrividendo nel sentire una parola e guardando con rabbia dignitosa la sua compagna. Alzando in modo fiero e altezzoso la testa, i suoi occhi luccicavano, le sue sopracciglia sembravano archi tesi pronti a colpire, come quelli di Diana quando uccise le figlie di Niobe. Quelle, tremando, si resero meste davanti allo sguardo della dea. Allora ella fece segno freddamente che se ne potevano andare e restò sola, con atteggiamento sognante si sdraiò sulla sponda dell’acqua, buttando uno per uno i fiori della sua corona nelle querule schiume.
Alla fine sospirò lungamente poggiando la mano sul petto e sul volto si scorgeva il desiderio senza nome di una felicita senza gioia, che pian pianino lo tramutò in un rosso roseto (Non ho capito la frase): era l’amore che non sa amare ancora. Entrò con un piede nell’acqua, guardandosi intorno con pudore spaventato per vedere se qualcuno la vedesse. Poi sciolse i bottoni che chiudevano la sua tunica al collo e sulle spalle e allora guardò in modo solenne verso il cielo che era l’unico degno di vederla. Ormai solo una cintura di fiori e perle intrecciate sosteneva la tunica sul suo delicato corpo, il braccio svelato si alzava sopra la testa, come a chiedere al sole di non guardarla con così tanto ardore.
Un momento dopo stava come Afrodite Anadiomene tra le spume cristalline.
A quel punto il re lasciò cadere il sipario davanti agli occhi degli scultori. Quelli non riuscivano a tornare in sè dalla meraviglia e dall’incanto. Qualcuno di loro guardava la cortina con gli occhi in fiamme e il volto in avanti come se volesse bruciarlo con lo sguardo, un altro mise la mano davanti agli occhi come se volesse proteggerli davanti ad un bagliore inconsueto, un altro ancora alzò lo sguardo verso il cielo come se volesse cercare nel cielo la visione che aveva visto per terra.
“L’avete vista!”, disse il re, “Ora potete andare, pensateci. Entro un anno tornerete in questa sala. Chi riuscirà a creare la statua, fedele copia in pietra, avrà la sua ricompensa, chi fallirà sarà decapitato.”
Gli artisti si diradarono con volti trasognati. Per ultimo restò il canuto Harun, il più anziano artista del re, che sembrava misurare la schema del disegno progettato nella sua testa, con la mano sulle labbra e con la faccia serena. Accanto a lui stava un giovane scultore greco, chiamato Ferhad alla corte persiana: egli era inginocchiato con la testa poggiata sul petto, nascondendo la faccia con le mani.
“Torniamo tra un anno”, disse il vecchio scultore con tranquillità, fiducioso della propria arte, e quando vide il ragazzo inginocchiato, lo scosse dalla sua posizione melancolica: “Ferhad, tu non hai visto Shirin?”.
“Io la vedo ancora”, rispose il giovane.
“Ma che? Ma se ti sei coperto il volto”.
“La vedo col mio cuore”.


“Dai, sbrighiamoci a progettare i nostri schemi di base prima di dimenticare ciò che abbiam visto”.
“Magari potessi scordarla, magari potesse scordare il cervo la freccia che porta dentro la sua ferita! Se il lago potesse scordare il sole i cui raggi l'hanno prosciugato! Magari avessi io la tua barba canuta Harun, così potrei sperare di dimenticarla”.
Ferhad si alzò con lo sguardo stralunato e, barcollando, si allontanò appoggiandosi alla spalla di Harun, come fosse colpito all’improvviso da una malattia grave. Da quel momento  Farhad si faceva vedere sempre più di rado nella corte del palazzo, per di più aveva un comportamento talmente strano che la gente cominciò ad evitarlo.
Guardava dinanzi a sè meditabondo, parlava da solo, sospirava, sorrideva tra sè e sè, gesticolava, chiedeva qualcosa, pregava, piangeva, tremava, di volta in volta si fermava, si guardava altezzoso intorno. Invano gli si rivolgeva la parola, non sentiva, non vedeva nulla, non reagiva al suo nome, invece, se qualcuno pronunciava il nome Shirin, si sentiva scosso da un fremito, sospirava profondamente, esprimendo piacere, dolore ed eterna brama in un unico respiro, quindi, come se avesse freddo, si avvolgeva nel suo mantello e si precipitava a rincasare.
Veniva considerato buono ed innocuo, stolto, la tradizione orientale insegnava a rispettarlo, anche perché non era l’unico che dopo aver visto Shirin aveva perso il senno.
Passò l’anno ed ecco che arrivò il giorno prefissato. Gli scultori alzarono le loro statue nella sala rotonda perché il re le svelasse una ad una.
Arrivò il re, la corte e compagnia cantante. Davanti e dietro di lui sfilava un’intera orchestra: giovani ragazze stavano sedute in fila con le loro arpe triangolari in grembo, in un’altra fila stavano i suonatori di zampogna a due bracci. Davanti a loro c'era il calvo Barbad, la cui immagine appariva sempre in compagnia del re; perché il re, Cosroe Parviz  non muoveva un passo senza la musica.  Sia in guerra, sia alla caccia, e pure in camera di giustizia si portava l'orchestra.  La sera prendeva sonno al lontano suon argenteo dell'arpa che intesseva i suoi sogni di immagini  fiabesche, mentre Il suono dolceamaro della zampogna gli annunciava l’arrivo del mattino. Così sembrava che il raggio roseo che entrava attraverso la finestra risuonasse e che il canto spuntasse dalla stessa fonte della luce del giorno. Bastava uno sguardo al capo dei musicisti per  indovinare lo stato d’animo del re e se il re sognava con gli occhi aperti l’amore di Shirin, allora tutte le melodie decantavano le grazie di Shirin e gli gocciolavano lentamente nel cuore un’emozione felice, calda, dolce, indescrivibile. Invece, quando andava in battaglia, lo accompagnava il coro incoraggiante, calzante delle zurne, spronando  i suoi sentimenti bellicosi.
La musica non smetteva nemmeno quando il re si sedeva sul trono reale per far giustizia. Quando aveva dinanzi a sè schiavi o prigionieri umiliati, allora il canto suonava per addolcirlo, per difendere il cuore del re dai demoni della prevaricazione e dalla sete di sangue. Le vibrazioni delle corde di arpa facevano abbassare le lance affilate per la vendetta. E se i demoni malvagi del cuore arrivavano all’ora quando egli stava da solo, se sospetti, tracotanza, diffidenza, crudeltà lo inseguivano come sovente inseguono i re barbari, la musica sconfiggeva i demoni, li cacciava via. La salvezza era nell'arpa di Barabud, che dalla sua infanzia stava sempre vicino al re, governandogli l’animo in maniera totale.


Il re si sedette sul trono, circondato dalla corte, I suoi cortigiani stavano accanto alle statue velate in attesa del suo cenno per svelarle una ad una.
Cadde il primo velo. La statua marmorea rappresentava Shirin come bambina sorridente che aveva appena preso una farfalla e la teneva sulla mano. La statua non è che non somigliasse a Shirin, ma mancava di calore, era solo una fredda roccia scolpita in sembianze umane.
Il re scosse crudelmente la testa: “Questa non è Shirin”, disse in maniera secca, volgendo il capo, “Distruggi la tua statua”. Lo scultore raggelò, sentendo  la sua sentenza di morte.
Comparve la seconda statua. Essa mostrava la regina come Naiade che giocava con le sue compagne. La statua era perfetta, ma lo scultore disgraziato aveva dimenticato il volto di Shirin ed imitò il volto di un’altra ninfa, guardando un altro modello.
“Sacrilego”, urlò arrabbiato il re, “Pensi di potermi ingannare? Nessun tratto di questa figura ha qualcosa in comune con Shirin. Perisci insieme con tua statua."
Neanche gli altri scultori ebbero maggiore successo. Il re, con il suo chiasso furibondo, pareva non sentire l’arpa di Barbud e urlò la morte sulla testa di ognuno.
Erano rimasti ormai solo due: Harun e Ferhad
Lo scultore canuto si fece avanti con calma e con sicurezza, il velo cadde e fece vedere la statua.
La meraviglia dei presenti scoppiò in un mormorio di diletto e approvazione.
La statua rappresentava Shirin come la Venere Anadiomena, che stava per uscire dalla schiuma delle acque, asciugandosi i lunghi boccoli al sole. Le sue belle forme svelate dimostravano la perfezione dell'arte, le spalle rotonde, le braccia, le anche perfette, i più fini piegamenti dei muscoli erano segno di una grande maestria che non trascurava nessun particolare sulla magnifica statura, concentrando tutto ciò che la scultura e la poesia avevano di bello.
La faccia era esattamente come l’originale, con i tratti perfetti del viso che chiunque l’avrebbe riconosciuta. Harun passò in rassegna con fiducia piena di sè i partecipanti, il cui sgomento era la più lusinghiera ricompensa.
Solo il volto del re non esprimeva alcuna riconoscenza. Ancor più frustrato guardava questa statua di quanto avesse guardato le altre. Harun si rese conto dello scontentezza sulla fronte reale e chiese preoccupato: “ Non è forse la mia statua la copia fedele di Shirin?”
“E’ e non è copia fedele”, disse Cosroe “Questo volto è il volto di Shirin, ma lo sguardo non è suo. Queste belle forme rotonde, sode sono di Shirin, ma non sono abbastanza seducenti, manca il suo calore. Queste labbra sono di Shirin, ma mancano di vita, non parlano. Le labbra di Shirin sono eloquenti anche quando tace. Vedo la statua di Shirin, ma dov’è la sua anima? Dov’è l’amore?"
“La vita viene dalle labbra di Dio, non dalla mano dell’uomo”, disse lo scultore con capo chino.


“Vecchio scultore, hai creato questa statua senza metterci il cuore, hai ridato solo la luce riflessa del sole, ma non il suo calore: spezza la tua statua”.
Gli spettatori assistettero sgomenti alla distruzione a colpi di martello della magnifica statua. Harun, avvilito, piegò il capo bianco.
Non restava che Ferhad, lo stolto, il forsennato Ferhad, che non aveva seguito nessuno dei presenti, sembrava interloquire con la sua statua, ad ella rivolgeva i suoi sospiri e le sue brame. Si era seduto ai suoi piedi e guardava con sdegno le macerie delle statue maciullate.
Siccome restò per ultimo, si rizzò altezzoso, guardò dal suo piedestallo tutta l’assemblea e, con un breve gesto, tolse il velo dalla sua statua e lo scagliò lontano.
Il re balzò sbalordito dal suo trono. La corte non riuscì a trattenere un mormorio di stupore e scoppiò in un'esclamazione: “Ma questa è Shirin! E’ lei in persona!".
Era lei! Era un volto di marmo che vive, ama, sorride, affascina! Una statua le cui labbra parlano, il cui viso splende, il cui sguardo incanta; dove, su ogni tratto, fino all’ultimo fiore, si sente il tocco dell’artista innamorato, egli dà calore alla pietra, gli ha donato l’anima, che si irradia e splende.
Gli altri avevano provato a sedurre il re svelando completamente le rotondità muliebri di Shirin. Ferhad con maestria e con generosa delicatezza, aveva celato tutto sotto i drappi che parevano tenuti fermi solo dalle ghirlande di fiori e dalle candide perle. Invece, sotto questi drappi, s'intravedeva il palpitar del cuore ed ecco che questa illusione dei sensi tramutava la beltà umana  in beltà celeste.
Ferhad l’aveva immortalata nell’attimo in cui Shirin stava per immergersi nell’acqua e la sua veste leggera come la schiuma e il soffio dell'aria, che avvolge il suo maestoso corpo, viene trattenuta a malapena dalle trecce di fiori, i suoi occhi si guardano intorno con timido pudore, la mano alzata sembra difendere dal sole il suo dolce volto. Ogni suo lineamento delicato esprimeva quell'indicibile incanto che innalzava Shirin a regina tra le donne, quel miracoloso assieme di sofferenza e sorrisi, la gioia della muta brama, desiderio e voluttà, la maestosità e la purezza della fronte, l’ansimare all’impossibile che scaturisce in mezzo alla felicità, l’amore che non sa ancora amare, la bellezza che non si rende conto di sè.
Tutti ammiravano con stupore il volto di Shirin, solo il re invece intravide in questo volto anche l’anima di Shirin. Il re buttò lo scettro e il manto, saltò giù dal trono, cadde in ginocchio davanti ai piedi della statua e la copri di baci appassionati.
Il re era fuori di sé dalla gioia. L’allegro suon delle arpe rispecchiava la felicità della sua anima.
 “Ferhad! Tua è la gloria!”, disse il re stringendo forte la mano dello scultore. Dio ha creato una sola volta una Shirin. Tu l’hai resa immortale, chiedimi tutto quel che vuoi e te lo darò.
Ferhad guardò cupo il re.
“Giura che mi darai ciò ch’io ti chiedo!”.
“Chiedimi qualsiasi cosa che io abbia il potere di darti”.
“Giura sul Sole”.

Il re chiamò il sommo sacerdote e, poggiando la mano sull’icona dorata del sole, giurò che avrebbe dato a Farhad qualsiasi cosa egli gli avesse chiesto.
“Quindi”, disse Farhad, “ti chiedo di lasciare la vita agli scultori le cui statue hai fatto frantumare”.
Un rumore di piacevole sorpresa attraversò la sala al sentire quel magnanimo desiderio.
“Che sia”, disse il re, “il tuo generoso desiderio ti rende superiore, ma questa non è ancora la ricompensa per la tua eccezionale opera. Abbi il coraggio di chiedermi una cosa grandiosa e io esaudirò il tuo desiderio”.
“Non donarmi nulla, oh re. Io non ti chiedo nulla”.
“Senti, tu mi prendi per pezzente, mi prendi per avaro ché non osi chiedermi una ricompensa? Se mi sta in potere ciò che desideri che sia tuo! Parla chiaramente!".
Ferhad alzò la testa e, fermandosi davanti al re, disse con voce tremante di emozione:
“E va bene parlo. Dammi Shirin!".
I volti dei presenti diventarono cianotici, tutti fecero un salto indietro per allontanarsi in fretta da Ferhad, come quando uno ha attirato la maledizione sulla sua testa.
Cosroe, senza proferire una parola, sguainò la spada di uno dei suoi guerrieri e si avventò imbestialito  verso Ferhad, pure le arpe di Barabud si scordarono di suonare per lo spavento.
Solo Ferhad non si perse l’animo, indicò verso il sole, volgendosi al re e disse:
“Uccidi prima  il sole su cui hai giurato, e dopo uccidi me”.
Il re abbassò la lance. Capì che il suo giuramento lo aveva intrappolato.
“Ferhad stai delirando, ma tu sei pazzo, ti è andato in volta il cervello?!”.
“Si, io so sono pazzo perché l'amo. Quando hai visto questa statua non avevi subito capito che è stato creato dall’amore?  Il mio amore folle è stato quello che le ha dato l'anima ed è quella che vive ora dentro di Lei; Shirin è mia. La vedo davanti ai miei occhi sempre e dovunque mi trovo. La vedo in sonno e durante la veglia: sorride, brama, piange e sospira; io la vedo, ma aridi deserti, ampie pianure stanno tra di noi, invano le corro dietro e mai la raggiungo. Io voglio possederla, rallegrarmi dal suo sorriso, ascoltare il tintinnio del suo riso e del suo pianto e sentire i palpiti del suo cuore.
“Taci, forsennato!”, urlò Corsoe, “perdono il tuo folle desiderio, chiedimi un'altra cosa”.
Ferhad impugnò il suo martello e si fermò presso la sua statua.
“Tu sei capace solo a promettere, o re, ma quando devi dare ciò che hai promesso allora ti metti a  contrattare come un qualsiasi mercante; io ti ho chiesto una ricompensa per la statua, tu hai giurato che me l'avresti data, se ora vuoi tradire il tuo giuramento è un tuo problema, ma se neghi il mio desiderio con questo martello distruggo la statua qui dinanzi ai tuoi occhi.”

“Fermati invasato!”, gridò Corsoe preoccupato, “ Lascia ch’io parli con la tua testa bollente. Tu stesso non ti rendi conto di cosa vuoi. Shirin è regina, tu sei un mendicante”.
“Il Mio cuore è ricco”.
“A me sono sottomessi tre regni. Da tutte le direzioni della rosa dei venti, ricchezze, tesori e rarità arrivano ai piedi del mio trono; io posso avere tutto ciò che mano umana può creare e neppure così non posso soddisfare nemmeno la metà dei desideri di Shirin: dovrei essere dio, non re, per accontentare tutti i suoi sospiri, cosa potrai allora fare tu?".
“Oh re!”, rispose Ferhad, “il poeta, l’artista si trova più vicino al potere divino del re. Ciò che tu non riesci a fare usando il tuo potere, io potrei riuscirci usando la mia arte. Il tuo potere è la distruzione, la mia arte è quella di creare. Il mausoleo che innalzi in memoria del tuo nome è anche mio, tu giacerai sotto, io vi starò sopra. Ci sono innumerevoli cose che lo spirito e non la spada può realizzare. Quanto grande sia il tuo potere giammai ruberai l’attimo dall’eternità; io ne posseggo l'estensione per migliaia d’anni. Per quanto numerosa possa essere la tua orchestra mai insegnerà ad amare a chi amore non ha, Questo io riesco a fare. Che cosa è il tuo “paradiso”, se non Prigione adornata?! Cosa è felicità che le dai se non Noia dorata?! Che cosa riesci dare tu a chi smania per la felicità? Hai tu forse il potere di trasformare la tua ricchezza in un arcobaleno? Pensi che piantando una foresta di rose sicuramente sboccerà l’amore? Pensi che raccogliendo le perle da tutti i mari sarà sufficiente a creare una sola lacrima di felicità e voluttà negli occhi della tua amata? Tutta la terra conosciuta è sotto il tuo potere, nel mio potere invece c'è il cielo sconosciuto. Io sono in grado offrirle di più di quanto tu possa donare.
Nella sala regnava il silenzio, la gente taceva impaurita a sentire il discorso dello scultore.
Il re posò la sua arma e si avvicinò tranquillo accanto a Ferhad.
“L’hai detto tu. La tua sentenza sta nelle tue parole, le tue parole ti giudicheranno.  Se riesci per sette volte a soddisfare i desideri di Shirin che io invece non sono in grado di soddisfare, giuro che malgrado io la ami più della mia vita, allora sarò tua”.
Ferhád allargò il petto per l'entusiasmo. Sentiva Dio dentro di sè.
“Che sia!”, disse con animo deciso, “accetto la scommessa”.  Gli venne in mente Orfeo, quello capace con la sua arte di aprire le porte del regno dei morti per riportare indietro la sua amata.
Ad un cenno del re la sala si svuotò, egli restò solo con Ferhad.
Era il momento della giornata quando Shirin soleva fare la sua passeggiata tardo pomeridiana nel giardino davanti alla grande e ampia finestra. Il re e lo scultore si nascosero tra le falde della tenda.
Dopo un istante si avvicinò la regina con il seguito e l’arpa regale, tra i cespugli le damigelle divise in gruppi ballavano e cantavano, Shirin arrivò con passo lento ed affettato in compagnia delle damigelle predilette. Le fanciulle tiravano una barca  adornata di madreperla sulla cui prua svettava  un magnifico cigno. Una delle fanciulle remava con un remo d’oro, l’altra adornava sia la nave, sia l'albero della nave, sia il collo del cigno con ghirlande di rose, una terza, attraverso una conchiglia, soffiava incantevoli bolle di sapone multicolori che volavano in alto splendenti, le altre seguivano la navicella nuotando nell’acqua, facendola dondolare a destra e a sinistra, tirando nell’acqua spumeggiante per gioco le loro compagne o pregandole di farle salire.

Le fanciulle discutevano tra loro scambiandosi  l'un l’altra pensieri e desideri.
“Io sogno di avere un vestito azzurro celeste”, disse con frivolezza la dama cinese.
“A me piacerebbe avere un balsamo che mi mantenesse sempre giovane”, disse la ragazza indù.
“A me manca tanto la mia antica patria”, disse l’amazzone avara, “Magari mi rapisse un bel  giovane moro,  con braccia forti ed occhi scintillanti, uno dei nostri coraggiosi uomini che in groppa ai loro baldi destrieri incutono terrore in ogni nemico".
Ferhad guardò il re pensando: “e se fosse stata Shirin a desiderare questo?".
E tu Shirin, tu a cosa brami, cosa ti renderebbe felice? Chiese, tra le sponde, una quarta ragazza alzando il suo corpo bianco come il latte sul lato della barca. “Beata te, ogni tuo desiderio viene esaudito. Per il tuo piacere Cosroe sarebbe capace di mandare qualcuno anche fino alla fine del mondo per riportarti ciò che desideri.
Shirin buttò indietro il capo in un gesto voluttuoso, poggiando le braccia diafane sotto la chioma che cadeva in riccioli;
“Per ciò ch’io desidero bisognerebbe chiederlo al cielo. A me piacerebbe se qui sopra di noi sulle mura del giardino stesse sempre un arcobaleno. Ah! come adoro l’arcobaleno. Sulle alture fiorite di Emo, dove sono nata, lo si può vedere tanto spesso. Ma qui lo vedo così di rado, a malapena quando c’è qualche tempesta appare sulle vette del Behistun; Invece vorrei che ce ne fosse sempre uno qui, sopra la mia testa, in modo che abbracciasse, con i suoi colori splendenti, le verdi palme e  tutto il verde giocherebbe con i sette colori.
Il re posò la mano sulla spalla di Ferhad.
“Hai sentito il suo desiderio? io a questo non ci arrivo, non ne sono capace, ma se tu sei capace, accontentala: dicevi che dall’oro non nasce l’arcobaleno, ma se tu invece sai come si fa un arcobaleno fallo!"
Ferhad sorrideva tranquillo. Molte cose che per la forza bruta sono impossibili, sono possibili per la mente.
Si mise subito all’opera. Imbrigliò il torrente, che scorge dal Behistun, dalla cima della montagna da dove, attraverso un tubo a condotta forzata, portò giù l’acqua fino al castello reale di Dastagerd.
Allora fece circondare l’intero giardino con dei tubi d’argento. Da essi spuntavano verso l’alto innumerevoli getti d'acqua polverizzandola. Quando tutto questo fu pronto, liberò le acque del torrente dalla cima del Behistun e dai tubi spruzzò subito l'acqua in alto verso il cielo, facendola salire molto in alto giacché dall’alto proveniva, e quando il sole illuminava questi spruzzi d’acqua si formava sulla volta sul giardino, l'arco luccicante di tutti i colori dell’arcobaleno. Ecco, meraviglia, c’era proprio là lo splendido e fiabesco arcobaleno, proprio là in cima tra un muro e l'altro del giardino. Le fronde delle palme splendevano e luccicavano di azzurro, rosso, viola e di tutti i colori dell’arcobaleno.
E da allora ogni giorno fino alle otto l'arco dell’iride si trovava sopra il giardino, più alto all’espero o all’aurora e calando in basso quando il sole splendeva allo zenit. La gioia di Shirin sfiorava il cielo, voleva passare tutte le giornate nel giardino. Grazie agli incessanti spruzzi d’acqua l’aria del giardino si era rinfrescata e così anche il sole più cocente era rivitalizzante, tanti cespugli che non erano mai fioriti, tenuti solo per le loro foglie, prodigiosamente fiorirono mostrando fiori mai visti e piante, tenute per i fiori, fecero frutti sconosciuti che destarono meraviglia.
Passò un anno, Cosroe chiamò di nuovo a sè Ferhad e gli ordinò di aspettare dietro le tende all’ora in cui Shirin sarebbe scesa nel giardino. Il re le si avvicinò, Shirin appariva nuovamente triste; era pallida come una rosa bianca, forse era stata affascinata dallo sguardo d'amore di Ferhad, chissà se i suoi sogni notturni non ne fossero infestati e la facessero appassire.
“Per cosa ti struggi, fatina delle rose”, chiese il re alla sua dama prediletta. Non ti rallegrano ormai i bei fiori del paradiso? O hai avuto degli brutti sogni e sono quelli che ti rendono inquieta e pensierosa? O forse lo sparviero ha rapito la tua colomba prediletta? Non è che hai intravisto durante la caccia un cervo bianco e ti ha colpito nel cuore il suo fascino? Parlami, cosa posso fare per rallegrarti? Vuoi le perle d’India per il tuoi capelli? La corona d’Armenia per cingere la tua fronte? Miele di Ibla vogliono le tue labbra? Vuoi che faccio ergere per te palazzi di nero marmo con colonne d’argento e logge maestose?
Shirin volse di malavoglia il capo, come un bambino viziato:
“Oh, io vorrei”, disse, “che nel posto di questo torrente che ora attraversa questo giardino, dalle montagne di Behistun venisse giù un fiume di latte così potrei dissetarmi dalle sue onde come di un torrente selvatico che scorre tra rive fiorite, e mi piacerebbe ancora che questo fiumiciattolo zampillasse in una fontana nella mia stanza di marmo nero e che potessi immergermi nelle sue acque. Non sai quanto vorrei vedere un fiume di latte.
Il re piegò il capo al sentire i desideri della sua signora e tornò a Ferhad.
“Hai sentito il desio di Shirin, se sai fare magia, va', cambia l’ordine della natura, fai sì che dalle montagne di Behistun sgorghi latte invece dell’acqua.
Ferhad andò ed iniziarono di nuovo i lavori; venivano scavate le rocce e inseriti condotte, furono creati grandi cisterne (bacini di accumulazione) di pietra sulle terrazze rocciose. Quando fu pronto questo lavoro mandarono qui ogni sera e ogni mattina le greggi che pascolavano sul monte di Behistun e mettevano il loro latte nelle cisterne.
Un giorno alzarono nella stanza da letto di Shirin una statua, la statua di Ebe, la dea dell’eterna giovinezza. Ella stava sull’orlo di un bacino di alabastro, sembrava di dare da bere ad un’aquila da un bicchiere d’oro che reggeva. Il giorno dopo, quando Shirin si destò e aprì le tende ricamate d’oro del suo letto, si meravigliò quando vide che dalla tazza d’oro traboccava ampiamente il latte, fino a riempire la piscina. E quando guardò attraverso la finestra vide serpeggiare un torrente che scendeva giù dai monti di Behistun, attraversava la piana delle rose e come fune bianca andava adagio tra le colline verdeggianti del Paradiso.
Shirin era in estasi per la gioia che il suo sogno fosse stato esaudito e con piacere voluttuoso entrò nel bacino, sguazzando con i suoi piedi tra le onde di latte, bevendo il latte che gorgogliava dalla tazza della bianca statua: una visione fenomenale, una donna bianca, una statua di alabastro, un'immagine senza ombra, dipinta con la sola luce.
Mentre Shirin si viziava, bagnando le sue labbra nel latte che precipitava dalla tazza d’oro, all’improvviso  apparve dentro un petalo rosso e saltellando nella tazza si fermò sulle labbra di Shirin, come se fosse arrivato per chiederLe un bacio. Shirin prese il petalo rosa di color pelle che era un petalo di una nimphaea e osservò sgomenta che c’era sopra un disegno e un messaggio. Misurandola più da vicino,  vide che sul petalo di seta era incrostato coi piccoli punti di ago un campanellino dentro il quale faceva il bagno una figura femminile. Al di sopra del disegno c’era scritto "Shirin" e sotto era scritto “ti bagni nelle mie lacrime”.
Lesse sbalordita questa frase, allora ruppe arrabbiata il petalo e lo buttò in pezzi nella piscina. Poi Le dispiacque di averlo strappato:  pescò uno per uno i suoi pezzi, impegnandosi a rimetterli assieme e, sospirando, lo nascose nel suo seno.
Incuriosita, aspettò semmai arrivasse anche un altro petalo di fiore dal calice della tazza. Non dovette aspettare a lungo, dopo qualche minuto ne spuntò un altro, lo prese bruscamente e guardò cosa ci fosse disegnato e scritto sopra.
Nel centro di un sole splendente c’era disegnato un occhio, sopra c'era scritto "Shirin" e sotto la frase: “Vedo te dovunque!”.
Non ruppe questo petalo, ma lo nascose con cura accanto all’altro e aspettò ancora, sospettando che sarebbe arrivato un terzo petalo.
Arrivò pure quello. In tal modo la statua e il fiume di latte divennero la messaggeria amorosa di Ferhad. Petali e foglie piegate con cura giungevano in sicurezza nelle mani di Shirin attraverso il sistema dei tubi.
Aprì il terzo petalo di loto. Su questo c'era un teschio incoronato di rose, sopra c'era scritto “Shirin”, sotto la frase: “muoio per te.”
Shirin nascose il messaggio accanto agli altri.
In breve tempo arrivò il re per condividere la gioia della sua prediletta. La trovò nuovamente abbattuta. I tre petali nascosti al suo seno pesavano sul suo cuore.
“Perché sei nuovamente pensierosa? Chiese preoccupato il re “Nemmeno dalla mattina fino alla sera non dura la tua gioia. Cosa c’è sulla terra e nel cielo che tu non abbia ancora?”.
“Ho fatto un sogno, riflettevo su cosa possa significare”, replicò Shirin, “Mi parve nel sogno un bel fiore con tre petali, su ogni petalo era disegnata un’immagine. Su uno di loro c’era una fanciulla che faceva il bagno in una campanula, sull’altra c’era un occhio dentro il sole, sul terzo un teschio incoronato con rose. Fin quando non ne scopro il senso, non riesco a gioire.
Il re chiamò subito a sé i suoi saggi ed indovini che interpretino il sogno. Nessuno ci riuscì. Quando tutti fallirono, chiamò Ferhad.
“Ecco, Shirin ha nuovamente un desiderio che nessuno riesce a soddisfare”, disse e gli raccontò il sogno.
Ferhad sospirò e sorrise, sospirò per amore e sorrise per essere riuscito nella sua impresa.
"Le immagini hanno questo significato:”, disse con tranquillità a Cosroe “ il primo significa che ti bagni nelle mie lacrime, il secondo che vedo te dovunque e la terza che muoio d’amore”.
Il re disse la soluzione del sogno di Ferhad, così Shirin capì che Ferhad era l’amante segreto.

“Tre desideri sono stati già esauditi”, avvertì Ferhad il re, “ne sono rimasti solo quattro”.
Il re iniziò a preoccuparsi,
Shirin invece diventò pallida, più pallida del giglio. Gironzolava nelle sale del palazzo come se non fosse tra le nuvole. Nessuno sapeva che cosa la facesse soffrire.
Invano insisteva il re perché gli dicesse cosa le pesava.
Shirin ogni giorno inventava un nuovo desiderio capriccioso che un attimo dopo svaniva dopo averlo desiderato tanto, come fanno appunto le donne che hanno tutto, tutte le gioie della vita, ma insoddisfatte nell’amore.
“Mi sento il cuore talmente appesantito”, disse un bel giorno Shirin al re. “Oggi ho capito cosa lo appesantisce. Dal mio giardino non vedo nient'altro che la cima del Takhtin Beshtun e quella è una roccia talmente spoglia e arida, che ogni volta che la vedo mi soffoca, come se portassi tutto il suo peso sul mio petto; se vedessi là in alto fiorire un cespuglio di melograno, anche solo uno, penso che sparirebbe questa mia sensazione di soffocamento.
“Ma chi vuoi che salga così in alto?”, pensò il re tra sè e sè e inviò il desiderio impossibile e il nuovo compito a Ferhad.
L’artista prese il suo martello e si mise a intagliare le scalinate nella ripida roccia, lo aiutava la sua immaginazione ardente e coraggiosa. L’idea era demoniaca e temeraria, le scalinate erano una sopra l’altra in un calcolo di precisione meraviglioso, e doveva essere una testa molto coraggiosa quello che si avventava a salirle, giacché all’altezza di trecento piedi non c’era alcun appoggio, solo le scalinate scolpite nella roccia.
Un giorno venne di nuovo Ferhad a trovare il re e gli disse con voce inquietante:
“E' stato esaudito anche il quarto desiderio”.
Il re guardò la cima del Takhiti Bestun e vide là le fronde degli alberi.
“Ne sono rimasti tre”, sussurrò lo scultore all’orecchio del re e se ne andò via.
Al re gli si stringeva il cuore dall’angoscia quando incontrava Shirin, il cui volto brillava di una gloriosa felicità, da quando verdeggiavano le cime del Takhti Bostan. Stava seduta per l’intera giornata là da dove si potevano intravedere le cime della roccia che si ergeva solitaria sopra e oltre le mura alte del giardino, il suo sguardo era incatenato da quei cespugli e a volte canticchiava tutta la notte accanto alle sorgenti del suo giardino, guardando i cespugli in alto. L’eco del Takhiti Bostan riecheggiava dolcemente il suo canto incantevole.
Tutti, anche il re pensava che l’eco e i cespugli, erano la causa della sua gioia, solo Shirin sapeva che tra le fronde degli alberi la guardava un volto assetato che riecheggiava il suo canto. Era Ferhad, che ogni giorno rischiava la sua vita per contemplare dall’altezza delle nuvole la sua diletta.
La regina appassiva e appassiva. Né i saggi, né i medici erano riusciti trovare il motivo per il quale la sua parola era un sospiro, il suo canto un lamento e il suo sonno era irrequieto. Non c’era nulla che le poteva alleviare la sofferenza: non voleva nè danza, né caccia, né feste. Cosroe le aveva costruito un intero palazzo, che era pieno dei tesori che il vento aveva portato sulle baie persiane con le navi dell’imperatore bizantino Eraclio. Non degnò nemmeno di uno sguardo i tesori di Badaverd e nemmeno per un attimo riuscì a provare interesse per le migliaia di globi d’oro che rappresentavano la volta celeste del palazzo di Artemisia.
I suoi capricci, i suoi desideri andavano oltre ogni possibilità umana. Cosroe era disperato. Oh, ai re  basta una donna capricciosa per ricordare che nemmeno loro sono degli dei.
Shirin diventava sempre più pallida. Il re si chiedeva preoccupato che pensieri la attanagliano.
“Sono malata”, disse Shirin, “nel sogno è venuto da me un Amshaspand con un fiore nella mano e mi ha detto che mi farà sapere cosa mi attanaglia. A un suo cenno,  il mio corpo diventò tutto trasparente. Allora vidi con sgomento che il mio cuore diventava sempre più bianco e seppi che quando sarà del tutto bianco io morirò. Amshaspand mi consigliò di cercare un fiore dello stesso tipo di quello che teneva nella mano per poter guarire, giacché unicamente il suo profumo mi potrà ridare la salute."
“E come che era quel fiore?”.
"Sul lungo fusto c'erano fiori viola come campanelle e una volta girati in ogni campanella c'era una coppia di tortorelle."
Non potevano essere grandi botanici né il re né i suoi savi, giacché, malgrado le loro ricerche accurate, non erano riusciti a indovinare di che tipo di pianta avesse bisogno Shirin.
Questo quindi, fu il quinto desiderio che andava affidato a Ferhad. Lui s’incamminò fino alle montagne del Taurus, dove trovò la ben conosciuta Anthora e la portò al re. Gli fece vedere i grappoli dei fiori con i campanellini viola con dentro le due tortorelle. Il re ebbe un brivido a sentire le parole ammonitrici dell’artista:
“Questo fu il quinto desiderio. Ne mancano solo due”.
Alcun profumo dei fiori fece invece guarire la bella delle belle; il re piangeva se la vedeva. La paragonava alla sua statua e vedeva che la statua era piena di vita, mentre ella era cerula come la morte. L’intera notte, se si porgeva sulla terrazza, sopra il suo giardino muto ascoltava le nenie strazianti.
“Perché gareggi con l’usignolo anima della mia anima?". Chiese il re con delicatezza, toccandola appena appena con le sue labbra, come se temesse che anche un respiro più forte la potesse distruggere.
“Ora solo con l’usignolo, fra poco con gli spiriti”, disse la donna con strana voluttà e sorrideva, il re piangeva.
“Perché mi parli degli spiriti. Essi son esseri freddi”.
“Andrò ad abitare tra di loro. Scendono tutte le sere nella mia stanza, mi chiamano, mi incoraggiano di andarmene via con loro. La rosa lascia cadere i suoi petali, ma il suo profumo sale su nei cieli.
“Perché desideri andare nei cieli, perché vuoi lasciarmi? Cosa c’è che qui ti manca?”.
“Di là tutto è diverso. Il giorno non conosce la notte, il desiderio, la voluttà non conoscono rimorso. Il torrente canta, le fronde degli alberi sussurrano incantevoli fiabe, la vita è un proseguimento del sogno, e  le campanelle dei fiori azzurri, che durante il giorno mi guardano come occhi delle fate, nel sogno prendono vita. Oh, ma le fate sono bellissime, il loro mantello è tessuto di nebbia, i loro piedini non lasciano traccia sulla terra, non affondano in acqua, le loro ali  di farfalla brillano nei colori dell’arcobaleno, tra i loro riccioli scintillano le stelle e le gocce di rugiada. Stanotte le ho viste, facevano il bagno in un lago, il lago era coperto da una polvere d’oro che galleggiava sulla superficie; mi chiamavano, stavo per volare da loro, ma, proprio allora, mi hai svegliato. Oh, quanto vorrei avere un lago così, il cui specchio sia coperto d’oro.
Il re si rattristò. Aveva lui abbastanza oro, ne avrebbe potuto riempire interi fiumi, però come farlo galleggiare sull’acqua. Invano lo raffinivano fino all’improbabile, anche le nuvolette d’oro più leggere della piuma scendevano sul fondo dell’acqua. Nessuno riuscì a scoprire  l’oro delle fate.
Con temere e speranza il re fece chiamare Ferhad. Tremava dal desiderio di riuscire ad accontentarla, ma sperava che questo compito fosse impossibile pure per lui.
Ferhad ascoltò il nuovo compito, andò sui prati fioriti di Behistun; raccolse un milione di farfalle con ali dorate e con la polvere di luce delle loro ali ricoprì il piccolo laghetto, ed ecco che l’oro galleggiava sull’acqua.
“Ho esaudito il sesto desio”, disse lo scultore al re, “me ne resta uno solo, l’ultimo”. Il re tremava per Shirin, la voleva proteggere dallo scultore a chi l’aveva promessa con un giuramento, e la voleva proteggere dalla morte da chi non poteva difenderla. Nell’animo della bella tra le belle divampava l’amore, ma esso non ardeva  per il suo padrone, ma per un povero giovane sconosciuto che era impazzito d’amore per lei e con la potenza  della sua follia creava prodigi per soddisfare i capricci del momento del suo idolo adorato. La giovane dama, mentre ai piedi del re suonava con l’arpa canzoni dolceamare talmente belle e strazianti che gareggiavano con i versi dell’usignolo, nel suo cuore di nascosto si domandava se magari colui che dall'alto le risponde echeggiando le sue canzoni, potesse sentirla.
Mancava solo un desiderio per poter essere l’uno dell’altro.
Shirin non pensava nemmeno per sogno che tutti quei desideri assurdi che ella escogitava pesassero sulle spalle di colui che la amava tanto. Un bel giorno disse col dolce volto trasognato al re:
“Sai perché mai sono sempre triste? perché non vedo mai sorgere il sole. Questa grande montagna con le sue foreste, mi toglie la luce mattutina. Come sarebbe bello se ci fosse una strada attraverso la montagna, cosi che io potessi vedere i primi raggi di sole all’alba."
Il re si sentiva sollevato. Fece chiamare Ferhad e disse col volto glorioso:
“Ascolta il settimo desio di Shirin. Ella desidera vedere sorgere il sole dalla finestra del palazzo; perciò vuole far fare una strada che taglia il Behistun per vedere i primi raggi di sole all’alba. Vai Ferhad, accontentala”.
“Uffa, Shirin", sospirò afflitto lo scultore, che prese il suo martello e se ne andò verso la montagna. La gente guardava alle sue spalle e ridacchiava.
Presto a Destagerd echeggiarono i colpi di martello, giacché lo scultore si era messo al lavoro. L’opera progrediva inarrestabe come se avessero lavorato dei giganti. Ogni giorno si potevano sentire rumori di frane, distacchi di blocchi rocciosi, ma se la sera la regina si sedeva sul tetto del palazzo, nell'alto silenzio della notte le pareva di sentire da lontano, come attraverso un sogno, dopo ogni battito di martello. echeggiare il suo nome “Shirin!”.

Là Ferhad lavorava giorno e notte. L’amore lo rendeva folle e la follia gli dava forze sovraumane. Lui riusciva realizzare l’idea che l’uomo comune non aveva coraggio neanche a pensarla  e la traversata del Behistun proseguiva piano, ma sicura. Giacché allo scultore non bastava che questo passaggio fosse fatto, ma voleva anche che fosse un’opera d’arte, quindi scolpì in vari posti sulle mura della gola, il volto di Shirin, le sue statue così come era lei quando veniva a trovarlo nei suoi sogni, sorridente, timida, inghirlandata di fiori.
Cosi nacquero i due archi, che esistono ancor oggi, come esistono le immagini e i bassorilievi, anche se molti sono stati invasi dall’edera.
Ben Mohamed al Qazvini chiama quest’opera una delle meraviglie del creato, e gli scultori di tutto il mondo venivano ad ammirare l’opera di Ferhad.
L’opera progrediva in maniera inarrestabile e quanto più il lavoro svolgeva alla fine, quanto più Cosroe era sempre più disperato, in quanto stava per perdere Shirin perché la forza del suo concorrente non era una forza sovraumana.
Oramai era disponibile far uccidere Ferhad, malgrado il voto che aveva fatto, invogliò pure i suoi uomini, ma chi mai si assumerebbe questo compito? Chi avrebbe il coraggio di ammazzare un folle, posseduto dagli dei? Le mani degli dei posano sugli pazzi, dentro loro abita uno spirito estraneo e chi osa cancellare con la punta della lance uno spirito?
Tra i suoi mercenari non trovò alcuno che volesse assassinare Ferhad.
Ma per l’infamia per la quale non trovò un uomo trovò una vecchia bacucca. Viveva in Destagerd una vecchia indovina Omaya, centinaia di rughe solcavano il suo volto, cento peccati il suo cuore.  Ella, sentendo del dolore segreto che attanaglia il cuore del re, un bel giorno si presentò davanti al re e si offrì lei di far perdere Ferhad.
L’animo del re rabbrividì. Dinanzi al reato che egli stesso fino ad ora cercava smanioso, ora che le si offriva sul piatto indietreggiò.
 “Mi impedisce un giuramento di fargli del male”, rispose rifiutando alla donna.
“Io non lo toccherò nemmeno con un dito, né gli darò da bere veleno, né gli farò alcun incanto, ma riuscirò a farlo perdere senza toccarlo."
“Allora fallo pure”, disse il re e lasciò andare la donna.
Omaya andò alla montagna di  Behistun per cercare Ferhad. Lo scultore lavorava sulla terrazzo della roccia gridando a ogni colpo di martello il suo nome “Shirin, Shirin” e l’eco gli rispondeva sempre Shirin, Shirin.
Omaya si fermò sotto la montagna e urlò rivolgendosi a Ferhad in alto:
“Che scemo sei tu Ferhad che continui a chiamare il nome di Shirin, mentre ella oramai da quattordici giorni giace morta, e il re e la corte da un bel po’ di tempo portano il lutto.

A sentir tali parole Ferhad precipitò come l’aquila  folgorata, scagliò via il suo martello e anche egli saltò nel vuoto:  la sua anima ardente spirò  tra le sue opere che rimasero immortali.
Quella notte Shirin non senti più l’eco ripetuto del suo nome. Il giorno seguente chiese come mai si fossero fermati i cavi in vista del taglio del Behistun?
“E’ morto l’artista che aveva iniziato l’opera” le parlarono in tal modo “Di notte precipitò dalla roccia, e non si trova nessun'altro che voglia o che sappia proseguire il lavoro iniziato.
Shirin piegò sul petto il bel capo come un fiore appassito.
“Vado nel regno delle fate”, sussurrò con volto solcato dalla sofferenza.
E se ne andò nel regno delle fate…
Il terzo giorno smise di vivere. Andò là dove il sole non conosce ombra, dove la voluttà non conosce rimorsi, dove sbocciano le campanule, dove le fate danzano e fanno il bagno nei laghi dorati, dove la vita e il sogno si fondono e dove l’amore è un bacio eterno. Là ritrovò anche Ferhad e da allora in poi non smise mai di essere felice.
La rosa  lasciò cadere i suoi petali, il suo profumo volò nel cielo.
Il re e l’intero regno tennero quattordici giorni di lutto cittadino. Allora giunsero le fanciulle di Shirhaz e col permesso reale la seppellirono vicino a Ferhad, sulla tomba piantarono la rosa rossa, sull’altra tomba la rosa bianca affinchè i fiori dell’amore fioriscano per sempre su quelli che hanno dato la vita per l’amore.
Il re, nella sua desolazione, fece seppellire viva la malefica Omaya ché causò la morte dei due, tra le due tombe e la coprì con rovi e ortiche.
La statua di Shirin la fece mettere sulla riva del fiume che porta il suo nome, illudendosi dolcemente al pensiero che ora là Shirin fa bagno.
Dastagerd fu rasa al suolo, le rovine di Babilonia, Persepoli e Ctesifonte le hanno sommerse gli irti rovi e giacciono sepolte nel  fitto della vegetazione. Cosroe il Glorioso morì senza gloria e senza potere, scappando dai nemici, pugnalato dai sicari di suo figlio. Con lui giunse alla fine anche la grandiosa dinastia dei sassanidi.
Tutto è scomparso ormai, solo la memoria dell’amore di Shirin e Ferhad vive ancora.
Il “paradiso” si è inselvatichito: dentro di esso il popolo cura solo un melograno. Questo viene considerato l’albero di Ferhad, dal cui legno si è fatto il martello che fiorì quando fu scagliato a terra; si dice che chi siede sotto l’ombra del melograno guarisce dalle sue pene d’amore.
Dalle tre sepolture vicino a Kazri Shirin ogni anno crescono ancora le loro rose e  i loro rovi, e la statua della “bella Shirin”, malgrado ormai manca di sembianze umane, viene adornata ancor oggi.
Le sculture di Takhiti Bostan , bassorilievi di Behistun  sono avvolti dall’erba e dal muschio: da terre sconosciute arriva la gente e si meraviglia di che prodigi  siano capaci quei poteri sovrannaturali: l’arte, la follia e l’amore.