mercoledì 1 luglio 2015

SHIRIN (lavoro in corso)




SHIRIN 1852
Peregriniamo sugli altipiani della Persia… Due ombre si aggirano attorno a noi dovunque andiamo (senza sosta); Una è l’ombra creata dal sole, l’altra è l’ombra delle vestigia del passato. 
Non c’è pietra o non c'é collina in questa terra, che non celi una leggenda intessuta della storia dell’umanità; Quelle povere capanne di terra sono erette su delle splendenti città antiche, mentre quelle caprette pascolano sulle tombe dei re.
Qua e là si vedono delle colline dalle quali spuntano delle rocce. Ricercatori stranieri vengono a scavare nelle colline abbandonate. Nessuno si ricorda oramai che cosa c'era là, ma con un brivido nascosto, leggono dalle pietre che qui si ergevano la citta di Ninive o Ctesifonte (n.tr. L'autore probabilmente si riferisce all'estensione della Persia sotto il regno del re sassanide Corsoe Parwiz, giacché la storia si svolge alla sua corte). Continuiamo la nostra strada, esploriamo altre colline così per tre giornate e tutte le rovine confermano che qui sorgeva Ninive o Ctesifonte , il regno era così esteso da non riuscire a vederne la fine. Un intero regno dorme qua sommerso. La gente del posto passa indifferente, accanto a queste rovine e si chiede sbigottita cosa mai possano trovare gli stranieri di così interessante in queste colline sulle quali, da quando mondo è mondo, cresce solo l’erica e le ortiche.
Giace sepolta la Persia, la temuta rivale di Roma, ci si è dimenticato delle sue gloriose armate, e delle sue regge opulenti. Nessuno s’inchina con reverenza di fronte alle loro tombe, i loro nomi sono inabissati nell’oblio e le loro gesta sono coperte di polvere sui fogli ingialliti dei libri di storia. Eppure il ricordo dei loro grandi amori, i loro sogni più teneri, sopravvivono nel cuore della tradizione orale che li ha custoditi e li ha tramandati  ed ecco le antiche fiabe che ci raccontano degli amori fiabeschi di tempi remotissimi.
Nemmeno i più antichi saggi del popolo potrebbero dire che cosa si trova sotto queste colline, ma se chiedessi “Che cosa rappresentano questi tre mucchi di terra, dove le ragazze giovani dei dintorni vengono a cantare dolci nenie e a ballare in cerchio come le fate?”, chiunque potrà dirtelo; che colà giace la tomba di Ferhad, l’artista immortale, e sopra la sua tomba spunta la rosa rossa; l’altra tomba è quella dell'incantevole regina Shirin, dai fiabeschi capelli: una rosa bianca spunta sopra la sua tomba. Tra loro due dorme il sonno eterno Omaya, la malefica vecchia che aveva teso loro la trappola mortale: sopra la sua tomba crescono solo le ortiche. I due cespugli di rose esistono là dalla notte dei tempi, da allora, con le loro braccia, sembrano cercarsi l’un l’altro; quando cadono i petali, il vento adorna il posto con una coltre di petali di rose. Le fanciulle dei dintorni vengono qua per accudire queste rose e per raccontarsi l'un l'altra la storia d’amore tra Shirin e Ferhad.
Le catene montuose di Behistun abbracciano in un ampio semicerchio una delle più aride pianure della Persia occidentale. Prima appaiono solo piccole colline verdeggianti, che poi diventano sempre più grandi, per tramutarsi in montagne spoglie e rocce minacciose. Una delle rocce più grandi e incombenti è Taq-e Bostan “il trono dei bei giardini” che, minaccioso e cupo, s’innalza e domina il Kermanshah, come un vecchio re calvo domina la sua sposa giovane in fiore che sta seduta ai suoi piedi.
Il monte Behistun è un libro aperto, nella sua pietra popoli, re ed eroi hanno inciso la loro storia.
(…)

In illo tempore,  quando Cosroe Parwiz regnava sulla Persia, questo posto oggi coperto di cespugli si chiamava “Il Paradiso”. Questo era il posto prediletto del re Corsoe Parwiz , con tanti ettari di foreste, nelle qualoi si poteva  andare a cacciare la tigre con gli elefanti.
(…) Qui viveva il pavone che mangiava riso rosso dalla mano delle regine.
(..)
Cosroe Parwiz arricchì “il Paradiso” con nuove opere e con molte statue, di scultori greci e romani che arrivarono numerosi alla sua corte, scappando dalla loro terra, dove, in quel momento, facevano razzie Vandali e Avari, che non apprezzavano granché le belle arti.
Un bel giorno Cosroe chiamò alla corte tutti gli scultori del suo impero e li radunò in una sala rotonda, la cui unica finestra, ampia come una porta, era coperta da tendaggi di seta rossa, radunò tutti attorno a sé, davanti a questa finestra.
“Artisti!”, disse il re, ”voi siete esseri ispirati dalle muse, voi condividete con gli dei il segreto della creazione. Seguendo i  miei desideri avete riempito questa terra di meraviglie, avete resa immortale la notizia (?Quale?), avete resa eterna la gloria sfuggente strappandola alla fragilità, avete strappato all’oblio la grandezza degli eroi mortali; ora una nuova sfida vi aspetta, immortalare la rara bellezza, quella che mai nessuno ha potuto raggiungere sotto il cielo."
Gli scultori, indovinando i desideri del re, sussurrarono: "Shirin!".
“Esattamente", disse il Re; e parlò di lei: "Voglio rendere immortale il suo ricordo, che la sua bellezza permanga per i secoli dei secoli, affinché anche dopo millenni il mondo possa dilettarsi ed ammirarla".  *
(qui continua a parlare il re???)
"La sfida sarà difficilissima, praticamente impossibile creare qualcosa di simile a lei, giacché nessuno potrebbe guardarla senza sentirsi abbagliato e sentire indebolita la propria mano.
Infatti la vedrete per un attimo soltanto, una sola volta, per un momento che non durerà più di un ampio respiro. Colui che non riuscirà ad imprimere la sua immagine nella mente, in seguito a questo unico sguardo, quello rinuncerà a creare l’opera.
Chi non padroneggia l’arte di scolpire nella pietra labbra eloquenti, volto sorridente, petto ansimante, quello non deve nemmeno mettersi all’opera, giacché se si troverà qualcuno tra di voi che la renderà in maniera cosi fedele come gradisco, quello avrà una grande ricompensa e potrà chiedermi tutto quel che vuole, se fosse sufficientemente incosciente da anellare alla mia corona, gliela darò, invece, se la statua da lei ispirata non sarà fedele al modello, lo castigherò, come si punisce un ladro, come si punisce un sacrilego che ruba il fuoco sacro per cucinarsi del cibo. Con chi osa con mani da dilettante gareggiare con gli dei, io sarò spietato come fu Atena con Aracne. Ed ora, radunatevi attorno alla finestra e guardate."
Il re stesso pigliò il cordone e sollevò il sipario dinanzi agli occhi degli scultori.
Si spalancò davanti ai loro occhi un bellissimo giardino rotondo, con palme ondeggianti, dalle foglie scintillanti cadevano gocce di rugiada che brillavano al sole, tra folti cespugli di mirto giaceva un laghetto. Attraverso le sue acque cristalline si intravedeva il mosaico pregiato che decorava il fondo della piscina. Dai quattro angoli, quattro draghi di bronzo sputavano acqua. Sulle rive spumeggianti galleggiavano petali di fiori, caduti dalle piante che crescevano sulle sponde.
Il giardino era circondato da mura talmente alte che si scorgevano solo le vette del Takhiti Bestun, ma dall’interno non sembravano affatto opprimenti, le mura erano interamente rivestite dall’edera, dal convolvolo e da altre rampicanti; anche le terrazze erano adornate con cespugli di rose e di laburno e altre pianti i cui grappoli di fiori pendevano da tutte le parti.
Al di là dei cespugli si sentiva un suono d'arpa e centinaia di armoniose voci femminili addolcivano l’aria. Corsoe Parviz teneva diciottomila dame di corte. Esse non avevano altro compito che rallegrare l’animo di Shirin.
Ad un tratto si aprirono i cespugli e gli scultori restarono col fiato sospeso temendo di perdere il lume degli occhi.
Apparvero sei leggiadre fanciulle, erano sfavillanti come le stelle, belle come la luna. La prima era una bionda pulzella scandinava, la seconda era slanciata con lineamenti circassi dai capelli rossi , la terza era una ragazza Indù mora, le cui membra splendevano come l’ambra al sole, la quarta aveva il viso come una rosa, occhi neri come la pece, le membra sode e arrotondate col tiro dell’arco e l'uso della spada, la quinta era una minuta e delicata ragazza cinese, nel cui sguardo divampava un fuoco segreto, le sue membra erano diafane come l’alabastro e la vita flessibile come il giunco, la sesta era etiope con tratti da bambina ed occhi sinceri, sul suo viso trasparivano le rose della giovinezza, come una luce che illumina la notte.
Ma ora scomparite splendenti lune e sfavillanti stelle ! E’ sorto il sole… E apparve la settima donna: era Shirin.
La grazia delle altre sbiadiva al suo confronto, era solo un'ombra attorno a Lei. Erano come le nuvole intorno al sole che vengono dorate dai suoi raggi, nessuno le guardava più. Ogni sguardo si concentrò sul volto di Shirin, vedendo solo lei, rimirando solo lei, solo lei restò indimenticabile.
Oh, non paragonate il bello con il marmo, con la rosa o col giglio. La pietra è fredda, la rosa e il giglio appassiscono. Ciò che è bello solo per lo sguardo, non è bello! C’è  un senso segreto nella bellezza, profondo e nascosto, che l’uomo intuisce, ma non riesce a capire.
In cosa risiede quel singolare fascino, quell’incanto indistruttibile che rese immortale la bellezza di Shirin, facendo entusiasmare poeti per secoli? Faccine graziose sono sempre esistite, ma l’anima bella che abita il bel faccino era ciò che rendeva davvero affascinante ogni suo tratto, tanto che chi la guardava diventava per forza un poeta!
Ciò che la rendeva unica tra tutte le bellezze del mondo era un meraviglioso amalgama delle espressioni contradittorie che univano il cielo con la terra. Nel lieto sorriso delle labbra si celava l’anelito per mondi più poetici, nella serena fierezza della fronte brillava l’innocenza, oltre le lacrime di desiderio nei suoi occhi divampavano i fuochi della passione, e quando chiudeva le ciglia parlavano di gioia e sofferenza allo stesso tempo.
Ad ogni passo sembrava un’altra donna. Rincorreva una farfalla, e quando essa si posava su una rosa la prendeva: sembrava una bimba birichina, felice per la sua preda. Allora provava compassione per la farfalla, la poggiava sul palmo della mano e la lasciava volare col vento; col volto rivolto verso l’alto sembrava una fatina delicata, come se stesse per spiccare il volo dietro alla  farfalla.
Calpestando qualcosa di freddo, emise un grido, temendo che fosse un serpente sotto i suoi piedi; poi si mise a ridere, deridendo il proprio spavento. Rideva come una naiade che giocava con le sue compagne, esse sollevarono il fiore da lei calpestato. Le vennero allora le lacrime agli occhi, per averlo schiacciato. Lo mise allora sul petto perché potesse rinvenire. Dopodiché si sedette con le sue damigelle sull’orlo della laghetto: esse portavano ghirlande di fiori, le mettevano attorno alla sua fronte come corona, come cintola attorno ai suoi vestiti leggeri, per esaltare la sua mirabile statura ed ella si lasciava adornare sorridendo. Le ragazze le sussurravano qualcosa all’orecchio. A volte le ascoltava sorridendo, altre volte, come se le parole sussurrate le avessero fatto solletico, si nascondeva l’orecchio, ritirando in maniera melliflua la sua tesa tra le spalle, rabbrividendo nel sentire una parola e guardando con rabbia dignitosa la sua compagna. Alzando in modo fiero e altezzoso la testa, i suoi occhi luccicavano, le sue sopracciglia sembravano archi tesi pronti a colpire, come quelli di Diana quando uccise le figlie di Niobe. Quelle, tremando, si resero meste davanti allo sguardo della dea. Allora ella fece segno freddamente che se ne potevano andare e restò sola, con atteggiamento sognante si sdraiò sulla sponda dell’acqua, buttando uno per uno i fiori della sua corona nelle querule schiume.
Alla fine sospirò lungamente poggiando la mano sul petto e sul volto si scorgeva il desiderio senza nome di una felicita senza gioia, che pian pianino lo tramutò in un rosso roseto (Non ho capito la frase): era l’amore che non sa amare ancora. Entrò con un piede nell’acqua, guardandosi intorno con pudore spaventato per vedere se qualcuno la vedesse. Poi sciolse i bottoni che chiudevano la sua tunica al collo e sulle spalle e allora guardò in modo solenne verso il cielo che era l’unico degno di vederla. Ormai solo una cintura di fiori e perle intrecciate sosteneva la tunica sul suo delicato corpo, il braccio svelato si alzava sopra la testa, come a chiedere al sole di non guardarla con così tanto ardore.
Un momento dopo stava come Afrodite Anadiomene tra le spume cristalline.
A quel punto il re lasciò cadere il sipario davanti agli occhi degli scultori. Quelli non riuscivano a tornare in sè dalla meraviglia e dall’incanto. Qualcuno di loro guardava la cortina con gli occhi in fiamme e il volto in avanti come se volesse bruciarlo con lo sguardo, un altro mise la mano davanti agli occhi come se volesse proteggerli davanti ad un bagliore inconsueto, un altro ancora alzò lo sguardo verso il cielo come se volesse cercare nel cielo la visione che aveva visto per terra.
“L’avete vista!”, disse il re, “Ora potete andare, pensateci. Entro un anno tornerete in questa sala. Chi riuscirà a creare la statua, fedele copia in pietra, avrà la sua ricompensa, chi fallirà sarà decapitato.”
Gli artisti si diradarono con volti trasognati. Per ultimo restò il canuto Harun, il più anziano artista del re, che sembrava misurare la schema del disegno progettato nella sua testa, con la mano sulle labbra e con la faccia serena. Accanto a lui stava un giovane scultore greco, chiamato Ferhad alla corte persiana: egli era inginocchiato con la testa poggiata sul petto, nascondendo la faccia con le mani.
“Torniamo tra un anno”, disse il vecchio scultore con tranquillità, fiducioso della propria arte, e quando vide il ragazzo inginocchiato, lo scosse dalla sua posizione melancolica: “Ferhad, tu non hai visto Shirin?”.
“Io la vedo ancora”, rispose il giovane.
“Ma che? Ma se ti sei coperto il volto”.
“La vedo col mio cuore”.


“Dai, sbrighiamoci a progettare i nostri schemi di base prima di dimenticare ciò che abbiam visto”.
“Magari potessi scordarla, magari potesse scordare il cervo la freccia che porta dentro la sua ferita! Se il lago potesse scordare il sole i cui raggi l'hanno prosciugato! Magari avessi io la tua barba canuta Harun, così potrei sperare di dimenticarla”.
Ferhad si alzò con lo sguardo stralunato e, barcollando, si allontanò appoggiandosi alla spalla di Harun, come fosse colpito all’improvviso da una malattia grave. Da quel momento  Farhad si faceva vedere sempre più di rado nella corte del palazzo, per di più aveva un comportamento talmente strano che la gente cominciò ad evitarlo.
Guardava dinanzi a sè meditabondo, parlava da solo, sospirava, sorrideva tra sè e sè, gesticolava, chiedeva qualcosa, pregava, piangeva, tremava, di volta in volta si fermava, si guardava altezzoso intorno. Invano gli si rivolgeva la parola, non sentiva, non vedeva nulla, non reagiva al suo nome, invece, se qualcuno pronunciava il nome Shirin, si sentiva scosso da un fremito, sospirava profondamente, esprimendo piacere, dolore ed eterna brama in un unico respiro, quindi, come se avesse freddo, si avvolgeva nel suo mantello e si precipitava a rincasare.
Veniva considerato buono ed innocuo, stolto, la tradizione orientale insegnava a rispettarlo, anche perché non era l’unico che dopo aver visto Shirin aveva perso il senno.
Passò l’anno ed ecco che arrivò il giorno prefissato. Gli scultori alzarono le loro statue nella sala rotonda perché il re le svelasse una ad una.
Arrivò il re, la corte e compagnia cantante. Davanti e dietro di lui sfilava un’intera orchestra: giovani ragazze stavano sedute in fila con le loro arpe triangolari in grembo, in un’altra fila stavano i suonatori di zampogna a due bracci. Davanti a loro c'era il calvo Barbad, la cui immagine appariva sempre in compagnia del re; perché il re, Cosroe Parviz  non muoveva un passo senza la musica.  Sia in guerra, sia alla caccia, e pure in camera di giustizia si portava l'orchestra.  La sera prendeva sonno al lontano suon argenteo dell'arpa che intesseva i suoi sogni di immagini  fiabesche, mentre Il suono dolceamaro della zampogna gli annunciava l’arrivo del mattino. Così sembrava che il raggio roseo che entrava attraverso la finestra risuonasse e che il canto spuntasse dalla stessa fonte della luce del giorno. Bastava uno sguardo al capo dei musicisti per  indovinare lo stato d’animo del re e se il re sognava con gli occhi aperti l’amore di Shirin, allora tutte le melodie decantavano le grazie di Shirin e gli gocciolavano lentamente nel cuore un’emozione felice, calda, dolce, indescrivibile. Invece, quando andava in battaglia, lo accompagnava il coro incoraggiante, calzante delle zurne, spronando  i suoi sentimenti bellicosi.
La musica non smetteva nemmeno quando il re si sedeva sul trono reale per far giustizia. Quando aveva dinanzi a sè schiavi o prigionieri umiliati, allora il canto suonava per addolcirlo, per difendere il cuore del re dai demoni della prevaricazione e dalla sete di sangue. Le vibrazioni delle corde di arpa facevano abbassare le lance affilate per la vendetta. E se i demoni malvagi del cuore arrivavano all’ora quando egli stava da solo, se sospetti, tracotanza, diffidenza, crudeltà lo inseguivano come sovente inseguono i re barbari, la musica sconfiggeva i demoni, li cacciava via. La salvezza era nell'arpa di Barabud, che dalla sua infanzia stava sempre vicino al re, governandogli l’animo in maniera totale.


Il re si sedette sul trono, circondato dalla corte, I suoi cortigiani stavano accanto alle statue velate in attesa del suo cenno per svelarle una ad una.
Cadde il primo velo. La statua marmorea rappresentava Shirin come bambina sorridente che aveva appena preso una farfalla e la teneva sulla mano. La statua non è che non somigliasse a Shirin, ma mancava di calore, era solo una fredda roccia scolpita in sembianze umane.
Il re scosse crudelmente la testa: “Questa non è Shirin”, disse in maniera secca, volgendo il capo, “Distruggi la tua statua”. Lo scultore raggelò, sentendo  la sua sentenza di morte.
Comparve la seconda statua. Essa mostrava la regina come Naiade che giocava con le sue compagne. La statua era perfetta, ma lo scultore disgraziato aveva dimenticato il volto di Shirin ed imitò il volto di un’altra ninfa, guardando un altro modello.
“Sacrilego”, urlò arrabbiato il re, “Pensi di potermi ingannare? Nessun tratto di questa figura ha qualcosa in comune con Shirin. Perisci insieme con tua statua."
Neanche gli altri scultori ebbero maggiore successo. Il re, con il suo chiasso furibondo, pareva non sentire l’arpa di Barbud e urlò la morte sulla testa di ognuno.
Erano rimasti ormai solo due: Harun e Ferhad
Lo scultore canuto si fece avanti con calma e con sicurezza, il velo cadde e fece vedere la statua.
La meraviglia dei presenti scoppiò in un mormorio di diletto e approvazione.
La statua rappresentava Shirin come la Venere Anadiomena, che stava per uscire dalla schiuma delle acque, asciugandosi i lunghi boccoli al sole. Le sue belle forme svelate dimostravano la perfezione dell'arte, le spalle rotonde, le braccia, le anche perfette, i più fini piegamenti dei muscoli erano segno di una grande maestria che non trascurava nessun particolare sulla magnifica statura, concentrando tutto ciò che la scultura e la poesia avevano di bello.
La faccia era esattamente come l’originale, con i tratti perfetti del viso che chiunque l’avrebbe riconosciuta. Harun passò in rassegna con fiducia piena di sè i partecipanti, il cui sgomento era la più lusinghiera ricompensa.
Solo il volto del re non esprimeva alcuna riconoscenza. Ancor più frustrato guardava questa statua di quanto avesse guardato le altre. Harun si rese conto dello scontentezza sulla fronte reale e chiese preoccupato: “ Non è forse la mia statua la copia fedele di Shirin?”
“E’ e non è copia fedele”, disse Cosroe “Questo volto è il volto di Shirin, ma lo sguardo non è suo. Queste belle forme rotonde, sode sono di Shirin, ma non sono abbastanza seducenti, manca il suo calore. Queste labbra sono di Shirin, ma mancano di vita, non parlano. Le labbra di Shirin sono eloquenti anche quando tace. Vedo la statua di Shirin, ma dov’è la sua anima? Dov’è l’amore?"
“La vita viene dalle labbra di Dio, non dalla mano dell’uomo”, disse lo scultore con capo chino.


“Vecchio scultore, hai creato questa statua senza metterci il cuore, hai ridato solo la luce riflessa del sole, ma non il suo calore: spezza la tua statua”.
Gli spettatori assistettero sgomenti alla distruzione a colpi di martello della magnifica statua. Harun, avvilito, piegò il capo bianco.
Non restava che Ferhad, lo stolto, il forsennato Ferhad, che non aveva seguito nessuno dei presenti, sembrava interloquire con la sua statua, ad ella rivolgeva i suoi sospiri e le sue brame. Si era seduto ai suoi piedi e guardava con sdegno le macerie delle statue maciullate.
Siccome restò per ultimo, si rizzò altezzoso, guardò dal suo piedestallo tutta l’assemblea e, con un breve gesto, tolse il velo dalla sua statua e lo scagliò lontano.
Il re balzò sbalordito dal suo trono. La corte non riuscì a trattenere un mormorio di stupore e scoppiò in un'esclamazione: “Ma questa è Shirin! E’ lei in persona!".
Era lei! Era un volto di marmo che vive, ama, sorride, affascina! Una statua le cui labbra parlano, il cui viso splende, il cui sguardo incanta; dove, su ogni tratto, fino all’ultimo fiore, si sente il tocco dell’artista innamorato, egli dà calore alla pietra, gli ha donato l’anima, che si irradia e splende.
Gli altri avevano provato a sedurre il re svelando completamente le rotondità muliebri di Shirin. Ferhad con maestria e con generosa delicatezza, aveva celato tutto sotto i drappi che parevano tenuti fermi solo dalle ghirlande di fiori e dalle candide perle. Invece, sotto questi drappi, s'intravedeva il palpitar del cuore ed ecco che questa illusione dei sensi tramutava la beltà umana  in beltà celeste.
Ferhad l’aveva immortalata nell’attimo in cui Shirin stava per immergersi nell’acqua e la sua veste leggera come la schiuma e il soffio dell'aria, che avvolge il suo maestoso corpo, viene trattenuta a malapena dalle trecce di fiori, i suoi occhi si guardano intorno con timido pudore, la mano alzata sembra difendere dal sole il suo dolce volto. Ogni suo lineamento delicato esprimeva quell'indicibile incanto che innalzava Shirin a regina tra le donne, quel miracoloso assieme di sofferenza e sorrisi, la gioia della muta brama, desiderio e voluttà, la maestosità e la purezza della fronte, l’ansimare all’impossibile che scaturisce in mezzo alla felicità, l’amore che non sa ancora amare, la bellezza che non si rende conto di sè.
Tutti ammiravano con stupore il volto di Shirin, solo il re invece intravide in questo volto anche l’anima di Shirin. Il re buttò lo scettro e il manto, saltò giù dal trono, cadde in ginocchio davanti ai piedi della statua e la copri di baci appassionati.
Il re era fuori di sé dalla gioia. L’allegro suon delle arpe rispecchiava la felicità della sua anima.
 “Ferhad! Tua è la gloria!”, disse il re stringendo forte la mano dello scultore. Dio ha creato una sola volta una Shirin. Tu l’hai resa immortale, chiedimi tutto quel che vuoi e te lo darò.
Ferhad guardò cupo il re.
“Giura che mi darai ciò ch’io ti chiedo!”.
“Chiedimi qualsiasi cosa che io abbia il potere di darti”.
“Giura sul Sole”.

Il re chiamò il sommo sacerdote e, poggiando la mano sull’icona dorata del sole, giurò che avrebbe dato a Farhad qualsiasi cosa egli gli avesse chiesto.
“Quindi”, disse Farhad, “ti chiedo di lasciare la vita agli scultori le cui statue hai fatto frantumare”.
Un rumore di piacevole sorpresa attraversò la sala al sentire quel magnanimo desiderio.
“Che sia”, disse il re, “il tuo generoso desiderio ti rende superiore, ma questa non è ancora la ricompensa per la tua eccezionale opera. Abbi il coraggio di chiedermi una cosa grandiosa e io esaudirò il tuo desiderio”.
“Non donarmi nulla, oh re. Io non ti chiedo nulla”.
“Senti, tu mi prendi per pezzente, mi prendi per avaro ché non osi chiedermi una ricompensa? Se mi sta in potere ciò che desideri che sia tuo! Parla chiaramente!".
Ferhad alzò la testa e, fermandosi davanti al re, disse con voce tremante di emozione:
“E va bene parlo. Dammi Shirin!".
I volti dei presenti diventarono cianotici, tutti fecero un salto indietro per allontanarsi in fretta da Ferhad, come quando uno ha attirato la maledizione sulla sua testa.
Cosroe, senza proferire una parola, sguainò la spada di uno dei suoi guerrieri e si avventò imbestialito  verso Ferhad, pure le arpe di Barabud si scordarono di suonare per lo spavento.
Solo Ferhad non si perse l’animo, indicò verso il sole, volgendosi al re e disse:
“Uccidi prima  il sole su cui hai giurato, e dopo uccidi me”.
Il re abbassò la lance. Capì che il suo giuramento lo aveva intrappolato.
“Ferhad stai delirando, ma tu sei pazzo, ti è andato in volta il cervello?!”.
“Si, io so sono pazzo perché l'amo. Quando hai visto questa statua non avevi subito capito che è stato creato dall’amore?  Il mio amore folle è stato quello che le ha dato l'anima ed è quella che vive ora dentro di Lei; Shirin è mia. La vedo davanti ai miei occhi sempre e dovunque mi trovo. La vedo in sonno e durante la veglia: sorride, brama, piange e sospira; io la vedo, ma aridi deserti, ampie pianure stanno tra di noi, invano le corro dietro e mai la raggiungo. Io voglio possederla, rallegrarmi dal suo sorriso, ascoltare il tintinnio del suo riso e del suo pianto e sentire i palpiti del suo cuore.
“Taci, forsennato!”, urlò Corsoe, “perdono il tuo folle desiderio, chiedimi un'altra cosa”.
Ferhad impugnò il suo martello e si fermò presso la sua statua.
“Tu sei capace solo a promettere, o re, ma quando devi dare ciò che hai promesso allora ti metti a  contrattare come un qualsiasi mercante; io ti ho chiesto una ricompensa per la statua, tu hai giurato che me l'avresti data, se ora vuoi tradire il tuo giuramento è un tuo problema, ma se neghi il mio desiderio con questo martello distruggo la statua qui dinanzi ai tuoi occhi.”

“Fermati invasato!”, gridò Corsoe preoccupato, “ Lascia ch’io parli con la tua testa bollente. Tu stesso non ti rendi conto di cosa vuoi. Shirin è regina, tu sei un mendicante”.
“Il Mio cuore è ricco”.
“A me sono sottomessi tre regni. Da tutte le direzioni della rosa dei venti, ricchezze, tesori e rarità arrivano ai piedi del mio trono; io posso avere tutto ciò che mano umana può creare e neppure così non posso soddisfare nemmeno la metà dei desideri di Shirin: dovrei essere dio, non re, per accontentare tutti i suoi sospiri, cosa potrai allora fare tu?".
“Oh re!”, rispose Ferhad, “il poeta, l’artista si trova più vicino al potere divino del re. Ciò che tu non riesci a fare usando il tuo potere, io potrei riuscirci usando la mia arte. Il tuo potere è la distruzione, la mia arte è quella di creare. Il mausoleo che innalzi in memoria del tuo nome è anche mio, tu giacerai sotto, io vi starò sopra. Ci sono innumerevoli cose che lo spirito e non la spada può realizzare. Quanto grande sia il tuo potere giammai ruberai l’attimo dall’eternità; io ne posseggo l'estensione per migliaia d’anni. Per quanto numerosa possa essere la tua orchestra mai insegnerà ad amare a chi amore non ha, Questo io riesco a fare. Che cosa è il tuo “paradiso”, se non Prigione adornata?! Cosa è felicità che le dai se non Noia dorata?! Che cosa riesci dare tu a chi smania per la felicità? Hai tu forse il potere di trasformare la tua ricchezza in un arcobaleno? Pensi che piantando una foresta di rose sicuramente sboccerà l’amore? Pensi che raccogliendo le perle da tutti i mari sarà sufficiente a creare una sola lacrima di felicità e voluttà negli occhi della tua amata? Tutta la terra conosciuta è sotto il tuo potere, nel mio potere invece c'è il cielo sconosciuto. Io sono in grado offrirle di più di quanto tu possa donare.
Nella sala regnava il silenzio, la gente taceva impaurita a sentire il discorso dello scultore.
Il re posò la sua arma e si avvicinò tranquillo accanto a Ferhad.
“L’hai detto tu. La tua sentenza sta nelle tue parole, le tue parole ti giudicheranno.  Se riesci per sette volte a soddisfare i desideri di Shirin che io invece non sono in grado di soddisfare, giuro che malgrado io la ami più della mia vita, allora sarò tua”.
Ferhád allargò il petto per l'entusiasmo. Sentiva Dio dentro di sè.
“Che sia!”, disse con animo deciso, “accetto la scommessa”.  Gli venne in mente Orfeo, quello capace con la sua arte di aprire le porte del regno dei morti per riportare indietro la sua amata.
Ad un cenno del re la sala si svuotò, egli restò solo con Ferhad.
Era il momento della giornata quando Shirin soleva fare la sua passeggiata tardo pomeridiana nel giardino davanti alla grande e ampia finestra. Il re e lo scultore si nascosero tra le falde della tenda.
Dopo un istante si avvicinò la regina con il seguito e l’arpa regale, tra i cespugli le damigelle divise in gruppi ballavano e cantavano, Shirin arrivò con passo lento ed affettato in compagnia delle damigelle predilette. Le fanciulle tiravano una barca  adornata di madreperla sulla cui prua svettava  un magnifico cigno. Una delle fanciulle remava con un remo d’oro, l’altra adornava sia la nave, sia l'albero della nave, sia il collo del cigno con ghirlande di rose, una terza, attraverso una conchiglia, soffiava incantevoli bolle di sapone multicolori che volavano in alto splendenti, le altre seguivano la navicella nuotando nell’acqua, facendola dondolare a destra e a sinistra, tirando nell’acqua spumeggiante per gioco le loro compagne o pregandole di farle salire.

Le fanciulle discutevano tra loro scambiandosi  l'un l’altra pensieri e desideri.
“Io sogno di avere un vestito azzurro celeste”, disse con frivolezza la dama cinese.
“A me piacerebbe avere un balsamo che mi mantenesse sempre giovane”, disse la ragazza indù.
“A me manca tanto la mia antica patria”, disse l’amazzone avara, “Magari mi rapisse un bel  giovane moro,  con braccia forti ed occhi scintillanti, uno dei nostri coraggiosi uomini che in groppa ai loro baldi destrieri incutono terrore in ogni nemico".
Ferhad guardò il re pensando: “e se fosse stata Shirin a desiderare questo?".
E tu Shirin, tu a cosa brami, cosa ti renderebbe felice? Chiese, tra le sponde, una quarta ragazza alzando il suo corpo bianco come il latte sul lato della barca. “Beata te, ogni tuo desiderio viene esaudito. Per il tuo piacere Cosroe sarebbe capace di mandare qualcuno anche fino alla fine del mondo per riportarti ciò che desideri.
Shirin buttò indietro il capo in un gesto voluttuoso, poggiando le braccia diafane sotto la chioma che cadeva in riccioli;
“Per ciò ch’io desidero bisognerebbe chiederlo al cielo. A me piacerebbe se qui sopra di noi sulle mura del giardino stesse sempre un arcobaleno. Ah! come adoro l’arcobaleno. Sulle alture fiorite di Emo, dove sono nata, lo si può vedere tanto spesso. Ma qui lo vedo così di rado, a malapena quando c’è qualche tempesta appare sulle vette del Behistun; Invece vorrei che ce ne fosse sempre uno qui, sopra la mia testa, in modo che abbracciasse, con i suoi colori splendenti, le verdi palme e  tutto il verde giocherebbe con i sette colori.
Il re posò la mano sulla spalla di Ferhad.
“Hai sentito il suo desiderio? io a questo non ci arrivo, non ne sono capace, ma se tu sei capace, accontentala: dicevi che dall’oro non nasce l’arcobaleno, ma se tu invece sai come si fa un arcobaleno fallo!"
Ferhad sorrideva tranquillo. Molte cose che per la forza bruta sono impossibili, sono possibili per la mente.
Si mise subito all’opera. Imbrigliò il torrente, che scorge dal Behistun, dalla cima della montagna da dove, attraverso un tubo a condotta forzata, portò giù l’acqua fino al castello reale di Dastagerd.
Allora fece circondare l’intero giardino con dei tubi d’argento. Da essi spuntavano verso l’alto innumerevoli getti d'acqua polverizzandola. Quando tutto questo fu pronto, liberò le acque del torrente dalla cima del Behistun e dai tubi spruzzò subito l'acqua in alto verso il cielo, facendola salire molto in alto giacché dall’alto proveniva, e quando il sole illuminava questi spruzzi d’acqua si formava sulla volta sul giardino, l'arco luccicante di tutti i colori dell’arcobaleno. Ecco, meraviglia, c’era proprio là lo splendido e fiabesco arcobaleno, proprio là in cima tra un muro e l'altro del giardino. Le fronde delle palme splendevano e luccicavano di azzurro, rosso, viola e di tutti i colori dell’arcobaleno.
E da allora ogni giorno fino alle otto l'arco dell’iride si trovava sopra il giardino, più alto all’espero o all’aurora e calando in basso quando il sole splendeva allo zenit. La gioia di Shirin sfiorava il cielo, voleva passare tutte le giornate nel giardino. Grazie agli incessanti spruzzi d’acqua l’aria del giardino si era rinfrescata e così anche il sole più cocente era rivitalizzante, tanti cespugli che non erano mai fioriti, tenuti solo per le loro foglie, prodigiosamente fiorirono mostrando fiori mai visti e piante, tenute per i fiori, fecero frutti sconosciuti che destarono meraviglia.
Passò un anno, Cosroe chiamò di nuovo a sè Ferhad e gli ordinò di aspettare dietro le tende all’ora in cui Shirin sarebbe scesa nel giardino. Il re le si avvicinò, Shirin appariva nuovamente triste; era pallida come una rosa bianca, forse era stata affascinata dallo sguardo d'amore di Ferhad, chissà se i suoi sogni notturni non ne fossero infestati e la facessero appassire.
“Per cosa ti struggi, fatina delle rose”, chiese il re alla sua dama prediletta. Non ti rallegrano ormai i bei fiori del paradiso? O hai avuto degli brutti sogni e sono quelli che ti rendono inquieta e pensierosa? O forse lo sparviero ha rapito la tua colomba prediletta? Non è che hai intravisto durante la caccia un cervo bianco e ti ha colpito nel cuore il suo fascino? Parlami, cosa posso fare per rallegrarti? Vuoi le perle d’India per il tuoi capelli? La corona d’Armenia per cingere la tua fronte? Miele di Ibla vogliono le tue labbra? Vuoi che faccio ergere per te palazzi di nero marmo con colonne d’argento e logge maestose?
Shirin volse di malavoglia il capo, come un bambino viziato:
“Oh, io vorrei”, disse, “che nel posto di questo torrente che ora attraversa questo giardino, dalle montagne di Behistun venisse giù un fiume di latte così potrei dissetarmi dalle sue onde come di un torrente selvatico che scorre tra rive fiorite, e mi piacerebbe ancora che questo fiumiciattolo zampillasse in una fontana nella mia stanza di marmo nero e che potessi immergermi nelle sue acque. Non sai quanto vorrei vedere un fiume di latte.
Il re piegò il capo al sentire i desideri della sua signora e tornò a Ferhad.
“Hai sentito il desio di Shirin, se sai fare magia, va', cambia l’ordine della natura, fai sì che dalle montagne di Behistun sgorghi latte invece dell’acqua.
Ferhad andò ed iniziarono di nuovo i lavori; venivano scavate le rocce e inseriti condotte, furono creati grandi cisterne (bacini di accumulazione) di pietra sulle terrazze rocciose. Quando fu pronto questo lavoro mandarono qui ogni sera e ogni mattina le greggi che pascolavano sul monte di Behistun e mettevano il loro latte nelle cisterne.
Un giorno alzarono nella stanza da letto di Shirin una statua, la statua di Ebe, la dea dell’eterna giovinezza. Ella stava sull’orlo di un bacino di alabastro, sembrava di dare da bere ad un’aquila da un bicchiere d’oro che reggeva. Il giorno dopo, quando Shirin si destò e aprì le tende ricamate d’oro del suo letto, si meravigliò quando vide che dalla tazza d’oro traboccava ampiamente il latte, fino a riempire la piscina. E quando guardò attraverso la finestra vide serpeggiare un torrente che scendeva giù dai monti di Behistun, attraversava la piana delle rose e come fune bianca andava adagio tra le colline verdeggianti del Paradiso.
Shirin era in estasi per la gioia che il suo sogno fosse stato esaudito e con piacere voluttuoso entrò nel bacino, sguazzando con i suoi piedi tra le onde di latte, bevendo il latte che gorgogliava dalla tazza della bianca statua: una visione fenomenale, una donna bianca, una statua di alabastro, un'immagine senza ombra, dipinta con la sola luce.
Mentre Shirin si viziava, bagnando le sue labbra nel latte che precipitava dalla tazza d’oro, all’improvviso  apparve dentro un petalo rosso e saltellando nella tazza si fermò sulle labbra di Shirin, come se fosse arrivato per chiederLe un bacio. Shirin prese il petalo rosa di color pelle che era un petalo di una nimphaea e osservò sgomenta che c’era sopra un disegno e un messaggio. Misurandola più da vicino,  vide che sul petalo di seta era incrostato coi piccoli punti di ago un campanellino dentro il quale faceva il bagno una figura femminile. Al di sopra del disegno c’era scritto "Shirin" e sotto era scritto “ti bagni nelle mie lacrime”.
Lesse sbalordita questa frase, allora ruppe arrabbiata il petalo e lo buttò in pezzi nella piscina. Poi Le dispiacque di averlo strappato:  pescò uno per uno i suoi pezzi, impegnandosi a rimetterli assieme e, sospirando, lo nascose nel suo seno.
Incuriosita, aspettò semmai arrivasse anche un altro petalo di fiore dal calice della tazza. Non dovette aspettare a lungo, dopo qualche minuto ne spuntò un altro, lo prese bruscamente e guardò cosa ci fosse disegnato e scritto sopra.
Nel centro di un sole splendente c’era disegnato un occhio, sopra c'era scritto "Shirin" e sotto la frase: “Vedo te dovunque!”.
Non ruppe questo petalo, ma lo nascose con cura accanto all’altro e aspettò ancora, sospettando che sarebbe arrivato un terzo petalo.
Arrivò pure quello. In tal modo la statua e il fiume di latte divennero la messaggeria amorosa di Ferhad. Petali e foglie piegate con cura giungevano in sicurezza nelle mani di Shirin attraverso il sistema dei tubi.
Aprì il terzo petalo di loto. Su questo c'era un teschio incoronato di rose, sopra c'era scritto “Shirin”, sotto la frase: “muoio per te.”
Shirin nascose il messaggio accanto agli altri.
In breve tempo arrivò il re per condividere la gioia della sua prediletta. La trovò nuovamente abbattuta. I tre petali nascosti al suo seno pesavano sul suo cuore.
“Perché sei nuovamente pensierosa? Chiese preoccupato il re “Nemmeno dalla mattina fino alla sera non dura la tua gioia. Cosa c’è sulla terra e nel cielo che tu non abbia ancora?”.
“Ho fatto un sogno, riflettevo su cosa possa significare”, replicò Shirin, “Mi parve nel sogno un bel fiore con tre petali, su ogni petalo era disegnata un’immagine. Su uno di loro c’era una fanciulla che faceva il bagno in una campanula, sull’altra c’era un occhio dentro il sole, sul terzo un teschio incoronato con rose. Fin quando non ne scopro il senso, non riesco a gioire.
Il re chiamò subito a sé i suoi saggi ed indovini che interpretino il sogno. Nessuno ci riuscì. Quando tutti fallirono, chiamò Ferhad.
“Ecco, Shirin ha nuovamente un desiderio che nessuno riesce a soddisfare”, disse e gli raccontò il sogno.
Ferhad sospirò e sorrise, sospirò per amore e sorrise per essere riuscito nella sua impresa.
"Le immagini hanno questo significato:”, disse con tranquillità a Cosroe “ il primo significa che ti bagni nelle mie lacrime, il secondo che vedo te dovunque e la terza che muoio d’amore”.
Il re disse la soluzione del sogno di Ferhad, così Shirin capì che Ferhad era l’amante segreto.

“Tre desideri sono stati già esauditi”, avvertì Ferhad il re, “ne sono rimasti solo quattro”.
Il re iniziò a preoccuparsi,
Shirin invece diventò pallida, più pallida del giglio. Gironzolava nelle sale del palazzo come se non fosse tra le nuvole. Nessuno sapeva che cosa la facesse soffrire.
Invano insisteva il re perché gli dicesse cosa le pesava.
Shirin ogni giorno inventava un nuovo desiderio capriccioso che un attimo dopo svaniva dopo averlo desiderato tanto, come fanno appunto le donne che hanno tutto, tutte le gioie della vita, ma insoddisfatte nell’amore.
“Mi sento il cuore talmente appesantito”, disse un bel giorno Shirin al re. “Oggi ho capito cosa lo appesantisce. Dal mio giardino non vedo nient'altro che la cima del Takhtin Beshtun e quella è una roccia talmente spoglia e arida, che ogni volta che la vedo mi soffoca, come se portassi tutto il suo peso sul mio petto; se vedessi là in alto fiorire un cespuglio di melograno, anche solo uno, penso che sparirebbe questa mia sensazione di soffocamento.
“Ma chi vuoi che salga così in alto?”, pensò il re tra sè e sè e inviò il desiderio impossibile e il nuovo compito a Ferhad.
L’artista prese il suo martello e si mise a intagliare le scalinate nella ripida roccia, lo aiutava la sua immaginazione ardente e coraggiosa. L’idea era demoniaca e temeraria, le scalinate erano una sopra l’altra in un calcolo di precisione meraviglioso, e doveva essere una testa molto coraggiosa quello che si avventava a salirle, giacché all’altezza di trecento piedi non c’era alcun appoggio, solo le scalinate scolpite nella roccia.
Un giorno venne di nuovo Ferhad a trovare il re e gli disse con voce inquietante:
“E' stato esaudito anche il quarto desiderio”.
Il re guardò la cima del Takhiti Bestun e vide là le fronde degli alberi.
“Ne sono rimasti tre”, sussurrò lo scultore all’orecchio del re e se ne andò via.
Al re gli si stringeva il cuore dall’angoscia quando incontrava Shirin, il cui volto brillava di una gloriosa felicità, da quando verdeggiavano le cime del Takhti Bostan. Stava seduta per l’intera giornata là da dove si potevano intravedere le cime della roccia che si ergeva solitaria sopra e oltre le mura alte del giardino, il suo sguardo era incatenato da quei cespugli e a volte canticchiava tutta la notte accanto alle sorgenti del suo giardino, guardando i cespugli in alto. L’eco del Takhiti Bostan riecheggiava dolcemente il suo canto incantevole.
Tutti, anche il re pensava che l’eco e i cespugli, erano la causa della sua gioia, solo Shirin sapeva che tra le fronde degli alberi la guardava un volto assetato che riecheggiava il suo canto. Era Ferhad, che ogni giorno rischiava la sua vita per contemplare dall’altezza delle nuvole la sua diletta.
La regina appassiva e appassiva. Né i saggi, né i medici erano riusciti trovare il motivo per il quale la sua parola era un sospiro, il suo canto un lamento e il suo sonno era irrequieto. Non c’era nulla che le poteva alleviare la sofferenza: non voleva nè danza, né caccia, né feste. Cosroe le aveva costruito un intero palazzo, che era pieno dei tesori che il vento aveva portato sulle baie persiane con le navi dell’imperatore bizantino Eraclio. Non degnò nemmeno di uno sguardo i tesori di Badaverd e nemmeno per un attimo riuscì a provare interesse per le migliaia di globi d’oro che rappresentavano la volta celeste del palazzo di Artemisia.
I suoi capricci, i suoi desideri andavano oltre ogni possibilità umana. Cosroe era disperato. Oh, ai re  basta una donna capricciosa per ricordare che nemmeno loro sono degli dei.
Shirin diventava sempre più pallida. Il re si chiedeva preoccupato che pensieri la attanagliano.
“Sono malata”, disse Shirin, “nel sogno è venuto da me un Amshaspand con un fiore nella mano e mi ha detto che mi farà sapere cosa mi attanaglia. A un suo cenno,  il mio corpo diventò tutto trasparente. Allora vidi con sgomento che il mio cuore diventava sempre più bianco e seppi che quando sarà del tutto bianco io morirò. Amshaspand mi consigliò di cercare un fiore dello stesso tipo di quello che teneva nella mano per poter guarire, giacché unicamente il suo profumo mi potrà ridare la salute."
“E come che era quel fiore?”.
"Sul lungo fusto c'erano fiori viola come campanelle e una volta girati in ogni campanella c'era una coppia di tortorelle."
Non potevano essere grandi botanici né il re né i suoi savi, giacché, malgrado le loro ricerche accurate, non erano riusciti a indovinare di che tipo di pianta avesse bisogno Shirin.
Questo quindi, fu il quinto desiderio che andava affidato a Ferhad. Lui s’incamminò fino alle montagne del Taurus, dove trovò la ben conosciuta Anthora e la portò al re. Gli fece vedere i grappoli dei fiori con i campanellini viola con dentro le due tortorelle. Il re ebbe un brivido a sentire le parole ammonitrici dell’artista:
“Questo fu il quinto desiderio. Ne mancano solo due”.
Alcun profumo dei fiori fece invece guarire la bella delle belle; il re piangeva se la vedeva. La paragonava alla sua statua e vedeva che la statua era piena di vita, mentre ella era cerula come la morte. L’intera notte, se si porgeva sulla terrazza, sopra il suo giardino muto ascoltava le nenie strazianti.
“Perché gareggi con l’usignolo anima della mia anima?". Chiese il re con delicatezza, toccandola appena appena con le sue labbra, come se temesse che anche un respiro più forte la potesse distruggere.
“Ora solo con l’usignolo, fra poco con gli spiriti”, disse la donna con strana voluttà e sorrideva, il re piangeva.
“Perché mi parli degli spiriti. Essi son esseri freddi”.
“Andrò ad abitare tra di loro. Scendono tutte le sere nella mia stanza, mi chiamano, mi incoraggiano di andarmene via con loro. La rosa lascia cadere i suoi petali, ma il suo profumo sale su nei cieli.
“Perché desideri andare nei cieli, perché vuoi lasciarmi? Cosa c’è che qui ti manca?”.
“Di là tutto è diverso. Il giorno non conosce la notte, il desiderio, la voluttà non conoscono rimorso. Il torrente canta, le fronde degli alberi sussurrano incantevoli fiabe, la vita è un proseguimento del sogno, e  le campanelle dei fiori azzurri, che durante il giorno mi guardano come occhi delle fate, nel sogno prendono vita. Oh, ma le fate sono bellissime, il loro mantello è tessuto di nebbia, i loro piedini non lasciano traccia sulla terra, non affondano in acqua, le loro ali  di farfalla brillano nei colori dell’arcobaleno, tra i loro riccioli scintillano le stelle e le gocce di rugiada. Stanotte le ho viste, facevano il bagno in un lago, il lago era coperto da una polvere d’oro che galleggiava sulla superficie; mi chiamavano, stavo per volare da loro, ma, proprio allora, mi hai svegliato. Oh, quanto vorrei avere un lago così, il cui specchio sia coperto d’oro.
Il re si rattristò. Aveva lui abbastanza oro, ne avrebbe potuto riempire interi fiumi, però come farlo galleggiare sull’acqua. Invano lo raffinivano fino all’improbabile, anche le nuvolette d’oro più leggere della piuma scendevano sul fondo dell’acqua. Nessuno riuscì a scoprire  l’oro delle fate.
Con temere e speranza il re fece chiamare Ferhad. Tremava dal desiderio di riuscire ad accontentarla, ma sperava che questo compito fosse impossibile pure per lui.
Ferhad ascoltò il nuovo compito, andò sui prati fioriti di Behistun; raccolse un milione di farfalle con ali dorate e con la polvere di luce delle loro ali ricoprì il piccolo laghetto, ed ecco che l’oro galleggiava sull’acqua.
“Ho esaudito il sesto desio”, disse lo scultore al re, “me ne resta uno solo, l’ultimo”. Il re tremava per Shirin, la voleva proteggere dallo scultore a chi l’aveva promessa con un giuramento, e la voleva proteggere dalla morte da chi non poteva difenderla. Nell’animo della bella tra le belle divampava l’amore, ma esso non ardeva  per il suo padrone, ma per un povero giovane sconosciuto che era impazzito d’amore per lei e con la potenza  della sua follia creava prodigi per soddisfare i capricci del momento del suo idolo adorato. La giovane dama, mentre ai piedi del re suonava con l’arpa canzoni dolceamare talmente belle e strazianti che gareggiavano con i versi dell’usignolo, nel suo cuore di nascosto si domandava se magari colui che dall'alto le risponde echeggiando le sue canzoni, potesse sentirla.
Mancava solo un desiderio per poter essere l’uno dell’altro.
Shirin non pensava nemmeno per sogno che tutti quei desideri assurdi che ella escogitava pesassero sulle spalle di colui che la amava tanto. Un bel giorno disse col dolce volto trasognato al re:
“Sai perché mai sono sempre triste? perché non vedo mai sorgere il sole. Questa grande montagna con le sue foreste, mi toglie la luce mattutina. Come sarebbe bello se ci fosse una strada attraverso la montagna, cosi che io potessi vedere i primi raggi di sole all’alba."
Il re si sentiva sollevato. Fece chiamare Ferhad e disse col volto glorioso:
“Ascolta il settimo desio di Shirin. Ella desidera vedere sorgere il sole dalla finestra del palazzo; perciò vuole far fare una strada che taglia il Behistun per vedere i primi raggi di sole all’alba. Vai Ferhad, accontentala”.
“Uffa, Shirin", sospirò afflitto lo scultore, che prese il suo martello e se ne andò verso la montagna. La gente guardava alle sue spalle e ridacchiava.
Presto a Destagerd echeggiarono i colpi di martello, giacché lo scultore si era messo al lavoro. L’opera progrediva inarrestabe come se avessero lavorato dei giganti. Ogni giorno si potevano sentire rumori di frane, distacchi di blocchi rocciosi, ma se la sera la regina si sedeva sul tetto del palazzo, nell'alto silenzio della notte le pareva di sentire da lontano, come attraverso un sogno, dopo ogni battito di martello. echeggiare il suo nome “Shirin!”.

Là Ferhad lavorava giorno e notte. L’amore lo rendeva folle e la follia gli dava forze sovraumane. Lui riusciva realizzare l’idea che l’uomo comune non aveva coraggio neanche a pensarla  e la traversata del Behistun proseguiva piano, ma sicura. Giacché allo scultore non bastava che questo passaggio fosse fatto, ma voleva anche che fosse un’opera d’arte, quindi scolpì in vari posti sulle mura della gola, il volto di Shirin, le sue statue così come era lei quando veniva a trovarlo nei suoi sogni, sorridente, timida, inghirlandata di fiori.
Cosi nacquero i due archi, che esistono ancor oggi, come esistono le immagini e i bassorilievi, anche se molti sono stati invasi dall’edera.
Ben Mohamed al Qazvini chiama quest’opera una delle meraviglie del creato, e gli scultori di tutto il mondo venivano ad ammirare l’opera di Ferhad.
L’opera progrediva in maniera inarrestabile e quanto più il lavoro svolgeva alla fine, quanto più Cosroe era sempre più disperato, in quanto stava per perdere Shirin perché la forza del suo concorrente non era una forza sovraumana.
Oramai era disponibile far uccidere Ferhad, malgrado il voto che aveva fatto, invogliò pure i suoi uomini, ma chi mai si assumerebbe questo compito? Chi avrebbe il coraggio di ammazzare un folle, posseduto dagli dei? Le mani degli dei posano sugli pazzi, dentro loro abita uno spirito estraneo e chi osa cancellare con la punta della lance uno spirito?
Tra i suoi mercenari non trovò alcuno che volesse assassinare Ferhad.
Ma per l’infamia per la quale non trovò un uomo trovò una vecchia bacucca. Viveva in Destagerd una vecchia indovina Omaya, centinaia di rughe solcavano il suo volto, cento peccati il suo cuore.  Ella, sentendo del dolore segreto che attanaglia il cuore del re, un bel giorno si presentò davanti al re e si offrì lei di far perdere Ferhad.
L’animo del re rabbrividì. Dinanzi al reato che egli stesso fino ad ora cercava smanioso, ora che le si offriva sul piatto indietreggiò.
 “Mi impedisce un giuramento di fargli del male”, rispose rifiutando alla donna.
“Io non lo toccherò nemmeno con un dito, né gli darò da bere veleno, né gli farò alcun incanto, ma riuscirò a farlo perdere senza toccarlo."
“Allora fallo pure”, disse il re e lasciò andare la donna.
Omaya andò alla montagna di  Behistun per cercare Ferhad. Lo scultore lavorava sulla terrazzo della roccia gridando a ogni colpo di martello il suo nome “Shirin, Shirin” e l’eco gli rispondeva sempre Shirin, Shirin.
Omaya si fermò sotto la montagna e urlò rivolgendosi a Ferhad in alto:
“Che scemo sei tu Ferhad che continui a chiamare il nome di Shirin, mentre ella oramai da quattordici giorni giace morta, e il re e la corte da un bel po’ di tempo portano il lutto.

A sentir tali parole Ferhad precipitò come l’aquila  folgorata, scagliò via il suo martello e anche egli saltò nel vuoto:  la sua anima ardente spirò  tra le sue opere che rimasero immortali.
Quella notte Shirin non senti più l’eco ripetuto del suo nome. Il giorno seguente chiese come mai si fossero fermati i cavi in vista del taglio del Behistun?
“E’ morto l’artista che aveva iniziato l’opera” le parlarono in tal modo “Di notte precipitò dalla roccia, e non si trova nessun'altro che voglia o che sappia proseguire il lavoro iniziato.
Shirin piegò sul petto il bel capo come un fiore appassito.
“Vado nel regno delle fate”, sussurrò con volto solcato dalla sofferenza.
E se ne andò nel regno delle fate…
Il terzo giorno smise di vivere. Andò là dove il sole non conosce ombra, dove la voluttà non conosce rimorsi, dove sbocciano le campanule, dove le fate danzano e fanno il bagno nei laghi dorati, dove la vita e il sogno si fondono e dove l’amore è un bacio eterno. Là ritrovò anche Ferhad e da allora in poi non smise mai di essere felice.
La rosa  lasciò cadere i suoi petali, il suo profumo volò nel cielo.
Il re e l’intero regno tennero quattordici giorni di lutto cittadino. Allora giunsero le fanciulle di Shirhaz e col permesso reale la seppellirono vicino a Ferhad, sulla tomba piantarono la rosa rossa, sull’altra tomba la rosa bianca affinchè i fiori dell’amore fioriscano per sempre su quelli che hanno dato la vita per l’amore.
Il re, nella sua desolazione, fece seppellire viva la malefica Omaya ché causò la morte dei due, tra le due tombe e la coprì con rovi e ortiche.
La statua di Shirin la fece mettere sulla riva del fiume che porta il suo nome, illudendosi dolcemente al pensiero che ora là Shirin fa bagno.
Dastagerd fu rasa al suolo, le rovine di Babilonia, Persepoli e Ctesifonte le hanno sommerse gli irti rovi e giacciono sepolte nel  fitto della vegetazione. Cosroe il Glorioso morì senza gloria e senza potere, scappando dai nemici, pugnalato dai sicari di suo figlio. Con lui giunse alla fine anche la grandiosa dinastia dei sassanidi.
Tutto è scomparso ormai, solo la memoria dell’amore di Shirin e Ferhad vive ancora.
Il “paradiso” si è inselvatichito: dentro di esso il popolo cura solo un melograno. Questo viene considerato l’albero di Ferhad, dal cui legno si è fatto il martello che fiorì quando fu scagliato a terra; si dice che chi siede sotto l’ombra del melograno guarisce dalle sue pene d’amore.
Dalle tre sepolture vicino a Kazri Shirin ogni anno crescono ancora le loro rose e  i loro rovi, e la statua della “bella Shirin”, malgrado ormai manca di sembianze umane, viene adornata ancor oggi.
Le sculture di Takhiti Bostan , bassorilievi di Behistun  sono avvolti dall’erba e dal muschio: da terre sconosciute arriva la gente e si meraviglia di che prodigi  siano capaci quei poteri sovrannaturali: l’arte, la follia e l’amore.