lunedì 23 febbraio 2015

CAPELLIDORO



CapellidOro, BuonaCerva e BelMiccione
di Contessa de Segur
illustrazioni di Iacob Desideriu, traduzione: @abraxas dall'originale francese



I. Capellid'Oro
C’era una volta un re chiamato Bonaccione. Lui era amato da tutti perché era buono, solo i malvagi lo temevamo perché era giusto. La sua donna, la regina Dolcetta, era altrettanto buona quanto lui. Loro ebbero una piccola principessa, chiamata Capellid’Oro per via della sua magnifica chioma bionda. Ella era buona quanto il suo papà, il re, e dolce quanto la sua mamma, la regina. Purtroppo la regina morì poco tempo dopo aver dato alla luce Capellid’Oro e il re la pianse lungamente. Capellid’Oro era troppo piccina per capire che aveva perso la mamma; lei continuava a poppare, ridacchiare, giocare e dormire tranquillamente. Il re amava molto Capellid’Oro e anche per lei nessuno al mondo era importante quanto il suo papà. Il padre le regalava i più bei giocatoli, i cioccolatini più buoni, la frutta più deliziosa. Capellid’Oro cresceva felicemente.
Un giorno re Bonaccione, ascoltando i suoi sudditi parlare tra loro, intuì che essi desideravano che lui si risposasse e che desse al regno un figlio come erede al trono. All’inizio il re non volle nemmeno sentire, però poi, all’insistenza dei suoi sudditi, acconsentì. Chiamò a sé il suo consigliere di nome Leggerone e gli disse:
“Caro amico, vogliono che io mi risposi. Io però sono ancora così afflitto per la morte della mia cara Dolcetta, che non ce la faccio ad occuparmi di persona della ricerca di un’altra donna. Incarico Lei di trovarmi una principessa che potrebbe rendere felice la mia cara Capellid’Oro. Non chiedo da lei nient’altro. Vada dunque carissimo Leggerone e quando avrà trovato una donna perfetta, la chieda in sposa per me e me la porti.”
Leggerone partì immediatamente, andò da tutti i re e vide molte principesse: brutte, musone, malvagie, quando infine arrivò alla corte del re Turbolento. Egli aveva una figlia bella, intelligente e che sembrava buona. Leggerone la trovò incantevole e la chiese subito in sposa per re Bonaccione, senza informarsi se colei era veramente così amabile come sembrava.
Re Turbolento era molto felice di potersi sbarazzare di sua figlia, che aveva invece un carattere perfido e prepotente e inoltre gli creava tanti guai, quindi la diede in fretta a Leggerone purché se la portasse nel regno di Bonaccione.
Leggerone partì conducendo con sè la principessa Falsetta e quattromila muli che portavano la dote e i gioielli della principessa.
Arrivarono dal re Bonaccione che fu avvisato prima del loro arrivo attraverso un corriere; il re venne incontro alla principessa. Egli la trovò carina, ma comunque lontano dall’avere un’aria dolce e buona come la povera Dolcetta! Quando Falsetta vide Capellid’Oro, la guardò con un sguardo così malvagio che la povera bimba, che aveva già tre annetti, ebbe paura e si mise a piangere.
“Cosa c’è?” domandò il re. “Perché la mia dolce e saggia Capelli d’Oro piange come un bambino viziato?”.
“Babbo, caro babbo”, piangeva Capellid’Oro, nascondendosi nelle braccia del suo papà. “Non darmi a questa principessa. Mi fa paura, ha lo sguardo così cattivo”.
Il re, sorpreso, guardò la principessa Falsetta che non poté cambiare abbastanza in fretta la sua espressione, cosicché egli potè osservare quello sguardo crudele che intimoriva tanto Capellid’Oro. Decise immediatamente che la sua bambina non dovesse vivere con la nuova regina e la lasciò con la sua tata che l’aveva accudita fino ad allora e le voleva tanto bene. La regina quindi vedeva di rado Capellid’Oro e quando capitava di vederla non riusciva a nascondere il suo odio.
Dopo un anno la Regina Falsetta diede alla luce una bimba con i capelli neri come il carbone e la chiamò Brunettina. Brunettina era carina, ma molto meno bella di Capellid’Oro. In più era malvagia come sua madre e come lei non sopportava Capellid’Oro; le combinava infatti tanti guai: la mordeva, la tirava per i capelli, le distruggeva i giocattoli, le sporcava i bei vestitini. La buona piccola Capellid’Oro non si arrabbiava mai e trovava sempre scuse per Brunettina:
“Papà”, diceva ella al re, “non sgridarla! Lei è cosi piccina, non sa che mi fa male distruggendomi i giocattoli… Mi morde solo per scherzo… Mi tira i capelli solo per giocare.”
Il re Bonaccione abbracciava sua figlia e non diceva nulla, ma vedeva che Brunettina faceva quelle cose per cattiveria e Capellid’Oro la perdonava perché era molto buona. Amava sempre più Capellid’Oro e sempre meno Brunettina.
La regina Falsetta, vedeva anche lei tutto questo, ma odiava sempre di più la povera Capellid’Oro e, se non avesse temuto il re Bonaccione, l’avrebbe fatta diventare la bambina più infelice del mondo.
Il re ordinò che Capellid’Oro non restasse mai da sola con la regina. Nonostante egli fosse buono, era risaputo da tutti che puniva severamente i malvagi, per questo la regina non aveva il coraggio di disobbedire.





II. Capellid’Oro si smarrisce
Capellid’Oro aveva già sette anni e Brunettina quattro. Il re regalò a Capellid’Oro una bella carrozza, trainata da due struzzi e guidata da un cocchiere di dieci anni, nipote della tata che aveva cresciuto Capellid’Oro. Il bimbo si chiamava Golosetto. Voleva molto bene a Capellid’Oro con la quale giocava da quando erano piccolissimi e anche lei era molto buona con lui. Il cocchiere però aveva un grande debole: i dolci. Sarebbe stato capace di fare cose malvagie solo per ricevere un sacco di caramelle.
Capellid’Oro gli diceva spesso:
“Ti voglio bene Golosetto, ma non mi piace vederti così goloso, ti prego, prova a rinunciare a questo brutto difetto che fa inorridire tutti!”

Golosetto le baciava la mano e le prometteva di migliorare, ma continuava a rubare dolci dalla cucina e caramelle dalla dispensa. Era spesso punito per la sua disobbedienza e per la sua golosità smisurata.
Regina Falsetta venne a conoscenza di questo difetto di Golosetto e pensò di poterlo usare per liberarsi di Capellid’Oro. Ecco il progetto che inventò:
Il giardino dove Capellid’Oro andava a passeggiare con la carrozza trainata dai due struzzi in compagnia di Golosetto, si trovava accanto ad una bellissima foresta, chiamata la foresta di Lillà ed era divisa da un recinto: il recinto divideva il giardino dalla foresta che tutto l’anno era in fiore, con tanti fiori di lillà. Nessuno si addentrava in quella foresta giacché tutti sapevano che era una foresta incantata e chi vi entrava non ritornava mai più. Golosetto conosceva pure lui il terribile segreto della foresta. Il re gli aveva severamente vietato di portare la carrozza di Capellid’Oro da quelle parti, temendo che inavvertitamente sua figlia potesse entrare nella foresta di lillà.
Varie volte il re aveva provato a rafforzare il recinto con un muro divisorio o a rendere più spesso il recinto, ma, ogni volta che metteva le pietre o le divisorie, un potere invisibile le faceva scomparire.

La perfida regina provò a conquistare Golosetto, donandogli ogni giorni dei dolci. Quando riuscì a renderlo dipendente dai suoi dolci, cosicché egli non poté più vivere senza caramelle, gelati o torte, lo chiamò e gli disse:
“Golosetto, dipende solo da te ricevere un baule pieno di caramelle e cioccolatini o non mangiare più dolci per tutta la tua vita.”
“Non mangiare mai più dolci?! Oh Signora, morirei di tristezza! Mi dica, signora, cosa devo fare per evitare una simile disgrazia?”
“Devi…”, disse la regina guardandolo negli occhi, “devi portare la principessa Capellid’Oro vicino alla foresta di Lillà.”
“Non posso, il re mi ha ordinato di starne alla larga”.
“Non puoi?! Allora vattene! Non ti darò più dolci e ordinerò che nessuno del palazzo te li dia.”
“Signora, non sia così crudele con me”, disse piangendo Golosetto, “mi dia un ordine che posso eseguire!”.
“Ripeto, voglio che porti Capellid’Oro nella foresta di Lillà, che la incoraggi a scendere dalla carrozza, che oltrepassi il recinto e si addentri nella foresta.”
“Ma signora”, disse Golosetto tutto pallido in volto, “se Capellid’Oro entra nella foresta di Lillà, non ne uscirà più. Lei sa bene che la foresta è stregata. Mandare là la principessa è come mandarla a morte sicura!”
“Ti chiedo per la terza e ultima volta: vuoi un grande baule pieno di dolci, che io riempirò di nuovo ogni mese o non vuoi ricevere mai più dolci e caramelle?”
“Ma chi mi salverà dalla tremenda punizione che mi darà il re?”
“Tu non preoccuparti per questo. Appena avrai portato Capellid’Oro nella foresta di Lillà verrai da me. Ti darò il tuo baule di dolci e al tuo futuro poi ci penserò io.”
“Abbia pietà di me signora, non mi costringa a portare alla morte la mia cara padroncina, che è stata sempre tanto buona con me!”
“Esiti ancora, piccolo miserabile?! Che t’importa di cosa accadrà a Capellid’Oro? Ci penserò io più tardi a metterti al servizio di Brunettina e starò attenta che non ti manchino mai le caramelle.”
Golosetto ci pensò ancora, era indeciso se sacrificare la sua buona principessa per qualche chilo di caramelle. Tutto il giorno e tutta la notte si tormentò con questa domanda, se valeva la pena o meno commettere questo crimine. La paura di non poter più soddisfare la sua avida gola disobbedendo alla regina, insieme alla speranza di poter ritrovare Capellid’Oro con l’aiuto di qualche buona fata, misero fine ai suoi dubbi e decise di ubbidire alla regina.
All’indomani, alle quattro, Capellid’Oro volle andare con la sua carrozza, trainata dagli struzzi, a passeggiare, abbracciò e baciò il suo papà e gli promise di tornare in due ore al castello. Il giardino era grande, Golosetto guidò gli struzzi nella parte opposta della foresta. Quando erano già abbastanza lontani e nessuno li poteva ormai vedere, cambiò la direzione e andò verso il recinto che divideva il giardino dalla foresta. Il ragazzo era triste e silenzioso, il peccato che stava per commettere gli pesava sul cuore.
“Cosa ti è successo Golosetto? Perché non dici una parola? Sei malato per caso?” chiese Capellid’Oro.
“No principessa, non sono malato”.
“Quanto sei pallido! Dimmi cosa opprime il tuo cuore, caro mio Golosetto, che provo ad accontentarti!”
La bontà di Capellid’Oro rischiava di ammorbidire e quindi salvare l’animo di Golosetto, ma poi pensò ai dolci promessi dalla regina malvagia e sconfisse la bontà che stava per sopraffarlo. Non ebbe neanche il tempo di rispondere che gli struzzi arrivarono al recinto che portava alla foresta di lillà.
“Oh, che bei fiori di lillà”, esclamò Capellid’Oro, “che buon profumo! Come vorrei raccogliere un mazzo di questi rametti di lillà e donarli a papà! Scendi Golosetto e raccoglimi dei fiori!”
“Io non posso scendere”, disse Golosetto, “gli struzzi potrebbero fuggire durante la mia assenza.”
“Non fa niente, riesco a guidarli anche da sola al castello!”
“Ma il re potrebbe arrabbiarsi se ti lascio sola. Meglio se scendi tu e raccogli i fiori che ti piacciono.”
“E’ vero, mi dispiacerebbe se tu fossi punito per colpa mia, mio caro Golosetto!”
E dicendo questo saltò con leggerezza fuori dalla carrozza, attraversò il recinto e iniziò a raccogliere i rametti fioriti.
In quel momento Golosetto rabbrividì, i rimorsi di coscienza gli struggevano il cuore, per cercare di riparare al suo errore, chiamò qualche volta Capellid’Oro affinché tornasse, ma, malgrado lei non si trovasse a nemmeno dieci passi da lui, non lo sentì e si addentrò sempre di più nella foresta proibita. Per un po’ Golosetto continuò a vederla ancora raccogliere i rametti con i fiori, ma poi sparì dalla sua vista.
Per lungo tempo pianse ancora Golosetto per il suo crimine e maledisse la sua avidità: odiava la regina Falsetta. Finalmente pensò che era già giunta l’ora in cui Capellid’Oro avrebbe dovuto trovarsi a casa; entrò sulla porta di dietro e andò subito dalla regina che lo aspettava. Quando scorse il suo volto pallido e gli occhi arrossati dalle lacrime di rimorso, capì che Capellid’Oro era perduta.
“Fatto?”, chiese la regina.
Golosetto annuì con la testa. Non aveva più la forza di parlare.
“Vieni!”, disse la regina, “Ecco la tua ricompensa.”
Gli donò quindi un baule pieno zeppo di dolci di ogni tipo e lo fece mettere su uno dei muli che avevano portato i suoi gioielli.
“Tieni questo baule Golosetto e vai alla corte di mio padre. Vattene e torna entro un mese che te ne do un altro”, disse e gli diede in mano anche un sacchetto pieno d’oro. Golosetto salì sul mulo e, senza dire una parola, partì subito al galoppo. Il mulo era testardo, ma anche imbizzarrito; non sopportava più il peso del baule, così si alzò sulle zampe posteriori e buttò giù dalla sella il baule e Golosetto che sbatté la testa sulla ghiaia e morì sul colpo.
Questa fu la ricompensa per la sua avidità. Non poté nemmeno assaggiare i dolci che gli aveva dato la regina in cambio del suo crimine.
Nessuno lo pianse, perché nessuno gli voleva bene al di fuori della povera Capellid’Oro che si trovava nella foresta di Lillà.
“Tieni questo baule Golosetto e vai alla corte del mio padre. Vattene e torna entro un mese che te ne do un altro. “ disse, e gli diede in mano anche un sacchetto pieno d’oro. Golosetto sali sul mulo e senza dire una parola parti subito a galoppo. Il mulo era testardo ma anche imbizzarrito. Non sopportava più il peso del baule si alzo sui due piedi posteriori e buttò giù dalla sella il baule e Golosetto che , sbatte la testa sulla ghiaia e mori sul colpo.

Questa fu la ricompensa della sua avidità. Non ha potuto nemmeno assaggiare i dolci che li aveva dato la regina in cambio del suo crimine.
Nessuno lo pianse, perché nessuno gli voleva bene al di fuori di povera Capelli d’Oro che si torva nella foresta di Lillà.


III. La Foresta di Lillà
Quando Capellid’Oro s’addentrò nella foresta, si mise a raccogliere i più bei rami di lillà, contenta che ce ne fossero tanti e che profumassero così bene. Ne vedeva sempre di nuovi e di più belli. Allora svuotava il suo grembiule e il suo capellino che erano già pieni e li riempiva di nuovo.
Era già passata un’ora da quando Capellid’Oro era impegnata così. Cominciava ad avere caldo e a sentirsi stanca, i rametti di lillà erano pesanti e pensò che era tempo di ritornare al palazzo. Ella cercò la via di ritorno, ma si vide circondata solo da alberi di lillà. Chiamò Golosetto. Nessuno le rispose. “Sembra che mi sono allontanata troppo”, disse Capellid’Oro, “devo provare a tornare sui miei passi, anche se sono stanca. Se Golosetto mi sente mi verrà incontro.”
Camminò così per qualche tempo, ma non vide la fine della foresta. Invano chiamava Golosetto, nessuno le rispondeva. L’assalì la paura.
“Cosa sarà di me da sola in questa foresta? Cosa dirà il mio babbo quando non mi vedrà ritornare? E, povero Golosetto, come potrà tornare senza di me al palazzo? Sarà sgridato, forse anche picchiato, tutto per colpa mia, perché io volevo raccogliere i rametti di lillà. Quanto sono disgraziata! Morirò di fame e di sete in questa foresta, se i lupi non mi mangeranno stanotte!”
Capellid’Oro si sedette sotto un grosso albero e pianse lacrime amare. Pianse tanto che si stancò, poggiò la testa sul mazzo di rami di lillà e s’addormentò.



IV Il primo risveglio di Capelli d’Oro. Il BelMicione
CapellidOro dormì tutta la notte, alcun animale selvaggio disturbò il suo sonno. Il freddo non si fece sentire. All’indomani CapellidOro si sveglò tardi e si stropicciò gli occhi meravigliata di non trovarsi nella sua stanzetta ma circondata solo dagli alberi. Chiamo la sua tata ma gli rispose solo un gentile miagolio.
Stupita ma non spaventata CapellidOro si guardò intorno e vide ai suoi piedi un magnifico gatto bianco che lo guardava con tenerezza e miagolava.
“Oh, BelMicione quanto sei gentile!, esclamò Capelli d’Oro passando la mano nella sua bella pelliccia bianca come la neve. Sono cosi contenta di vederti. Mi porterai alla tua casa. Ma io ho fame, non ho mangiato niente e mi mancano le forze per camminare se non ho mangiato”
BelMicione miagolò di nuovo e indicò con la zampetta un fagottino di stoffa bianca fine, che aveva davanti a se. CapellidOro aprì il fagotto e trovò panini al burro. Ne assaggiò un panino e lo trovo delizioso, ne offri un pezzo anche a BelMicione che le apprezzò tanto.
Quando sia lei che BelMicione si saziarono CapellidOro si piegò sul gatto carezzandolo gli disse:
“Ti ringrazio moltissimo per la merendina che mi hai portato. Adesso mi potresti portare al mio padre, che sarà molto preoccupato per me.”
BelMicione scosse la testa e fecce un miagolio lamentoso.
“oh, ma tu capisci ciò che ti dico! Allora ti prego, abbi pieta di me, portami in una casa che io possa non morire di fame, di freddo e di paura in questa inquietante foresta!”
BelMiccione fecce segno con la testa per indicare che ha capito tutto, fecce qualche passo e si guardò indietro per essere sicuro che CapellidOro lo sta seguendo.
“Ecomi qua BelMicione, disse CapellidOro, ti seguo, Ma come possiamo attraversare questi cespugli? Non vedo nessun sentiero.”
Invece di risposta BelMicione si lanciò verso i cespugli che si aprirono da soli davanti a lui e a CapellidOro e si richiudevano dietro di loro. Stavano camminando cosi da quasi un’ora quando la foresta divenne più chiara, l’erba era più fine, i fiori erano più colorati, si vedevano uccellini canori bellissimi, scoiattolini che si arrampicavano sugli alberi. CapellidOro che pensava che ormai stanno uscendo dalla foresta e incontrerà suo padre guardava con gioia tutto ciò che vedeva attorno a se, sarebbe anche fermata volentieri a raccogliere dei fiori ma BelMicione e miagolava tristemente ogni volta che CapellidOro voleva fermarsi.
Dopo un’ora di cammino CapellidOro scorse un magnifico castello. BelMiccione lo condusse fino al recinto dorato. CapellidOro non sapeva come fare, non era alcun campanello e la porta era chiusa. BelMicione era scomparso. CapellidOro era sola.


V. La BuonaCerva
BelMiccione entrò probabilmente su una portina per i gatti e avvertì qualcuno dal castello, perché il portone si aprì senza che CapellidOro avesse fatto qualsiasi cosa. Entrò nel giardino del castello ma non vide nessuno . Le porte del castello si aprirono da sole. CapellidOro entro in un corridoio di marmo bianco pregiato. Tutte le porte si aprirono da sole come la prima e Capelli dOro attraversò una serie di bei salotti . Alla fine arrivò in un bel salotto blu dorato . Su un letto di piante profumate stava riposando una maestosa cerva bianca. BelMicione gli stava accanto. Quando vide CapellidOro, la cerva si alzò e gli venne incontro:
“Benvenuta CapellidOro, Io e il mio figlio ti aspettavamo da un bel po’!”
Sentendo parlare una cerva la bambina si spaventò
“Tranquilla CapellidOro qui si trova tra gli amici, conosco bene il tuo padre e gli voglio bene come voglio bene a te”
“Gentile Signora se Lei conosce mio padre, il re, mi aiuti a tornare da lui, sarà molto preoccupato per la mia assenza”
“Mia cara, sospirò la cerva, Non posso farla ritornare al suo padre. Ti trovi sotto il potere del mago della Foresta di Lillà. Anch’io sono sotto il suo potere che è più forte al mio. Manderò invece al tuo padre sogni che lo rassicureranno sulla tua sorte, lui capirà cosi che la sua figlia si trova da me.”
“Cosa? Signora, esclamò CapellidOro, vuole dire che non rivedrò mai più mio padre che amo tanto?!”
“Cara CapellidOro, non pensiamo ora all’avvenire. La saggezza è sempre ricompensata. Ritroverai il tuo padre ma non ora. Abbi pazienza, sii gentile e ubbidiente. BelMicione e io faremo di tutto perché tu sii felice”
CapellidOro sospirò profondamente e lasciò cadere qualche lacrima. Poi pensò che dovrebbe sentirsi riconoscente nei confronti della cerva invece di fargli sentire che per lei è una sofferenza trovarsi nella loro compagnia, e si sforzò di essere ben disposta. BuonaCerva e BelMicione la portarono nella sua stanza . La stanza preparata per CapellidOro era tutta tappezzata con seta rossa, ricamata col filo d’oro. I mobili erano rinvestiti in velluto bianco ricamato con seta splendente. Là erano rappresentate tanti animali, uccelli, farfalle, insetti . Accanto era la sua stanza di lavoro tappezzata con seta color celeste e ricamata con le perline. I mobili erano rinvestiti con seta color argento con borchie turchine. Sul parete erano due ritratti, rappresentavano una donna giovane e splendida e un giovane uomo affascinante, i loro vestiti indicavano la loro origine regale.
“Di chi sono questi ritratti signora?” domandò CapellidOro alla BuonaCerva.
“Non posso risponderti bambina mia, rispose la Cerva. Più tardi lo saprai. Ma ora è pronta la tavola per la cena Capelli d’Oro deve aver fame”
Infatti CapellidOro moriva di fame. Seguì BuonDaino nella sala da pranzo dove la tavola era apparecchiata in un modo bizzarro. Per terra c’era un grande cuscino rivestito di seta bianca per BuonaCerva. Davanti a lei era un mazzo di erbe selezionate, fresche e succulenti, e in un vasetto d’oro c’era dell’acqua fresca e limpida. Nella parto opposta della tavola c’era una sedia alta per BelMicione, davanti a lui in una casseruola dorata erano tanti pezzi di pesce e beccaccino fritti. C’era inoltre un piatto di cristallo pieno di latte fresco. Tra BuonaCerva e BelMicione c’era una poltroncina scolpito d’avorio coperta di velluto rosso, fissato con chiodi di diamante per CapellidOro. Davanti a ella stava un piatto d’oro, pieno di verdure di galline e beccaccini, e un panino fresco. Il cucchiaio e la forchetta erano d’oro e il tovagliolo di una stoffa molto fine. Il bicchiere e la brocca d’acqua erano di cristallo. Il servizio alla tavola era gestito da alcune gazzelle meravigliose, che indovinavano tutti i desideri di CapellidOro, di BuonDaino e di BelMicione.
La cena è stata squisita con pietanze raffinate di carne, selvaggina e pesce e i dolci sono stati una goduria. CapellidOro aveva fame e mangiava tutto con appetito. Dopo la cena tutti tre andarono a fare una passeggiata sugli incantevoli sentieri del giardino pieno di fiori e alberi di frutto. Dopo la passeggiata CapellidOro era stanca e BuonaCerva la portò a dormire. Nella sua stanza la aspettavano due gazzelle, che la aiutarono con grande abilità a cambiarsi e vegliarono poi il suo sonno.
CapellidOro si addormentò subito non prima però di aver pensato al suo padre, ed aver pianto amaramente di essere lontano da lui.


VI Il secondo risveglio di CapellidOro
Capelli d’Oro dormì profondamente e quando si svegliò gli sembrava di non essere più la stessa persona di chi era quando è andata a dormire.; gli sembrava di essere più grande, gli sembrava di pensare come un adulto, si ricordava come se durante il sonno avesse letto tanti libri, avesse conosciuto tante cose. Si ricordava come se avesse scritto, disegnato, cantato, suonato al pianoforte e all’arpa.
Tuttavia la stanzetta era uguale a quella dove la sera prima BuonDaino la portò a dormire.
Turbata e irrequieta andò a guardarsi allo specchio e vide una bella fanciulla giovane e, doveva riconoscere, incantevole, cento volte più bella di quando era andata a dormire. I suoi bei capelli gli arrivavano fino alle caviglie, la sua pelle bianca rosea, begli occhi azzurri, nasino piccolo, boccuccia piccola e rosa, le sue guance rose, la sua vite sottile e graziosa. Non ha mai visto in vita sua una ragazza cosi bella.
Scombussolata e spaventata si vesti in fretta e corse a BuonDaino. La trovò nello stesso salotto dove l’aveva vista per la prima volta.
“Daino!BuonDaino!, gridò lei, Cos’è successo con me? Che cos’è accaduto? Sono andata a letto bambina e mi sono svegliata adulta? Mi inganno o sono cresciuta cosi tanto in una sola notte?”
“Non ti sbagli CapellidOro, oggi compi quattordici anni. Il tuo sogno ha durato sette anni. Quando sei arrivata da noi non sapevi scrivere e leggere. Mio figlio BelMiccione e me stessa abbiamo voluto risparmiavi le fatiche dei primi anni di studio. Hai dormito per sette anni e durante questi anni noi, io e BelMiccione ti abbiamo fatto un’istruzione, ti abbiamo insegnati una serie di cose mentre dormivi. Vedo invece nei tuoi occhi che ne dubiti delle tue conoscenze. Venga allora con me nella sua stanza di lavoro e vedrà quante cose conosce.
CapellidOro segui BuonDaino nella sua stanza di studio. Si sedette al pianoforte e si mise a suonare, vide che suonava bene. Provò anche con l’arpa e sono suoni ravvisanti , cantava in maniera meravigliosa, prese la penna e il pennello e vide che sapeva bene scrivere e dipingere. Per il resto sfoglio dei libri e gli sembrava di averli già letti. Sorpresa, emozionata abbracciò BuonDaino e BelMiccione.
“Oh! Miei meravigliosi amici! Quanto sono grata a voi che avete cosi tanto curato la mia infanzia, facendo accrescere la mia anima e il mio spirito!
Buon Daino la accarezzò, BelMiccione la lecco con delicatezza sulle mani. Dopo i primi momenti di gioia CapellidOro disse però con timidezza.
“Non pensate che io non sono riconoscente cari miei amici, se oltre tutto ciò che già avete fatto per me vorrei sapere anche cosa fa il mio padre? Piange ancora per me? E mai riuscito a tornare sereno dopo che mi ha perso?”
“Il suo desiderio è troppo legittimo per non essere soddisfatto. Guardi in questo specchio CapellidOro e vedrà tutto ciò che è avvenuto da quando siete qui e anche cosa sta facendo adesso il suo padre”
CapellidOro guardò e vide l’appartamento del suo padre. Il re camminava su e giù con aria pensierosa. Sembrava di aspettare qualcuno. La regina Falsetta entrò e disse al re che CapellidOro, malgrado il divieto e le insistenze di Golosetto , volle lei stessa portare la carrozza con gli struzzi verso la foresta di Lillà, dove la carrozza traballò e CapellidOro fu buttata oltre il recinto nella foresta. Golosettò perse la testa per dolore e paura quindi fu rimandato ai suoi genitori. Poteva vedere che il re disperato corre verso la foresta di Lillà e solo con l’uso della forza poteva essere impedito di addentrarsi per cercare CapellidOro. Quando fu portato accasa era devastato dal dolore, e chiamava in continuo la sua cara figliuola. Alla fine s’addormentò, e vide nel sonno come CapellidOro si trova al castello di BuonDaino e BelMiccione. BuonDaino lo rassicurò che CapellidOro avrà un’ infanzia felice e tranquilla e che la rivedrà un giorno.
Lo specchio diventò opaco, poi si chiarì nuovamente e CapellidOro vide nuovamente il suo padre. Adesso sembrava invecchiato, aveva capelli bianchi e un’aria addolorata. Teneva vicino a se un piccolo ritratto di CapellidOro che baciava spesso, fra le lacrime. Era solo. CapellidOro non vedeva né Brunettina né Falsetta.
CapellidOro pianse disperatamente:
“Perché mio padre non ha nessuno accanto a se? Dove’è mia sorella Brunettina e la regina?”
“La regina ha dimostrato cosi poco sgomento per la vostra morte (perché vi credevano morta cara CapellidOro) , spiegò BuonDaino che il re iniziò a odiarla e la rimandò al suo padre Turbolento, che la chiuse in una torre dove mori di rabbia e di noia.”
La vostra sorella, Brunettina è diventata perfida e violenta., cosi il vostro padre la diede in fretta in sposa a un principe di nome Arrabbiato che ha un comportamento rude e adesso pensa lui a lei. Brunettina si è accorta che la malvagità non gli porta felicità e adesso prova cambiare. Quando la rivedrete la aiuterete a migliorare col vostro esempio.
CapellidOro ringraziò gentilmente per queste notizie. Avrebbe voluto chiedere ancora quando potrà rivedere il suo padre, ma per paura di non sembrare ingrata e frettolosa di abbandonare i suoi amici decisse di aspettare un altro momento per fare questa domanda.
Le giornate di CapellidOro passavano in fretta perché aveva sempre tante cose da fare, tuttavia a volte era triste. Con BuonDaino poteva parlare solo alla tavola o durante le lezioni, BelMiccione la capiva ma non poteva rispondergli solo miagolando e riusciva farsi capire solo attraverso i segni. Le gazzelle che la servivano erano mute.
CapellidOro andava a passeggiare sempre in compagnia di BelMiccione che gli faceva vedere i più bei sentieri e i più bei fiori. BuonDaino gli fecce promettere a CapellidOro che non oltrepasserà mai il recinto del giardino e non entra mai nella foresta. CapellidOro gli domandò varie volte il perché di questa grande difesa ma ottiene sempre la stessa risposta. Il Daino sospirò e gli diceva:
“CapellidOro non entrare mai nella foresta. E una foresta proibita che porta solo disgrazie! Meglio se non entri mai!”
A volte Capellid’Oro andava in un padiglione che si trovava su un’altura da dove vedeva bene la foresta, vedeva alberi bellissimi, fiori incantevoli e uccelli canoriche volavano di qua e di là, sembrava che la chiamano da se.
“Come mai BuonDaino non mi permette di andare in questa foresta? Che pericoli posso incontrare?”
Ogni volta quando pensava a queste cose BelMiccione miagolando in maniera lamentosa la tirava per il vestito, forzandola di scendere dal padiglione.
CapellidOro sorrideva, seguiva BelMiccione e continuava le passeggiate nel parco solitario.


VII Il papagallo

Erano passati quasi sei messi da quando CapellidOro si era risvegliato dal suo sonno di sette anni. Sembrava che è passato tanto tempo. Le mancava il suo padre ed era pensierosa. I suoi amici sembravano indovinare i suoi pensieri . BuonDaino sospirava, BelMiccione miagolava in maniera lamentosa. CapellidOro evitava di parlare di ciò che gli struggeva l’animo, perché BuonDaino gli aveva promesso “Rivedrai il tuo padre quando compirai quindici anni se continui di comportarti in maniera saggia, ma ascoltami non chiederti sempre sull’avvenire e soprattutto non provare a lasciarci”
Una mattina CapellidOro stava sola e meditava alla sua vita strana e monotona. Fu svegliata da tre colpetti alla finestra la fecero trasalire .
Vide un pappagallo verde col collare e la cresta arancioni. Sorpresa dalla vista di uno sconosciuto aprì la finestra e fece entrare il pappagallo. Ancor più grande fu la sua meraviglia quando il pappagallo si mise a parlare con voce rauca:
“Buongiorno Capelli d’Oro, so quanto si annoia qualche volta, ne ha tanta voglia di chiacchierare con qualcuno. Per questo sono venuta a tenervi compagnia. Ma per carità non dica a nessuno che mi ha visto perché BuonDaino che mi torce il collo.”
“Ma cosa dici bel pappagallo! BuonDaino non farebbe mai male a nessuno! Lei odia solo i malfattori “
“Capelli d’Oro se non mi promette di tener segreta la mia visita davanti a BuonDaino e BelMiccione me ne vado subito e non torno più”
“Se la desidera cosi tanto, la prometto bel pappagallo. Chiacchieriamo un po’, da tanto tempo non ho chiacchierato con nessuno! Lei mi sembra allegro e spiritoso! E molto divertente!”
Capelli d’Oro ascoltava le storie del pappagallo, i suoi complimenti teatrali sulla sua bellezza, sul suo talento, sul suo spirito. Capelli d’Oro era affascinata. Dopo un’ora il pappagallo volò via non prima di aver promesso che torna il giorno dopo. Lui rivenne cosi per giorni, e continuava a lusingare e divertire Capelli d’Oro. Una mattina bussò alla finestra e disse:
“Capelli d’Oro, Capelli d’oro! Apri in fretta, ti porto notizie dal tuo padre.ma non fare molto rumore se non vuoi che mi si torca il collo.”
Capelli d’Oro aprì la finestra e disse:
“Parla, hai davvero notizie dal mio padre bel pappagallo? Dimmi ti prego, dimmi come sta?”
“Vostro padre sta bene Capelli d’Oro ma piange ogni giorno per la vostra assenza. Gli ho promesso di impegnare tutte le mie forze per liberarti dalla tua prigione. Ma non lo posso far’ nulla senza il tuo aiuto”
“Prigione? Ma cosa dici? Tu non hai minima idea quanto sono gentili con me i miei amici, quanto mi vogliono bene. Loro sarebbe tanto contenti di potermi far vedere il mio padre. Vieni con me ti presento al BuonDaino”
“Capelli d’Oro tu non conosci i tuoi amici, disse il Pappagallo con voce rauca. Loro mi odiano perché a volte sono riuscita strappare le loro vittime. Non rivedrai mai più il tuo padre, non uscirai mai da questa foresta se non riesci tu stessa a trovare il talismano che ti tiene legata qui.”
“Quale talismano? Non so di cosa parli. Che interesse avrebbe BuonDaino e BelMiccione a tenermi rinchiusa qui?”
“Per non annoiarsi da soli Capelli d’Oro. Per quanto riguarda il talismano è una semplice rosa che tu devi cogliere per liberarti di questo esilio e tornare fra le braccia del tuo padre.”
“Dove posso cogliere la rosa? Nel giardino non ci sono delle rose.”
“Te lo dirò dopo, adesso non posso dirti di più, devo andare via perché sta arrivando Il Daino. Ma se vuoi capire il potere della rosa, domandane uno a BuonDaino, vedrai cosa ti risponderà. A domani Capelli d’Oro, a domani!”
Il pappagallo volò via contento che è riuscito a seminare nel cuore della fanciulla i germi della diffidenza, dell’ingratitudine e della disubbidienza. Appena se n’era andato via il pappagallo che arrivò BuonDaino, sembrava in agitazione.
“Con chi parlavi Capelli d’Oro?” domandò ella guardando col sospetto verso la finestra aperta.
“Con nessuno, Signora!”, rispose Capelli d’Oro
“Sono sicura che ti avevo sentito parlare”
“Probabilmente parlavo da sola”
BuonDaino non rispose. Ella era triste, gli cadde anche una lacrima.
Capelli d’Oro era preoccupata anche lei, le parole del pappagallo gli fecero vedere in una nuova luce il suo rapporto, ai suoi obblighi verso BuonDaino e BelMiccione. Invece di pensare che un daino che parla, che ha il potere di rendere intelligenti le bestie, di addormentare una bimba per sette anni, che si occupa per sette noiosi anni della educazione di questa piccola ignorante, che un daino che abita ed è servita come una regina non può essere un daino qualsiasi, invece di pensare con gratitudine a tutto ciò che BuonDaino ha fatto per lei in questi anni, Capelli d’Oro credeva ciecamente a tutto ciò che gli diceva questo pappagallo sconosciuto di cui nessuno garantiva la veridicità, e che non aveva alcun interesse per arrischiarsi la vita per liberare lei. Lei si fidava di lui perché lui l’aveva lusingato. Capelli d’Oro non sentiva ormai riconoscenza per la vita serena e tranquilla che aveva con Buon Daino e BelMiccione, decise quindi di inseguire i consigli del pappagallo.
Chiese durante la giornata.
“BuonDaino, perché tra tanti bei fiori nel nostro giardino non trovo il fiore più bello: la rosa?”
BuonDaino ebbe un tremito (brivido?) e disse preoccupata:
“CpellidOro, CapellidOro, non chiedimi questo fiore perfido che punge tutti quelli che la toccano. Non parlatemi più di questo fiore. Lei non sa che pericoli nasconde questo fiore per Lei”
I tratti di BuonDaino divennero cosi severi che CapellidOro non osò insistere.
La giornata finì male, Capelli d’Oro era imbarazzata, Buon Daino era scontenta e BelMiccione era triste.
La mattina dopo Capelli d’Oro aspettava alla finestra e appena la aprì il pappagallo entrò dentro.
“Eco Capelli d’Oro hai visto quanto era turbata BuonDaino quando gli hai detto della rosa. Io ti ho promesso di aiutarti a trovare questo fiore affascinante. Eco, devi uscire dal parco ed addentrarti nella foresta. Ti accompagnerò, ti porterò là dove si trova la più bella rosa del mondo.
“Come potrei uscire dal parco? BelMiccione è sempre sui miei passi quando faccio le passeggiate “
“Prova liberartene di lui, se non ti permette di uscire, esci lo stesso!”
“Se la rosa di cui parli si trova lontano si accorgeranno della mia assenza”
“E un’ora di cammino. BuonDaino è stata attenta che tu stia lontana dalla rosa, perché tu non possa uscire da questa prigione!”
“Ma a che scopo mi tiene in prigione? Quanto è potente non potrebbe trovarsi altri piaceri che dedicarsi all’educazione di un bambino?”
“Questa ti sarà spiegato più in là Capelli d’Oro, disse il pappagallo, quando tornerai al tuo padre. Sii decisa Capelli d’Oro. Durante la passeggiata mattutina molla BelMiccione ed esci nella foresta, io ti aspetterò.”
Capelli d’Oro promise e chiuse la finestra per paura che BuonDaino la scoprisse.
All’indomani, dopo la collazione Capelli d’Oro andò alla sua solita passeggiata. BelMiccione la seguiva malgrado il comportamento dispettoso di Capelli d’Oro. Arrivati al sentiero ceh portava alla foresta Capelli d’Oro disse a BelMiccione:
“Voglio essere sola, vatene BelMiccione!”
BelMiccione fingeva di non aver capito. Cappelli d’Oro dimenticò cosi tanto di se stesa che gli diede un calcio.
BelMiccione miagolo in maniera lugubremente triste e corse al castello.
Capelli d’Oro rabbrividì al sentire il grido di BelMiccione, volle richiamarlo, rinunciare alla rosa e raccontare tutto a BuonDaino. Ma gli mancava il coraggio e si vergognava. Non senza paura aprì il cancello e malgrado la paura entrò nella foresta. Il pappagallo la aspettava già.
“Forza Capelli d’Oro! In un’ora siamo arrivati alla Rosa che ti riporterà al tuo padre.”
Tali parole ridiedero a Capelli d’Oro la determinatezza e la fiducia che iniziava a scemare. Incedeva sul sentiero che il pappagallo gli indicava volando da un ramo all’altro. La foresta che dal giardino del BuonDaino sembrava cosi bella diventava sempre più difficile da penetrare, dovunque si imbatteva in rovi e pietre, non si sentivano più gli uccelli, i fiori erano spariti. CapellidOro cominciava a sentirsi sopraffatta da uno strano malessere. Il pappagallo la spingeva a sbrigarsi.
“Sbrigati Capelli d?oro. Il Daino si renderà conto che non ci sei, ti inseguirà, a me mi storcerà il collo e te non vedrai più il tuo padre.
Stanca, respirando con l’affanno, con le braccia e i piedi graffiati, con le scarpe rotte, Capelli d’Oro stava per rinunciare a proseguire quando il pappagallo gridò:
“Siamo arrivati Capelli d’Oro. Eco il posto delle rose!”
Capelli d’Oro vide alla fine del sentiero un recinto che fu aperto dal pappagallo. Il terreno attorno era pieno di pietre ma nel mezzo si trovava un magnifico cespuglio di rose con una Rosa più bella di tutte le rose del mondo.
“Coglila Capelli d’Oro, l’hai davvero meritata!” disse il pappagallo.
Capelli d’Oro tirò il ramo verso di se, e malgrado le spine le pungessero le dita rupse la rosa. Nello stesso momento senti un riso forte e la rosa gli cadde dalle mani urlandogli:
“Grazie CapellidOro che mi hai liberato dalla prigione dove mi teneva rinchiuso il potere del BuonDaino. Io sono il tuo genio malvagio , ormai sei sotto il mio potere.
“Ha, ha, ha rise il pappagallo, Capelli d’Oro, ormai posso tornare alla mia forma di stregone. Mi è stato più facile convincerti di quanto credevo. Ti ho resa facilmente malvaggia e ingrata semplicemente lusingando la tua vanità. Tu stessa hai determinato la morte dei tuoi amici, il cui nemico mortale io sono. Adio Capelli d?oro”
Con queste parole sparì sia il pappagallo che la rosa. Capelli d’Oro restò sola nella fitta foresta.

VII Espiazione (Pentimento)
Capelli d’Oro era pietrificata (stupefatta, sconvolta?)Il suo comportamento gli appariva in tutto il suo orrore: fu ingrata nei confronti dei suoi amici devoti, che l’hanno cresciuta sette anni. Chi sa se mai la perdoneranno? Che ne sarà di lei se non vogliono riprenderla? Inoltre cosa significavano le parole malvage del pappagallo: “Tu stessa hai causato la morte dei tuoi amici”?
Volle subito tornare accasa al castello del BuonDaino. I rovi e le spine gli sfregiavano le braccia, le gambe e il viso, tuttavia continuava a farsi strada tra gli cespugli, e dopo tre ore di penosa marcia arrivò al posto del castello di Buon Daino e BelMiccione. Ma ciò che vide non lo dimentica mai. Nel posto del bel castello erano solo delle rovine. Invece dei fiori e begli alberi erano solo rovi, cardi e ortiche. Terrificata e desolata volle penetrare dentro le rovine del castello per vedere cosa è avvenuto ai suoi amici. Un grande Rospo usci da sotto una lastra di pietra e gli sbarrò la strada:
“Che vuoi qui? Non proprio la tua ingratitudine ha causato la morte dei tuoi amici? Vattene! Non offendere il loro ricordo con la tua presenza”
“Oh, miei cari amici! BuonDaino, BelMiccione, pianse Capelli d’Oro, magari potessi espiare con la mia morte la disgrazia che vi ho causato”
S’inginocchiò sui rovi e ortiche piangendo amaramente, devastata dal dolore. Non sentiva nemmeno le spine dei cardi o le pietre taglienti. Pianse cosi per molto tempo, poi si alzò per cercarsi un riparo. Non trovò che pietre e rovi.: “Va bene, che mi mangino gli animali selvaggi o che io muoia di freddo e di dolore. Almeno spirerò la mia anima qui sulla tomba dei miei amici, BuonDaino e BelMiccione.” Appena dise tali parole senti una voce:
“Il rimpianto fa riscattare molte cose”
Alzò la testa verso il cielo ma non vide altro che un Corvo che volteggiava sopra di ella.
“Quanto amaro sarà il mio pentimento potrò mai far tornare alla vita BuonDaino e BelMiccione?”
“Forza Capelli d’Oro! Espia la tua colpa col pentimento. Non farti accecare dalla disperazione Capelli d’Oro!”
Povera Capelli d’Oro si alzò e si allontanò da questo luogo desolato della tristezza. Seguì uno stretto sentiero in una parte della foresta dove i grossi alberi hanno presso il posto degli rovi, la terra era coperta del muschio. Capelli d’Oro sfinita per la stanchezza e dolore crollo accanto a uno di questi begli alberi e continuo a piangere con degli singhiozzi.
“Coraggio Capelli d’Oro! Spera!” gli disse una voce.
Lei non vide che una rana che la guardava con degli occhi compassionevoli.
“Cara ranocchia, sembri avere compassione del mio dolore. Cosa sarà di me, ormai che mi trovo sola al mondo.
“Coraggio e speranza”, riprese la voce
Capelli d’Oro sospirò. Provò a trovare qualche frutto per saziare la sua sete e fame. Ma non trovò nulla. Un rumore di campane la tolse dai suoi pensieri tristi. Vide avvicinarsi lentamente una bella mucca, che si fermò accanto a lei e gli fecce vedere che aveva una ciotola a tracolla. Riconoscente per l’aiuto inatteso. Capelli d’Oro prese la ciotola, munse la mucca e beve con tanto appetito due ciotole intere di latte. La mucca gli fece segno di mettere a posto il vaso. La fanciulla la abbracciò e gli disse con tristezza:
“Sicuramente questo regalo le devo ai miei poveri amici. Dall’altro mondo hanno visto il mio pentimento e hanno pensato di allievare cosi le mie sofferenze”
“Il pentimento fa perdonare molti errori” si senti la voce
“Nemmeno se piangessi per gli anni non perdonerei il mio errore.”
Imbruniva (si avvicinava la sera). Malgrado la desolazione Capelli d’Oro pensò che comunque sarebbe meglio ripararsi di notte dagli animali selvatici, i cui ruggiti sembrava di sentirli. Scorse a qualche passo più in là un riparo fatto dai rami intrecciati di vari arbusti. Doveva un po’ piegarsi per entrare, poi aggiungendo un po’ di rametti riuscì a farsi una deliziosa capanna (casetta/cuccia). Quanto era ancora luce raccolse del muschio e si fecce un materasso e un cuscino morbidi. Prese alcuni rami più grossi che fissò dentro la terra per nascondere e proteggere l’entrata nella sua cuccia, poi entrò e si addormentò per la stanchezza. Quando si svegliò, il sole era già a mezzo del cielo. All’inizio faceva fatica a raccogliersi le idee poi si ricordò della triste realtà e iniziò a piangere e lamentarsi. Aveva fame. Iniziava a disperarsi per cosa mangerà senti le campane della mucca. Beve latte quanto voleva poi rimise la ciottola a posto, abbracciò la Bianchina e la segui con lo sguardo quando si allontanò nella speranza che la rivedrà ancora oggi. Infatti ogni mattina, mezzogiorno e per la cena Bianchina offriva alla ragazza il suo pasto frugale. Capelli d’Oro passava il suo tempo piangendo per i suoi amici.
“Con la mia disobbedienza, ho causato una disgrazia che mai potrò riparare. Non ho perso solo i miei amici, ma ho perso anche l’unica possibilità di rivedere il mio padre, che forse aspetta la sua figlia disgraziata, obbligata a vivere sola in questa terribile foresta regnata dal mio demone malvagio”
Per distrarsi Capelli d’Oro organizzava la sua capanna. Costruì il suo bel letto di muschio e foglie. Intrecciò una sedia dai rami. Da qualche spine lunghe e sottili fecce degli aghi, di qualche pezzi di canapa trovati in vicinanze della capanna si fece degli fili quindi rammendò le sue scarpe rotte in pezzi dai rovi.
Passarono cosi sei settimane. La sua tristezza, il suo pentimento erano altrettanto forti di prima, ma bisogna riconoscergliela che non per la vita solitaria e difficile che aveva ma per i sinceri rimpianti per i suoi errori. Avrebbe accettato di vivere tutta la sua vita in questa foresta se attraverso ciò avesse riscattato la vita di BuonDaino e di BelMiccione.


IX La tartaruga
Un giorno quando era seduta sull’uscio della sua capanna rammentando tristemente sul danno che ha causato ai suoi amici gli compari davanti una gigante tartaruga e gli disse con voce gutturale:
“Capelli d’Oro, se ti metti sotto la mia protezione, io ti posso portare fuori dalla foresta!”
“E perché dovrei cercare di uscire da questa foresta signora Tartaruga? Qui ho provocato la morte dei miei amici, qui voglio morire anch’io.”
“Tu sei sicura che i tuoi amici sono morti?”
“Cosa? Potrebbero essere ancora in vita? Non, non ci credo. Ho visto il loro castello in rovine. Il Pappagallo e il Rospo mi hanno detto che sono morti. Lei è cosi buona che vuole allievare il mio dolore ma io non ho più coraggio di sperare. Se vivessero non mi avrebbero lasciata disperare dal pensiero che ho provocato la loro morte.
“Ma da dove sai se non sono anche loro nella balia di un potere più grande di loro e che ti hanno abbandonata malgrado la loro volontà. Ma come te l’avevo detto, il rimpianto può riscattare molte colpe.”
“Cara signora Tartaruga, se loro sono ancora in vita me lo dica la prego, che non ho sul cuore la loro morte e che posso sperare di rivederli un giorno. Accetto qualsiasi punizione per avere questa felicità”
“Capelli d’Oro, non mi è permesso di rivelarti la sorte dei tuoi amici. Ma se hai coraggio di salirmi in groppa, viaggiare cosi per sei messi senza farmi alcuna domanda ti porterò in un posto dove conoscerai tutto ciò che vuoi sapere!”
“Le prometto tutto ciò che vuole signora Tartaruga pur di sapere cos’è accaduto ai miei amici.”
“Stai attenta Capelli d’Oro. Sei messi senza scendere dalla mia groppa, senza proferire una parola! Una volta che saremo partititi, se tu non avrai il coraggio di andare fino in fondo resterai per sempre sotto il potere del stregone Pappagallo e della sua sorella Rosa, e non potrò mandarti nemmeno i piccoli soccorsi che ti ho mandato in queste sei settimane.”
“Andiamo Signora Tartaruga, partiamo subito, preferisco morire di stanchezza e noia che di rimpianto e d’ansia. Ciò che aveva detto mi ha ridato il coraggio e un barlume di speranza, adesso sento di poter fare un viaggio ancor più difficile di quello di cui mi ha parlato?”
“Come desideri Capelli d’Oro. Saltami in groppa! Non soffrirai né sete, né fame né sonno in tutto questo tempo. Quanto durerà il nostro viaggio non ti succederà niente di male. “
Capelli d’Oro salì in groppa alla tartaruga.
“Da ora in pii, silenzio! disse codesta. Non più una parola fino quando arriveremo e allora aspetterai che parlo io per prima”


X. Il viaggio e l’arrivo
Il cammino di Capelli d’Oro durò sei mesi, come aveva promesso la tartaruga. Passarono tre mesi fin quando uscirono dalla foresta. Allora attraversarono una arida pianura per altre sei settimane. Alla fine della pianura scorse un castello che gli faceva venire in mente quello della BuonaCerva. Dopo un altro mese di viaggio arrivarono appena sull’alea che portava al castello. Chi sa se non sarà proprio questo il posto dove potrà sapere qualcosa dalla sorte dei suoi amici?, si domandava Capelli d’Oro ma non osava di chiedere, malgrado la tormentava l’impazienza. Se avesse potuto scendere e correre in qualche minuto sarebbe arrivata al castello, ma la Tartaruga continuava ad incedere con lentezza e Capelli d’Oro rispettò la parola data e non disse nulla. Si rassegnò di aspettare, malgrado l’impazienza. La Tartaruga sembrava di rallentare invece di affrettare il passo. Mise ancora altri quindici giorni per percorrere questa alea, che a Capelli d’Oro sembrarono quindici secoli. Non perdeva da vista il castello e la porta. Sembrava un castello deserto, non si vedeva alcun movimento attorno ad esso. Finalmente passati i centottanta giorni la tartaruga si fermò e disse:
“Scendi ora! Giacché mi hai obbedito e sei stata coraggiosa, meriti la ricompensa che ti avevo promessa. Entra sulla piccola porta davanti a te e chiedi dalla prima persona che incontri della fata di nome Buonanima/Gentilezza e lei ti dirà cos’è accaduto ai tuoi amici.”
Capelli d’Oro saltò giù vivacemente dalla groppa della tartaruga. Temeva che dopo una si lunga immobilità non riuscirà più usare le sue gambe. Invece si sentiva leggera come nei tempi quando viveva felicemente con BuonaCerva e BelMiccione quando correva tutto il giorno nel bellissimo giardino tra fiori e farfalle.
Dopo che ringrazio dal cuore alla tartaruga aprì la porta e si trovo faccia in faccia con una ragazza vestita tutto di bianco ch egli chiese con una voce gentile con chi desidera.
“Sto cercando la fata Gentilezza. Le dica la prego che la principessa Capelli d’Oro la prega gentilmente di riceverla”
“Mi segua principessa” disse la ragazza
Capelli d’Oro la seguì tremando. Attraversarono tanti bei salotti, incontrarono tante altre giovani in bianco come quella che la stava guidando. La guardavano sorridenti come se la conoscessero. Arrivarono in un salotto molto bello, che era come quello della cerva nella Foresta di alberi di Lillà.
Questa reminiscenza la colpi cosi profondamente che non si accorse della scomparsa della ragazza in bianco che era prima accanto a lei. Guardò con tristezza i mobili del salotto. Era un solo pezzo che dal salotto della Cerva nella Foresta di Lillà mancava: un bel armadio grosso, lavorato in maniera pregiata in avorio e oro. Capelli d’Oro si sentiva attratta in un modo inspiegabile di questo armadio e la guardava senza poter togliere lo sguardo da essa,quando si apri una porta ed entrò una donna bella ancora giovane e vestita in maniera molto rafinata, si avvicinò a Capelli d’Oro e gli chiese con una voce dolce e carezzevole
“Che cosa desideri da me, cara mia bimba?”
“Cara Signora!, disse Capelli d’Oro buttandosi davanti ai suoi piedi. Mi avevano detto che Lei potrebbe darmi delle notizie sui miei buoni amici BuonaCerva e BelMiccione. Gli avevo persi per la mia colpa, perché non le avevo ascoltati. Gli avevo pianto per lungo tempo credendo fossero morti. Ma la Tartaruga che mi ha portato qui mi ha dato nuove speranze che vivono e che potrei ritrovarli. Mi dica signora se sono vivi e cosa devo fare per meritare a rivederli?”
“Capelli d’Oro, disse la fata Gentillezza con un tono molto triste, Lei conoscerà la sorte dei suoi amici, ma qualsiasi cosa accada non perda la speranza e il coraggio.” Dicendo tali parole prese per mano Capelli d’Oro che tremava e la condusse all’armadio bianco.
“Eco Capelli d’Oro la chiave di quest’armadio. Aprilo e sii forte” , e le diede una chiave d’oro.
Capelli d’Oro prese la chiave con mano tremante e apri l’armadio e cosa vide dentro? La pelle della BuonaCerva e di BelMiccione, agganciate su chiodi di diamante. Capelli d’Oro emesse un grido disperato e svenne fra le braccia della fata.
La porta si apri nuovamente e un principe bello come il sole si affrettò verso Capelli d’oro dicendo:
“Mamma, la prova è stata troppo dura per la nostra cara Capelli d’Oro”
“E’ vero figliuolo e il mio cuore soffre tanto per lei ma tu sai che questa ultima punizione era necessaria per liberarla per sempre dal giogo del crudele genio della foresta di Lilla”
Dicendo tali parole la fata toccò con la sua baghetta Capelli d’Oro che ritornò subito a se ma piangendo coi singhiozzi, desolata disse:
“Lasciatemi morire! La mia vita mi è insopportabile. Non ho più alcuna speranza, non esiste più alcuna felicità per me. Cari miei amici, presto sarò accanto a voi!”
“Capelli d’Oro, cara Capelli d’Oro , i tuoi amici vivono e ti vogliono bene. Io sono BuonaCerva e lui è il mio figlio BelMiccione. Il stregone malvagio della Foresta di Lillà, approfittando della negligenza del mio figlio si è impadronito di noi e ci ha dato l’aspetto sotto di quale ci hai conosciuti. Non potevamo tornare al nostro aspetto originale solo quando tu avrai colta la rosa che io sapevo di essere il tuo demone malvagio e lo tenevo imprigionato. L’ho piantata lontano dal castello per allontanarlo dalla tua vista. Sapevo quante disgrazie vi porterà se liberate il vostro genio malvagio dalla sua prigione, e il cielo mi è testimone che avremmo preferito sia io che il mio figlio di vivere tutta la vita come BuonaCerva e BelMiccione pur di risparmiarti le immane sofferenze che hai dovuto attraversare. Malgrado le nostre premure il pappagallo è arrivato fino a te. Ciò che è avvenuto dopo lo sai benissimo cara mia bambina. Ciò che non sai è quanto abbiamo sofferto noi con te le tue lacrime e la tua solitudine”
Capelli d’Oro non smetteva di abbracciare i suoi amici, la fata e al principe e di ringraziarli . Le faceva mille domande:
“Cos’è successo alle gazzelle che mi servivano?”
“Le hai viste cara Capelli d’Oro, sono quelle giovani che ti hanno accompagnata fin qui. Loro con noi hanno sofferto questa triste trasformazione.
“E con la buona mucca che mi portava latte ogni giorno?”
“Abbiamo convinto la Regina delle fate di mandarti questa piccola consolazione. Anche le parole di incoraggiamento del corvo sempre da noi venivano”
“Chi aveva mandata la Tartaruga?”
“La Regina delle Fate” intenerita dalla vostra sofferenza ritirò al genio della foresta ogni potere su di te con la condizione di ottenere da te una ultima prova di sottomissione costringendovi di fare questo lungo e noioso viaggio, e ti ha dato ultima punizione facendoti pensare che io e mio figlio siamo morti. Ho supplicato la regina delle fate di risparmiarti quest’ultima prova ma ella restò intransigente”
Capelli d’Oro continuava di ascoltare, guardare ed abbracciare i suoi amici perduti da tanto tempo, e che temeva fossero perduti per sempre. Si ricordò del suo padre. BelMiccione, ora PrincipePerfetto come sempre indovinò i suoi pensieri e gliele disse alla fata che disse:
“Preparati figliuola di rivedere il tuo padre. Lo informato e ti aspetta.
In quell’istante Capelli d’Oro si trovò in una carrozza fatta di perle ed oro. Alla sua destra si trovava la fata, ai suoi piedi si trovava il principe che la guardava con tenerezza e amore. La carrozza era trainata da quattro cigni di un bianco splendente, che volavano cosi veloci che in cinque minuti arrivarono al castello di re Bonaccione L’intera coorte era attorno a lui ed aspettavano Capelli d’Oro. Quando la carrozza comparì esplosero tanti gridi di gioia che i cigni stavano per perdere la testa e sbagliare la strada. Il principe che le guidava riuscì a controllarli e parcheggiò la carrozza davanti alla grande scala d’onore del castello.
Il re corse verso Capelli d’Oro che saltò giù dalla carrozza direttamente fra le braccia del suo papà. Restarono per lungo tempo abbracciati. Tutto il mondo piangeva di gioia.
Quando il re torno coi piedi per terra/si rimise)(?)baciò teneramente le mani della fata che gli aveva riportato la figlia dopo che l’aveva cresciuta e protetta. Abbracciò il principe Perfetto che trovo molto avvincente.
Hanno festeggiato per otto giorni il ritorno di Capelli d’oro. Alla fine di questi otto giorni la fata volle tornare a casa sua. Il principe Perfetto e Capelli d’Oro erano cosi tristi che devono lasciarsi, che la fata e il re si intesero che non si lasceranno mai. Il re sposò la fata e Capelli d’Oro sposò il principe Perfetto, che tanto per lei restava per sempre BelMiccione dalla foresta di Lillà.
Brunettina si impegnava a migliorare e veniva spesso a trovare Capelli d’Oro. Anche il suo marito Arrabbiato diventò più tranquillo.
Capelli d’Oro non ha mai avuto problemi. Diede alla luce figlie belle che somigliavano a lei e figli che somigliavano al principe Perfetto. Tutto il mondo li voleva bene e tutti attorno a loro erano felici e contenti.

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