Mettetevi per un attimo nei panni di un medico o di un cittadino comune che si ritrova davanti a questa scena. Un uomo vive per strada, è malato, forse terminale. L'ospedale lo ha dimesso perché "non c'è più nulla da fare" o perché non ha un'assicurazione, non ha parenti, non ha nessuno che vada a prenderlo.
Voi cosa fareste? Come si può aiutare una persona che il mondo ha deciso di cancellare? Vi girereste dall'altra parte, lasciandola morire al freddo su un marciapiede, o vi rimbocchereste le maniche per offrirgli un letto pulito, un pasto caldo e un briciolo di dignità nei suoi ultimi giorni?
La storia di Dumbrava e Viorel Pasca: Quando l'amore fa paura allo Stato
In Romania, c'è chi ha scelto di non girarsi dall'altra parte. A Dumbrava, un uomo di nome Viorel Pasca ha aperto le porte di casa sua a centinaia di persone che la società aveva rifiutato: senzatetto, disabili, malati terminali cacciati dagli ospedali. Persone a cui nessuno offriva un centesimo, perché da loro non c'era nulla da guadagnare. Non parliamo degli "ospizi degli orrori" nati per profitto, ma di un luogo che chiunque nella zona conosceva come un porto sicuro di vera umanità.
Eppure, la risposta dello Stato rumeno è stata spietata. Invece di ringraziarlo, sostenerlo o aiutarlo a migliorare la struttura, le autorità si sono scagliate contro di lui con tutta la forza della loro macchina burocratica.
L'inumanità della burocrazia e la finta giustizia
La giustizia rumena, in questo caso, ha messo in scena uno spettacolo di profonda inumanità. Con il pretesto di applicare leggi e "norme" – le stesse norme che lo Stato non applica quando si tratta di garantire una sanità pubblica dignitosa ai poveri – si è deciso di punire chi faceva del bene.
Per i burocrati, se un barbone muore di stenti su una panchina, la colpa è del destino. Ma se muore in un letto caldo, assistito da chi lo ama, ma senza il timbro corretto su un pezzo di carta, allora scatta il reato. Questa non è giustizia; è una finta giustizia che serve solo a coprire i fallimenti delle istituzioni. Lo Stato preferisce la morte invisibile dei poveri alla solidarietà non autorizzata.
Una riflessione necessaria
Punire chi fa tutto il possibile per aiutare gli invisibili, quando tutti gli altri hanno rinunciato, è il fallimento morale di una società. Non si può criminalizzare la compassione. Se la legge non prevede spazio per l'umanità, allora è la legge che deve essere cambiata, non le persone che scelgono di restare umane.
Nessuno pensava che avrebbe mai più suonato. I medici gli avevano salvato la vita, ma non le mani. Eppure, anni dopo, eccolo lì: il suono di un Chopin esitante, poi deciso. Le dita erano tornate — nate di nuovo, come le salamandre. Fantascienza? Forse. Ma ogni grande scoperta ha avuto origine da una visione considerata impossibile.
C' una volta, in un futuro non troppo lontano, una biologa che aveva studiato a lungo i segreti della rigenerazione. Si chiamava Lucia, e non era solo una scienziata: era una visionaria. Aveva letto tutto sulle salamandre, sui pesci-zebra, sulle punte delle dita dei bambini che ricrescevano. Ma ciò che davvero la ossessionava era una domanda: "E se anche l’uomo potesse rigenerare un arto?" A lei si rivolse Friederich per farsi ricrescere le dita.
"Dovremo riaprire la memoria del tuo corpo, spogliarlo del ricordo della perdita, e suggerirgli come tornare a suonare. Tornerà anche il dolore ma se accetti… potrebbe succedere l’impossibile.” Friederich accetò.
Nel suo laboratorio, nascosto tra le colline, Lucia lavorava giorno e notte. Non cercava di forzare la natura, ma di ascoltarla. "Il corpo umano ha già dentro di sé le chiavi della rigenerazione," ripeteva. "Basta trovare la serratura giusta."
Lucia iniziò a studiare il fegato, l’unico organo interno umano con una vera capacità rigenerativa. Scoprì che proprio lì, dove TNF-α e IL-6 avrebbero potuto in altri contesti provocare infiammazione o danno, nel fegato aprivano le porte alla replicazione degli epatociti. L’infiammazione, questa febbre generatrice dosata come un’arte antica, non era nemica: era la scintilla.
"E se potessimo replicare questo schema in un arto amputato?" pensò. Così nacque il progetto Blastema.
Lucia scelse come modello un dito amputato, dove ancora nei bambini si poteva osservare un barlume di rigenerazione. Applicò un cerotto bioattivo, non fatto solo di materiali, ma anche di silenziatori genetici: piccole molecole che mettevano a tacere la cicatrizzazione e la fibrosi. Quelli erano i nemici che si accontentavano di cicatrizzare la ferita. Al loro posto, fattori di crescita antichi: Wnt, FGF8, BMP7, SHH.
Incanto per la Ricrescita del Dito 🌱 (da sussurrare tra provette e microscopi)
Nel silenzio del vetro e dei filamenti,
dove danzano cellule come strumenti,
io chiamo le forze che vita donano,
e dita perdute di nuovo suonano.
WNT, vieni e guida il germoglio,
"Rimani verde, tu sei l’orgoglio!
Staminale sei, non ti confondere,
la forma verrà, non ti far sorprendere."
BMP, saggio trasformatore,
di’ alla gemma: "Ora diventa fiore!
Muscolo e nervo, osso e pelle,
sbocciano adesso, splendenti stelle."
EGF, scintilla d’energia,
spargi crescita e mitosi a pìa.
"Dividi, raddoppia, rinasci veloce,
fai che il dito ascolti la mia voce!"
Notch, giardiniere che tutto sistema,
scegli per bene, risolvi il problema.
"A te l’unghia, a te la pelle,
a ognuno il suo posto, in fila e a stella."
SHH, ciclica musica antica,
porta l’onda che mai s’indebita.
"Riaccendi i ritmi, fa’ che si avvii
la danza che un giorno dita formò lì."
Ma non bastava. Ci voleva un'orchestra cellulare. Richiamò cellule staminali residenti con segnali chimici precisi (SDF-1, IGF, EGF), ispirandosi ai pattern dello sviluppo embrionale. Creò uno scaffold biodegradabile, intriso di VEGF, che avrebbe attirato nuovi vasi. Tutto veniva dosato nel tempo, come in una sinfonia.
🎵 "Il canto del dito che tornò" – Capitolo II: I Costruttori dell’Opera"
(dedicata a chi conosce la scienza e a chi la sogna ancora)
🔧 VEGF chiamò i fiumi e le vene,
“Portate ossigeno, lavate le scene!”
Con flussi leggeri e nuova corrente,
fece sbocciare tessuto vivente.
🧠 FGF (Fibroblast Growth Factor) bussò alla mente:
“Nervi, rinascete! Torni il presente!”
E il dito sentì, come un tempo lontano,
il tocco del vento sul palmo e sul piano.
⚙️ TGF-beta con voce un po’ dura
gridò: “Ora basta con la paura!
Niente più cicatrici, niente cemento,
torni la forma, ritorni il movimento.”
🦴 PDGF disse: “Osso, ritorna in piedi,
con ponti e archi fatti per le mani e per i piedi!”
Ricostruì piano la mappa segreta
dove la struttura al tocco si quieta.
🌌 Poi arrivò il mistero, il ritmo profondo:
un’eco antica del corpo e del mondo.
C’erano segnali che ancor non sappiamo,
ma in quel dito ferito... già suonavano piano.
🎹 E un giorno il pianista, con mani tornate,
suonò la sua musica sulle nottate.
Nessuno ci credeva, ma lui, con ardore,
disse: “Non è un miracolo. È solo amore...
…e scienza, pazienza, ricerca sincera,
che ascolta ogni cellula come fosse preghiera.”
Il corpo rispondeva. Le cellule adulte cominciavano a tornare indietro, a de-differenziarsi. Comparve un piccolo agglomerato: il blastema.
🎵 "Il canto del dito che tornò" – Capitolo III: I Maestri della Forma"
📜 E quando il silenzio calò sulle trame,
vennero i Genî con antichi programmi.
Codici scritti nel tempo embrionale,
che ancora ricordano come si fa uguale.
🌀 HOX fu il primo, con penna d’argilla:
"Scriviamo la mappa, riprenda la scintilla.
Ogni falange avrà la sua via,
dal polso alla punta torni l’armonia."
🏛️ RUNX2, architetto delle ossa,
tracciò le colonne, creò la fossa.
"Calcio e matrice, unitevi adesso!
Un dito che danza non può essere flesso."
💪 E poi venne MYOD, muscoloso e severo:
“Richiamo le fibre con ordine vero!
Miofibrille, scattate! Tendini, avanti!
Servono braccia per tasti danzanti!”
🧬 Ma ognuno rispose alla propria chiamata,
non per magia… ma per strada tracciata.
Perché in ogni cellula, anche se adulta,
riposa un ricordo che mai si consunta.
Nei giorni successivi, Lucia modulò le risposte. Nutriva le cellule con fattori neurotrofici, guidava l’ossificazione con segnali di Hox e Runx2, e controllava la differenziazione muscolare con MyoD.
E con questo incanto di molecole vere,
nel bioreattore o tra mani leggere, rinasce una forma, un tocco, un suono: Lucia sorride… e il dito è dono.
Non era magia. Era la scienza dell’ascolto del corpo. Ogni segnale aveva il suo momento. Ogni molecola, la sua dose. Ogni giorno, un piccolo passo.
Un mese dopo, ciò che nessuno credeva possibile: la forma dell’arto cominciava a delinearsi.
Lucia annotava tutto nel suo diario:
"Oggi ho visto le dita della speranza. Non sono perfette. Ma sono vive. Sono nostre."
Era l’inizio di una nuova medicina. E Lucia, come Prometeo gentile, aveva donato all’umanità non il fuoco, ma la scintilla della rigenerazione.
(a reflection on language, belonging, and silence)
I went the extra mile to learn their language.
I learned it out of respect — and love, too.
But no matter how well I spoke it,
they built a wall between us.
And that is the wound I carry:
not the difficulty of grammar,
but the coldness that met my fluency.
To speak fluently and still be left outside —
it teaches you something painful.
Words can open doors,
but not every door is meant to be opened.
Some walls are invisible, yet solid as stone.
And yet, I know what I do when roles are reversed.
When someone from another place speaks my language,
when I see they’ve learned it to speak to me —
they become precious in my eyes.
Because I know what that journey takes.
My mother taught me: “As many languages you speak, as many persons you are.”
And I’ve lived those lives,
with different voices in different tongues.
Learning a language is never just memorising words —
it’s imagining real moments where those words might live.
It’s falling a little in love with the people,
with the music of their sentences,
with something in their world.
That effort should be welcomed.
It should be met with kindness, not judgment.
Because to speak in another’s language
is to build a bridge — not to show off, but to belong.
And so, when someone makes the effort to speak my language,
I do not measure their accent.
I open my heart.
O mare adormita sub pamant
Te-ai gândit vreodată ce se află sub picioarele tale? Nu doar asfalt, nu doar
pământ. Ci poate... o mare de sare. Uscată. Ascunsă. Presată acolo de milioane
de ani. Și care, într-o zi, începe să urce. Aceasta e povestea unor locuri ca
Praid, Ocna Mureș, Slănic. Și a noastră. Pentru că ceea ce e sub pământ nu e
niciodată doar o poveste geologică. E despre casă, siguranță și despre cum putem
preveni ce pare de neimaginat. In subsolul Transilvaniei si nu numai, zac
straturi vechi de milioane de ani, marturii ale unor mari disparute. Sarea,
acest mineral stralucitor si vital, provine din evaporarea unor intinderi marine
din erele geologice. Cand spunem ca in adancuri se afla "o mare secata", nu este
doar o metafora: sunt efecte reale si masive, care modeleaza si astazi peisajul,
locuintele, viata oamenilor.Acum multe milioane de ani, pe teritoriul României
era o mare. Nu una turistică, ci una caldă și relativ puțin adâncă în comparație
cu oceanele — dar suficient de adâncă pentru a acumula straturi de sare de peste
200 de metri grosime. Într-o epocă extrem de secetoasă, marea a început să se
evapore treptat. În urma ei, au rămas aceste depozite uriașe de sare, care s-au
compactat și conservat în timp. Peste ele s-a depus timp de milioane de ani
pământ, noroi, straturi peste straturi.
Ce sunt diapirii si cum se formeaza
Dar sarea e ușoară. E ca o ceară. Sub presiune, începe să se deformeze, să urce,
să se strecoare în sus prin rocile mai grele. Așa apar așa-numitele diapire —
coloane de sare care urcă din adânc și pot ajunge aproape de suprafață. Rocile
evaporitice, precum sarea, se formeaza prin evaporarea completa a apelor marine
intr-un climat extrem de arid. Ulterior, peste aceste straturi se depun sute de
metri de pamant, noroi, argile, gresii. In anumite conditii, datorita densitatii
mici si plasticitatii sarii, ea incepe sa "urce" — incet, dar irezistibil — prin
straturile superioare, formand ceea ce geologii numesc un diapir. Este un proces
lent, dar activ, care poate duce la fisurarea rocilor, aparitia de izvoare
saline, sau chiar prabusiri de teren daca golurile lasate in urma exploatarii nu
sunt cunoscute si consolidate.
Cand sarea inghite casele
De obicei, sarea stă liniștită. Dar dacă apa pătrunde în subteran și o dizolvă,
apar goluri. Pungi de vid. Pe care pământul de deasupra nu le mai poate susține.
Așa s-a întâmplat la Ocna Mureș, unde o piață întreagă a fost înghițită de
pământ. Așa s-a format și Lacul Ursu, la Sovata, când în 1875 s-a prăbușit
tavanul unei galerii abandonate. 3. Exemple de catastrofe saline in Romania In
Romania au avut loc mai multe episoade de prabusiri cauzate de structuri saline:
• Ocna Mures, unde o buna parte din oras a fost afectata de colapsul unor
galerii subterane; • Slanic Prahova, unde s-a intervenit masiv pentru
stabilizare; • Lacul Ursu (Sovata), format la 27 mai 1875 in urma unei prabusiri
bruste a solului intr-o zona salina, umpluta apoi de apa si saramura – astazi un
fenomen natural spectaculos, dar nascut dintr-o drama geologica; • Praid, in mai
2025, unde terenul s-a surpat in apropiere de mina activa, rarul Corun umflat de
ploi torentiale a navalit in mina iar autoritatile au fost nevoite sa evacueze
locuitori si turisti.
Lecția de la Praid – un exemplu pozitiv de reacție rapidă
În mai 2025, la Praid, autoritățile au reacționat prompt în fața semnalelor de
instabilitate. A fost emis mesaj RO-Alert, s-au evacuat 45 de case și au fost
mobilizate echipe mixte din mai multe instituții. Au fost aduși scafandri, drone
și aparatură de teledetecție pentru a evalua cavitatea în formare. De asemenea,
s-a colaborat cu experți internaționali, iar Institutul Geologic al României a
fost implicat activ. Această mobilizare este un exemplu de bună practică: s-a
aplicat principiul precauției, nu s-a așteptat dezastrul. Ne exprimăm speranța
că această intervenție va permite evitarea unui colaps similar celui de la Ocna
Mureș sau Slănic. Dacă specialiștii reușesc să „vadă” cu adevărat ce se petrece
sub pământ, este șansa unei salvări. În acest caz, atitudinea preventivă, chiar
„catastrofistă”, este justificată, pentru că a permis izolarea zonei celei mai
periculoase înainte ca locuințele să fie înghițite. Această reacție poate deveni
un model și pentru alte localități aflate deasupra diapirelor de sare.
Frumusetea si pericolul invizibil
Ce este paradoxal la structurile
saline este ca uneori peisajul de la suprafata este spectaculos: paduri, stanci,
izvoare sarate, lacuri unice. Si totusi, sub aceste frumuseti se ascund
structuri fragile. Este ca si cum ai pasi deasupra unei mari adormite, ascunse
in stanca. Uneori, acea mare se trezeste.
Ce putem face: cunoastere, prevenire, actiune
Cunoasterea subsolului Primul pas este accesul public la date geologice
clare. Harti actualizate, ghiduri explicative si educatie minima pentru cetateni
pot salva vieti si bunuri. Zonele saline, cunoscute de secole, trebuie tratate
cu responsabilitate.
Monitorizare reala, nu doar impresii turistice Faptul
ca o mina este deschisa publicului sau transformata in parc nu inseamna ca
intreaga structura este stabila. Avem nevoie de monitorizare continua,
cartografiere digitala si sisteme de avertizare timpurie.
Comunicarea intre
geologi, autoritati si cetateni Informatiile trebuie sa circule eficient, fara
intarzieri, iar populatia sa fie pregatita cu planuri clare in caz de risc.
Lipsa comunicarii poate transforma un fenomen natural intr-o tragedie umana.
Reparatii inteligente si bune practici In alte tari: • In Germania, minele
vechi sunt monitorizate si transformate in arhive, muzee sau centre de studiu. •
In Polonia, la Wieliczka, sarea este conservata activ si folosita in educatie.
Educatia geologica: un aliat in prevenire Copiii si adultii pot invata
sa "citeasca" peisajul: izvoare sarate, stanci cu sare vizibila, zone instabile
dupa ploaie. Cu o minima formare, comunitatile pot contribui activ la prevenirea
riscurilor.
Concluzie: sa invatam sa locuim deasupra unei mari ascunse Sarea
nu este doar un element banal din bucatarie. Este o forta geologica, o memorie a
oceanelor vechi, dar si un risc tainuit. Sa invatam sa o respectam, sa o studiem
si sa traim in echilibru cu ea – pentru ca sub pamant, in adancuri, marea inca
respira.
RUMI’s
World , the Life and Work of the great Sufi Poet di Annemarie Schimmel
Rumi è uno dei più importanti
personaggi della mistica sufi medievale, onorato ancora oggi, non solo in
Turchia, dove è morto, ma in tutto il mondo. In Europa Occidentale i suoi versi
sono arrivati grazie alle traduzioni degli orientalisti tedeschi e inglesi
dell'Ottocento. In Italia fu tradotto prima da Italo Pizzi (1894), poi da
Alessandro Bausani (1980) e in seguito sono state pubblicate anche altre
collezioni delle sue poesie prese dal Diwan. La traduzione completa della sua
opera magna, il Mathnavi, la dobbiamo a Gabriel Mandel Khan, che offre una
traduzione fedele alla lettera dell'opera e, nell'introduzione, spiega il senso
spirituale delle tappe della danza sacra che caratterizza questa tariqa
sufi, il Sama.
Atatürk vietò il Sama e
chiuse le tariqa in Turchia, nel tentativo di soddisfare le potenze
europee, che all'epoca consideravano la religione una fase da superare nello
sviluppo della società. Tuttavia, nel 1954 a Konya, il Sama riprese, e gli
strumenti musicali, ben nascosti fino ad allora, ricomparvero. Questo momento
di risveglio rappresenta il punto di avvio del libro che intendo recensire.
Annemarie Schimmel è stata una
delle più importanti studiose di mistica islamica e ha dedicato a Rumi almeno
tre libri. Due di questi libri sono stati pubblicati con lo stesso titolo,
nonostante siano libri diversi. Probabilmente all'autrice piaceva tanto questo
verso di Rumi. Entrambi i libri presentano Rumi, la sua concezione di Dio,
dell'uomo e della vita, ma non sono lo stesso libro. Il primo fu pubblicato in
tedesco con il titolo Ich bin Wind, du bist Feuer. Quando uscì il libro I
am Wind, You are Fire, si pensava fosse lo stesso libro. Per evitare il
malinteso, nella seconda edizione questa opera porta il titolo Rumi's World:
The Life and Work of the Great Sufi Poet. Io parlerò qui di questo libro
che quindi apparve prima volta col titolo I am Wind you are Fire.
Il verso da cui è tratto il titolo proviene da una poesia di
Rumi inclusa nel Divan per Shams-e Tabrizi:
من چو
بادم تو چو آتش من تو را انگیختم(Io sono il vento, tu sei la
fiamma, io ti faccio danzare)
Precedentemente, prima che l'amore pronunciasse questa
frase, il poeta racconta come divenne poeta mescolando il veleno con la cura,
trovando la cura al veleno, al dolore, mescolando l'acido con lo zucchero.
L'amore gli dice: "D'accordo, ma non pensare che tutto ciò provenga da te
stesso. Sono io il vento (inteso come respiro, soffio, spirito) e tu sei la mia
fiamma (in tutti i sensi concreti e metaforici). È lo spirito dell'amore che fa
danzare la fiamma, è lui che lo muove e lo rende bello."
Annemarie Schimmel, professoressa
di teologia islamica ad Ankara, ci descrive l'emozione del momento in cui, dopo
29 anni di divieto imposto dalle leggi di Ataturk, i dervisci rotanti poterono
nuovamente eseguire il rito del Sama, addirittura nella moschea Yesil Turbe di
Konya. Ataturk chiuse gli ordini religiosi e trasformò la casa dei dervisci in
un museo; tuttavia, la gente continuava a visitare il museo come se fosse un
pellegrinaggio. Il museo esiste ancora oggi. Il libro Rumi's World si
apre e si chiude con riferimento a questo grande evento, rappresentando di
fatto l'occasione per la sua scrittura.
Nell’introduzione l'autrice ci
porta in viaggio come un pellegrinaggio da Ankara a Konya, al mausoleo di Rumi.
Le diverse tappe del lento viaggio (il lago salato, i monti di origine
vulcanica, il caravanserraglio di origine selgiuchide, il cimitero all'entrata
di Konya, una moschea con un bel mihrab, una madrassa dei tempi di Mevlana)
sono intese come tappe della via spirituale verso Konya, per incontrare Rumi ed
entrare nel suo mondo. Il libro si chiude con un capitolo dedicato alla musica
e alla danza estatica rituale (Sama), ricordando l'evento di dicembre del 1954,
quando per la prima volta furono celebrate le nozze celesti di Rumi a Konya, un
evento che da allora viene commemorato ogni anno nel mese di dicembre. Le nozze
sacre si riferiscono alla morte di Rumi, che egli stesso descriveva non come un
momento di tristezza ma come un'unione mistica con il Grande Amato.
Nel secondo capitolo accompagniamo Rumi e la
sua famiglia nel viaggio dall’Asia Centrale verso Konya, scoprendo le
inclinazioni mistiche di suo padre e le cause della loro partenza. Il re di
Corasmia uccise alcuni mercanti e ambasciatori mongoli, scatenando così l’ira
dei Mongoli. Di conseguenza, la famiglia di Rumi si spostò dapprima a
Samarcanda e poi decise di compiere il pellegrinaggio alla Mecca. Per un
periodo si stabilirono a Damasco e ad Aleppo, dove Rumi proseguì i suoi studi,
prima di trasferirsi a Laranda, nel Karaman, al centro dell’Anatolia. A Laranda
morirono la madre di Rumi e altri membri della famiglia. Qui Rumi si sposò e
nacque il suo primo figlio. La crescita dei suoi tre figli è descritta nelle
sue poesie, dove egli li vede come manifestazioni del divino, nuovi fiori
germogliati nel giardino dell’esistenza. Infine, la famiglia si trasferì nella
capitale del regno selgiuchide, a Konya, dove il padre di Rumi insegnò per
cinque anni. Alla morte del padre, Rumi proseguì l’attività di insegnamento
nella scuola, affiancato da un amico del padre che lo guidò nella sua
formazione. Fu grazie a lui che Rumi studiò Sanai (m. 1131), poeta mistico e
primo autore di un Mathnavi. Sanai descrisse in modo allegorico il
viaggio dell’anima verso Dio, diventando per Rumi un modello di maestro
spirituale. Rumi approfondì ulteriormente i suoi studi a Damasco, dove entrò in
contatto con i discepoli di Ibn Arabi e la loro dottrina del wahdat al-wujud
(unità dell’essere). Tuttavia, la teologia di Rumi si sviluppò in una direzione
più incentrata sulla ‘ragione del cuore’ che sull’intelletto razionale.
Ma quando avviene il grande
cambiamento nella vita di Rumi?
Rumi era un rispettato giurista e teologo a Konya quando un giorno incontra un
sufi errante, Shams di Tabriz, che con intransigenza gli mostra la vacuità
della conoscenza livresca se non è accompagnata dalla conoscenza attraverso il
cuore. Questo evento travolge la vita di Rumi, risvegliando il poeta che era
assopito dentro di lui. Il suo viaggio interiore verso l'amore divino e la
poesia mistica iniziò solo dopo questo incontro. Si può dire che Shams abbia
aiutato Rumi a trascendere il mondo della mente per entrare nel mondo del
cuore. Il fascino esercitato da Shams su Rumi fu tale che egli firma le sue
poesie con il nome di Shams e chiama la sua raccolta di versi Divan-e
Shams-e Tabrizi.
Annemarie Schimmel si meraviglia
del fatto che Rumi non faccia alcun accenno ad Al-Ghazali nelle sue opere,
nonostante l'importanza del pensatore e del suo influsso sul sufismo. Al-Ghazali,
nella sua opera principale La Revivificazione delle scienze
religiose (Ihya' 'Ulum al-Din), spiega come la teologia e la
filosofia, pur essendo importanti, siano strade cieche; solo la via del cuore e
dell'amore consente di conoscere davvero Dio. A partire da questa osservazione,
è interessante riflettere anche sul contributo di Ahmad al-Ghazali, il fratello
minore. Lui pensa che l’amore divino è il principio più elevato e il motore di
ogni trasformazione spirituale, inoltre il rapporto tra l’amante (il sufi) e
l’Amato (Dio) è centrale nelle sueriflessioni
sull'amore divino raccolte nel Savaneh. Queste idee potrebbero aver influenzato
indirettamente il pensiero mistico di Rumi.
Per Rumi l’intero mondo è una
ierofania divina. Nei dintorni di Konya, specialmente in primavera, Annemarie
Schimmel trova spunti per spiegarci la poesia e il pensiero di Rumi. La
primavera, con il ritorno della potenza del sole, il disgelo e il risveglio
della vita, diventa per il poeta l’espressione della gloria divina. Attraverso
l’analogia con la primavera, comprendiamo la trasfigurazione che avviene quando
Dio si fa manifesto: ogni fiore e ogni uccello migratore lodano l’Onnipotente. Il
giglio sguaina la sua spada vincitrice contro la morte, la violetta si prostra
in adorazione, mentre la cicogna ritorna dal suo pellegrinaggio annuale alla
Mecca, come a compiere il suo rito di devozione. Tuttavia, l’inverno non è un
simbolo di male, poiché ogni stagione e ogni cosa in natura sono manifestazioni
della volontà di Dio. L’inverno rappresenta il periodo di raccoglimento, di
ritiro e accumulo di forze, necessario per sconfiggere il gelo e rinascere con
la primavera. Chi non sopravvive al gelo dell’inverno non potrà vivere la
rinascita della primavera.
In seguito l'opera esplora la
concezione di Dio e il compito dell’uomo secondo Rumi, la centralità della
preghiera e l’importanza dell’amore.
Dio, secondo un celebre hadith,
è il tesoro nascosto che volle farsi conoscere; perciò creò il mondo e si
manifesta continuamente in esso. Seguendo la tradizione musulmana, Dio ha molti
nomi, ma nessuno di questi lo definisce completamente, poiché ogni
determinazione sarebbe una limitazione. Egli è il Dio vivente che si manifesta
in ogni cosa.
La poesia di Rumi è un
pellegrinaggio attorno all’idea del Divino. Dio è l’architetto e il tessitore
del mondo: i colori e le forme del creato accennano tutti a lui. Tuttavia, Dio
è anche il creatore della legge nascosta che organizza tutto. Anche quando
manifesta il suo volto d’ira, Dio distrugge per costruire qualcosa di migliore:
fa soffrire la fame per donare sazietà, e fa sentire la sete per far apprezzare
l’acqua. La sua clemenza è nascosta nella sua ira. Egli è una coincidentia
oppositorum, in cui si manifestano insieme la Grazia (jamal) e l’Ira
(jalal), ciò che Rudolf Otto definisce come fascinans et tremendum.
La differenziazione e la divisione sono proprie del creato, ma in Dio gli
opposti coesistono, perché nulla può esistere senza il proprio contrario. Per
questo Annemarie Schimmel paragona Rumi ad altre tradizioni sapienziali, come
la filosofia dello yin-yang cinese o il pensiero di Meister Eckhart. Sostenere
la sapienza divina in un’epoca segnata da distruzioni e instabilità, come
quella in cui visse Rumi – anche lui costretto a lasciare la sua terra come
profugo – richiedeva una comprensione più profonda del disegno divino. Rumi
risponde a questo smarrimento con la potente immagine del 'filo bicolore', che
rappresenta l’intreccio di gioia e dolore, amore e ira, luce e oscurità nel
tessuto della vita. Dio è descritto come un tessitore divino che intreccia
questi fili contrastanti per creare un’opera perfetta. Sebbene agli occhi umani
questo disegno possa sembrare frammentario o contraddittorio, nella prospettiva
divina ogni colore, anche il più cupo, contribuisce alla bellezza dell’insieme.
Rumi ci insegna che anche le esperienze di distruzione e sofferenza, come
quelle che caratterizzarono il suo tempo, sono parte di un piano più grande,
che guida le creature verso l’unione con Dio. Nei periodi più travagliati dalla
guerra, Dio si rivela attraverso la voce dei poeti, che, pur tra le rovine,
continuano a parlare dell'amore. Questo amore diventa una manifestazione
trascendente, un messaggio che proviene dall'anima collettiva, pronta a
risvegliare i valori soppressi e dimenticati
Il neoplatonismo di Rumi si
rivela nella differenza tra adam, che rappresenta la potenzialità informe e
priva di vitalità ma capace di diventare qualsiasi cosa, e kibiriyya, la
potenza che forma e trasforma. Per Rumi, Dio è come un oceano, mentre noi siamo
schizzi d’acqua o onde: per un attimo sembriamo differenziarci, ma poi
ritorniamo, o meglio, desideriamo tornare, nell’oceano divino, ricollegarci con
l’unità divina. Per Rumi, la preghiera resta fondamentale, vissuta con
intensità come brama verso Dio, come il lamento del ney che vive il dolore
della separazione e per questo esprime bene il dolore dell’uomo che vive
lontano dall’Amato. Come in molti poeti persiani, la brama per la persona amata
e quella verso Dio sembrano confondersi. Il reale amato, irraggiungibile, è
Dio. Annemarie Schimmel, sottolinea come Rumi descriva la preghiera non solo
come un atto formale o rituale, ma come un’intima esperienza del cuore, un
desiderio ardente di unione con Dio, una via per raggiungere un'illuminazione
che trascende ogni separazione tra l'umano e il divino, dove studiosi delle
religioni riconoscono il modello di oratio infusa, chi prega lo fa perché è Dio
a pregare in lui.
Quando Dio offrì la fiducia (amana)
alla creazione, le montagne e i cieli la rifiutarono, consapevoli della
responsabilità immensa che comportava. L’uomo, forse senza comprenderne appieno
il significato, accettò. Per questo motivo, solo lui conosce i nomi che Dio
diede a ogni creatura, ed è dotato del dono del libero arbitrio e della
responsabilità. L’uomo è come un asino con ali d’angelo: un’immagine che non
manca di ironia, ma che esprime bene la dualità umana. L’uomo è un essere
anfibio: appartiene a due mondi, il materiale e lo spirituale. Per Rumi,
l’asino simboleggia l’ignoranza e l’attaccamento alla materialità. L’uomo, pur con tutti i suoi limiti, ha anche
ali d’angelo, che gli consentono di aspirare alla spiritualità e di elevarsi
verso il divino. A differenza di un asino o di un angelo, può scegliere il
proprio percorso nonostante sutto sia scritto nel grande libro di Dio. Ma
dobbiamo avere la consapevolezza del essere chicci di grano che vogliono salire
le tappe spirituali, senza questo sentimento creaturale, l’annullamento del
proprio Ego non si può andare avanti.
Un’altra domanda su cui l’autrice
si sofferma è „come si concilia il libero arbitrio con il fatto che tutto sia
scritto sulle tavole divine?” Per Rumi, questa apparente contraddizione si
risolve comprendendo l’unità e l’organicità del mondo. Il mondo è come una
grande tenda che tutti noi contribuiamo a costruire seguendo il nostro dovere.
Ogni atto responsabile abbellisce la tenda di Dio e glorifica il suo nome. Ogni
lavoro fatto bene è fatto per Dio, anche quello dei politici, a condizione che
agiscano con responsabilità e giustizia.
Rumi, padre di tre figli, era
profondamente ammirato dal segreto della nascita, dalla differenziazione del
feto nel grembo materno e dal bisogno, tanto dell’anima quanto del corpo, di
crescere. Egli osserva come il feto, ancora nel grembo, non possa immaginare il
mondo esterno, proprio come noi non possiamo immaginare il mondo che si trova
oltre la materia. Rumi paragona la madre al nafs, l’anima inferiore,
quella fisiologica, che cerca conforto e piacere. Il padre, invece, rappresenta
lo stimolo alla crescita, allo studio e al miglioramento delle proprie
capacità. Per lui, l’educazione è come una cottura lenta: non è un processo
rapido, ma richiede pazienza e perseveranza. Un motivo per cui Rumi sostiene la
vita matrimoniale è che il matrimonio insegna la pazienza. Nell’amore, i
metalli si trasformano in oro e i demoni in angeli. Nessun genitore, coniuge o
figlio dovrebbe mai dubitare che la perseveranza nell’amore porti benefici e
trasformazioni. Per Rumi, lo scopo della vita umana è diventare realmente
uomini. Non tutti coloro che hanno un volto umano possono essere considerati
tali, ma tutti possono diventarlo. Diventare uomini significa crescere
attraverso la sofferenza, e in particolare attraverso la sofferenza per amore.
Come accennato, il libro si
conclude con il capitolo dedicato alla danza estatica, così caratteristica
della tariqa di Mevlana. Sebbene la danza come pratica spirituale per
raggiungere l’estasi mistica esistesse nel sufismo prima di Rumi, fu
perfezionata e formalizzata da Lui nella sua tariqa. È probabile che alcuni
versi di Rumi venissero cantati, suonati e accompagnati dalla danza. La danza
era spesso accompagnata da strumenti musicali come il ney (il flauto di canna),
il riqq (tamburello) e la tambura (strumento a corda). Il ney, in particolare,
è lo strumento che rivela il segreto del brama e dell’amore; per suonare
dolcemente, il ney deve essere vuoto, diventando così uno strumento che
permette di percepire lo spirito divino. Tuttavia, sotto la penna di Rumi,
qualsiasi strumento può diventare un simbolo dell’anima inamorata di Dio.
Inoltre, la danza è una via estatica, una fuoriuscita dal mondo imperfetto
della gravità verso una forma di armonia perfetta anche nei riti dionisiaci e
nelle danze del sole dei nativi americani. Nel Sama, i dervisci
reiterano il movimento degli atomi, dei pianeti e di tutto il creato attorno al
centro dell’esistenza, l’unico che li rende viventi
Serenamente mi abbandono tra le tue braccia
Serenamente ti abbandoni tra le mie braccia
Io divento un bimbo fra le tue braccia, ti ascolto
Tu diventi un bimbo fra le mie braccia, ti ascolto
Una volta mi abbracci la paura sparisce
Una volta ti abbraccio e la paura sparisce
neppure il grande silenzio della morte mi inquieta fra le tue braccia
morire diventerebbe come cadere in un sogno, fra le tue braccia
Il libro racconta della scoperta del gene della compatibilità, quello che decide cos'è self e cosa non lo è, quello che vieta i trapianti ma li permette in certi casi, quello che gestisce in parte la lotta contro i tumori. L'autore ci racconta la vita di Peter Medawar, vincitore del premio Nobel e dei suoi collaboratori, veniamo immersi nella febbre delle scoperte scientifiche durantr la seconda guerra mondiale, quando numerosi soldati o civili ustionati avrebbero avuto bisogno di trapianto della pelle.
Ma il sistema immunitario rigettava sempre la pelle proveniente anche da un fratello se non gemello. Cosa c'è allora al livello molecolare nel sistema immunitario che reagisce cosi. Inoltre si è osservato che senza questa protezione cresce anche la propensione ai tumori, quindi lo stesso meccanismo rigetta il tessuto estraneo e quello cancerogeno.
I ricercatori sono stati coinvolti in vari ricerche sui animali per dimostrare le loro ipotesi. Uno die ricercatori invece ha scoperto che nel caso dei gemelli non c'è rigetto perché nel caso che l'organismo entra in contatto nel utero con un tessuto lo riconosce come suo, non lo rigetta..
Si chiamerà il complesso maggiore dell'istocompatibilità, che fa si che ogni cellula presenta il suo HLA, il suo identificativo, cosi il sistema immunitario lo riconosce come proprio
Come perfido ladro Sei entrato nella mia vita E ti sei fatto casa Hai scompaginato la mia mente rubando i miei pensieri più intimi i sogni il mio futuro E adesso mi ritrovo qui con infinita tristezza spogliata del mio io interiore arranco nel vuoto cercando di riappropriarmi di quegli spazi Che non mi appartengono più sto qui a pensare come tu possa essere stato tanto ignobile, quell'ospite inaspettato che hai scelto me come compagna di viaggio quel viaggio sconosciuto della mente che mi porterà in un indefinibile percorso Ma che serve disperarsi rodersi di domande quando la vita ci è stata data già disegnata proseguiamo il cammino quanto a te invadente invasore e ladro diamoci la mano Il bello deve ancora arrivare! Mazzucato Flora
Voglio che la gente capisca che siete miei alunni dal fatto che vi amate tra di voi
e non odiate nessun essere umano per nessun motivo ideologico.
Vi mando come pecore tra i lupi, perché chi non odia non può essere sfruttato da nessuno per le sue guerre del uomo contra uomo. L'odio ci rende forti. Rifiutate questa forza. Piuttosto ricordate a ognuno che odia, ciò che non aveva capito, ciò che ha escluso dal suo sguardo.
Homo homini lupus, ogni essere umano tende a odiare gli altri esseri umani, spesso preferisce amare un'ideale, un cane, se stesso che comprendere le ragioni del suo prossimo, del suo vicino.
Voi proverete vedere in ogni uomo ciò che ha più prezioso, senza farvi mettere sotto i piedi perché fate un danno a chi lasciate che vi umili.
amatevi anche gli uni gli altri. Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri.
L'amore è equilibrio tra il bene e il male, tra luce e oscurità, capire il senso di tutte le cose del creato
Secondo:
l'essere è una cosa miracolosa che va rispettato e capito,
La vita umana vale la pena essere vissuta malgrado le sue difficoltà
L'individuo può migliorare durante la sua vita, educabilità, l'uomo va compresso e non giudicato, la malvagità nasce dalla malvagità subita, spezziamo la catena del male trasmesso da uno all'altro
++che l'odio non sia mai il vostro consigliere
Stavo sfogliando il piano di formazione docenti scritto da MIUR per il triennio 2016-2019, pensando che potrei forse essere penalizzata che da 2009 non ho conseguito alcun diploma, nessun certificato.
Poi ho ripensato, non come se non fosse vero. Spero insegnerò Filosofia e Pedagogia, in una cultura europea che parla di multiculturalismo e di integrazione dei disabili. Queste problematiche io le dovro discutere anche con i miei alunni, all'antropologia, alla pedagogia , alla pedagogia oggi.
Ma vediamo un po' quanto ho maturato io su questi argomenti in questi 10 anni.
Sono immigrata, so quanto ci si è sensibili come immigrati a chiunque parla male del tuo paese, quanto sei esposto alla xenofobia e ti senti non protetta, quanto è difficile a volte essere in regola con i documenti quando la burocrazia ti chiede il documento a per avere b e il b per avere a. Lo so che essere stranieri è una situazione di allerta.
Ma lo so che la maestra di scuola materna del mio figlio mi ha fatto subito sentire riconoscente all'Italia per una cosa, apparentemente banale che mi ha invitato a fare biscottini ungheresi con i bambini della scuola. E questi biscotti, più due panini uno arabo uno libanese furono il regalo che ogni bambino l'ha ricevuto per la vacanza di Natale. So inoltre che una volta i bambini hanno imparato balli caraibici da una mamma domenicana e altra volta hanno vestito qualche vestiti colorati.
Questa si chiama integrazione, a scuola materna certo. Al liceo proveremo a parlare dei valori, studiosi, poeti, realizzazioni ddel paese di ogni bambino, della cultura del'ogni bambino. Nel mio caso sono ancor più complicate le cose, perché faccio parte dalla minoranza ungherese dalla Romania che Romania ha ereditato dalla frantumazione dell'Ungheria al Trattato di Parigi. La mia citta era ungherese, oggi e sulla frontiera rumena. I rumeni non sono cosi magnanimi con le minoranze come sono le maestre, le insegnanti italiane. Malgrado noi là non siamo immigrati o forse proprio per quello, insomma il rapporto con le minoranze è più teso al livello ufficiale di quanto lo è qui dove almeno nell'insegnamento c'è una grande tendenza all'integrazione. Si integra in lingua italiana questo è ovvio. Si impara ad amare ciò che ha reso grande e soprattutto bella Italia. La capitale di un Impero deve poter integrare tutti i suoi popoli. Come vedete c'ho pensato molto, tantissimo sui problemi di multiculturalismo.
Il problema della disabilitò, integrazione scolastica.
Mio figlio dodicenne è nato con la trisomia venutno, è un bellissimo e bravissimo bambino. Ogni civetta fa le ldi al suo cucciolo, ovvio alla sua nascita ero devastata dalla notizia, ma ero decissa di amarlo ancora di più. Diciamo mi sono informata, la legge 104/95 ci è crollato addosso, ci offre parcheggio gratuito ma certo soprattutto da possibilità a Franci di sentirsi un bimbo come tutti gli altri. In Italia già nei anni 70 hanno iniziato a smantellare gli istituti speciali che spesso provocavano solo segregazione. La scuola laica ha fatto molto per integrare i disabili. Certo c'è ancora chi pensa che hanno bisogno di compassione, l'ho fanno con buona intenzione ma sbagliano.
Mia sorella insegna a una scuola speciale in Romania, là i bambini non sono ancora integrati e forse non lo saranno mai. Forse a volte fanno più facilmente amicizie tra di loro, mentre Franci non. I bambini lo amano ma amico streto stretto non ha. I bambini disabili anno bisogno di imparare a usare le loro capacità residue e valorizzarle, devono credere che la vita vale la pensa essere vissuta fin quando si vive.
Esiste Dio? Come chiedere se esiste l’esistenza, la volonta di essere di manifestarsi, di differenziarsi in tutti i modi possibili. Potrebbe non esistere l’esistenza? Sta nelle sue potenzialità? Ma se non esistese non sarebbe esistenza.
Ma esistono anche cose che possono non esistere. Bisogna vedere. Non è detto, ci sono appunto le leggi imuabili, ci sono catastrofi che non possono non essere evitati, quelle che sono evitati quelle non ci sono, perché non sono avvenuti in esistenza. Può non esistere ciò che esiste? Potrebbe non esistere. Da punto di vista statistico si, in uno dei mondi possibili. Ma esiste, è avvenuto.
Gli esseri possono anche non esistere quando periscono e non si muovono più, infatti, quella si chiama la parte eterna che non puù degradarsi, il resto si trasforma, si trasforma grazie a quest’energia che crea nuove forme di manifestarsi dell’essere. Chiamaiamo esere anche la manifestazione pura, ma è manifestazione dell’essere. E il male? Il cancro, la malattia? Il male è la disobedienza alla legge divina, quando la cellula cancerosa si molteplica, altre volte confondiamo col male le manifestazioni della vita che vogliono manifestarsi in un corpo ferito o malato. Per fortuna la scienza ha fatto passi di gigante per farci capire che è lo strumento che si è disacordato ma la musica suonerebbe ancora. C’è musica senza stumento cosi come è ovvio che c’è strumento senza musica. La musica c’è prima o viene creata dallo strumento/voce? O lo strumento viene creato perché la musica suoni?
E come dire che le lacrime sono materia pura.
Dio potrebbe non essere onnipotente, per quello ci sono gli errori della natura, per quello sto esserino che parla sempre male di se stesso che ha la ragione e che serve per aiutare Dio a rimediare dove la cieca volonta della vita diventa distruttiva.
Devi sapere figliuolo che quando Iddio creò il mondo e tutto il creato era già plasmato, chiamò a sé i quattro angeli prediletti, essi venivano incaricati a diffondere nel mondo i suoi doni, quelli veri.
Ad uno di loro le porse la bontà, che discenda con essa sulla terra e ne metta una scintilla nel cuore di ogni essere umano.
All’altro diede l’amore, al terzo la pace. Vedi pure tu che i doni che Dio ha affidato ai suoi angeli prediletti erano dei veri grandi tesori. Quindi gli angeli sono scesi sulla terra per recare agli uomini i divini doni.
Essi andarono a trovare gli esseri umani, li cercarono uno per uno, ma gli esseri umani serrarono i loro cuori con enorme catene. I loro cuori erano imprigionati dalle catene dell’odio, dell’invidia, della perfidia, della malvagità. Invano andavano gli angeli quando ad uno quando a un altro uomo, i loro cuori non si aprivano, e fu impossibile per gli angeli di metterci dentro i tesori celesti.
Iddio che vedeva tutto si rattristò tanto. Egli capì ormai che il destino degli uomini non sara felice, che sulla terra ci saranno guerre, sciagure e distruzioni . Dio capì che l’odio sarà di casa nelle abitazioni degli umani, sapeva che la terra gemmerà dei loro lamenti.
Mentre il Buon Dio si amareggiava con tali pensieri comparve dinanzi a lui il quarto angelo e disse:
“Buon Dio! Tu hai dato ai miei fratelli la bontà, l’amore e la pace perché le regalino agli umani, ma purtroppo essi non riusciranno fare nulla fin quando il cuore dell’uomo resta serrato. Ti prego, dammi le foreste, e con esse io riuscirò ad aprire i cuori della gente!”
“Provaci!” disse Dio e sorrise. Questo suo sorriso fu come quando i raggi di sole squarciano le nubi. “Provaci! Io dono a te le foreste”
L’angelo ringrazio con gentilezza perché era un angelo molto ben educato e scese sorvolando subito nelle foreste.
Atterrò in una radura e si guardò intorno. Gli alberi lo circondavano muti e immobili come se fossero privi di vita
“C’è nessuno?” domandò l’angelo.
Non ricevette alcuna risposta
“C’è nessuno?” chiese per questa volta più forte. Da dietro il vecchio faggio tutto coperto di muschio si fece scomparsa l’antico Zio SilenZio.
“Ci sono solo io” rispose egli con voce profonda e rauca, e mentre parlava, dalla sua folta barba coperta di brina cadde per terra qualche lumachina. Zio SilenZio portava un lungo mantello grigio e la sua voce era talmente bassa e rauca perché poverino era raffreddato.
“Non c’è proprio nessun altro?” chiese l’angelo sbalordito.
“Ma sii invece, ci devono essere anche i folletti, le fate, perfino la vecchia strega ci deve essere qui in giro da qualche parte”
“Allora perché mai non si fanno avanti?
Il vecchio SilenZio sospirò in maniera lamentosa.
“No hanno nessuna occupazione per questo sono capricciosi e maldisposti.
L’angelo scosse la testa e batte le mani:
“Folletti! Venite da me!”
Ma nulla si mosse. L’angelo provò di nuovo, ottenne lo stesso risultato.
Disse allora l’arcaico SilenZio:
“Non preoccuparti! La mia figlia Eco gli farà arrivare.” E appena fece un cenno con la testa che dietro a lui sbucò fuori una fanciulla con vestito azzurrognolo, saltò svelta sulla roccia e chiamò con una voce che riempi all’improvviso l’intera foresta.
“Accorrete folletti! L’angelo di Dio vi chiama!”
Solamente allora cominciavano a comparire di qua e di là, uno dietro l’altro gruppi di folletti sonnacchiosi con barbe lunghe.
“Dove siete stati?” le domando l’angelo.
“Proprio stavamo dormicchiano” risposero tutti sbadigliando “non abbiamo nulla da fare quindi dormiamo”
“Quindi non avete nulla da fare? Un momento, vi troverò io cose da fare!”
(…)
Ma grazie a te gli angeli non piangono più. Essi sorridono quando ti vedono arrivare, cosi come ti sorridono anche gli alberi. Per te i fiori indosseranno i loro abiti più vistosi, ti sorprenderanno buttandosi addosso piccole palle di profumo. Tutto è talmente bello, tenero, puro e profumato attorno a te, tutto è come nelle fiabe. E mentre passeggi a zonzo nella foresta, andando da una radura ad altra, prima o poi arrivi alla radura degli angeli. Tu non sai nemmeno che questa è la loro radura giacché i tuoi occhi non riescono percepire gli angeli. Senti solamente che tutto è tremendamente meraviglioso. Ti fermi incantato. E quello è l’attimo in cui il tuo cuore si schiude, inosservati gli angeli ti avvicinano e riempiono il tuo cuore dagli loro tesori celesti, con i più grandi doni che mai esistono nel mondo: la Bontà, l’Amore e la Pace.
Sulla volta celeste, sopra una grossa e folta nuvola bianca sta Iddio soffiando la sua pippa. Mentre ci guarda sorridendo bonariamente dalla sua pippa ne escono tante quelle nuvole a pecorella.
Torni poi tra la gente, tra gli uomini che vivono per distruggere ovvero per accumulare falsi tesori. Ma solamente quando malgrado loro sono malvagi con te, tu le rispondi con bontà, quando sei gentile con tutti, quando anche nei più difficili momenti della vita nel tuo animo regna la pace e la serenità, allora si accorgeranno che tu hai visitato la Radura degli Angeli.
Iran, Persia ha contribuito alla storia spirituale dell'umanità:
con
-l'idea di un dualismo etico, cosmologico, religioso
-il mito di un Salvatore, un'escatologia ottimistica che prevede la vittoria definitiva del bene e la salvezza universale
-la resurrezione del corpo
-mitologia del magus, poi ripreso dal neoplatonismo rinascimentale e Paracelso o Johny Dee
- alcuni miti gnostici
l'idea di un tempo lineare nel posto di quello ciclico già presente agli ebrei
i fonti deludenti per chi conosce le vede, l'Avesta è arida,
solo le GATHA, di Zarathustra possono affascinare
alcuni considerano Za un p.storico riformatore del mazdeismo
La sua biografia, come la biografia di ogni fondatore di religione contiene gli archetipi del salvatore: una luce immensa apparse nel paese dove è nato, una fertilità e gioia sulla pianura dove pascolavano le greggi della sua madre e padre, le peccore mangiarono e la sera mamma e pappa concepiono lo piccolo Zarathustra.
La teosofia, e tutta una lunga tradizione spirituale parla dai diversi corpi eterici che si avvolgono, in forma di cipolla .
Studiando i pathway neurologici ci ho pensato se non fosse possibile che ogni questo pathway neurologico crea dpdv fenomenologico uno di questi corpi, uno si occupa dalla sensibilità fine, l'altra si occupa della percezione della temperatura, l'altra dei movimenti grandi altra dei movimenti fini, altra di propriocezione e di vari tratti neurologici ceh ci permettono di essere ciò che siamo.
No? Il corpo etereo è un'altra cosa.
Le allucinazioni che fanno sentire il profumo di cafe a chi ha perso l'odorato sono allucinazioni? O non? Chi ha un braccio amputato e si guarda nello specchio il braccio sano riesce muovere anche il braccio che non c'è. E' allucinazione o non?
Sia per la serenità tua che per la pace del mondo ricordati che non c'è male che non contenga/che non possa trasformarsi in bene e non c'è mai bene che non contenga in se o che non possa diventare il male.
I morti erano di ritorno da Gerusalemme, dove non avevano trovato ciò che cercavano. Mi pregarono di lasciarli entrare e implorarono il mio verbo, e così iniziai il mio insegnamento:
Ascoltate: io inizio dal nulla. Il nulla è uguale alla pienezza. Nell’infinito il pieno è come il vuoto. Il nulla è vuoto e pieno. Potreste dire altrettanto bene qualche altra cosa del nulla, per esempio che è bianco e nero o che non è o che è. Una cosa infinita ed eterna non ha alcuna qualità poichè ha tutte le qualità. Noi chiamiamo il nulla o la pienezza il PLEROMA. In esso sia il pensiero che l’essere cessano, poichè l’eterno e infinito non possiede qualità. In esso non c’è essere, perchè allora sarebbe distinto dal pleroma, e possiederebbe qualità che lo distinguerebbero come un che di diverso dal pleroma. Nel pleroma c’è nulla e tutto. Non giova riflettere sul pleroma, perchè ciò significherebbe autodissolversi. La CREATURA non è nel pleroma ma in se stessa. Il pleroma è inizio e fine della creatura. La pervade come la luce del sole pervade l’aria dovunque. Benchè il pleroma pervada interamente, pure la creatura non ha parte in questo, come un corpo completamente trasparente non diventa ne’ chiaro ne’ scuro per via della luce che lo pervade. Noi siamo però il pleroma stesso, poichè siamo una parte dell’eterno e infinito. Ma non ne siamo parte, perchè siamo infinitamente lontani dal pleroma, non spazialmente o temporalmente ma ESSENZIALMENTE, in quanto siamo distinti dal pleroma nella nostra essenza di creatura, confinata nel tempo e nello spazio. Ma poichè siamo parti del pleroma, il pleroma è anche in noi. Infinito, eterno e intero è il pleroma anche nel punto più piccolo, poichè piccolo e grande sono qualità in esso contenute. Esso è il nulla che è dovunque intero e continuo. Solo figurativamente quindi io parlo della creatura come parte del pleroma, perchè in effetti il pleroma non è diviso in nessuna parte, essendo il nulla. Noi siamo anche l’intero pleroma perchè, figurativamente, il pleroma è il punto più piccolo (immaginato soltanto, non esistente) in noi e l’illimitato firmamento intorno a noi. Ma perchè mai parliamo allora del pleroma, dal mometo che esso è tutto e nulla? Ne parlo per avere un qualsiasi punto d’inizio, e per liberarvi dall’illusione che in qualche luogo, fuori o dentro, vi sia un qualcosa di fermo o in qualche modo di stabilito fin dall’inizio. Ogni cosa cosiddetta fissa e certa è soltanto relativa. Soltanto ciò che è soggetto a mutare è fisso e certo. Ciò che è mutevole però è la creatura, quindi essa è l’unica cosa fissa e certa; perchè ha delle qualità, ed è anzi qualità essa stessa. E a questo punto domandiamoci: come fu originata la creatura? Le creature hanno origine, ma non la creatura, perchè essa è la qualità del pleroma stesso, così come la non-creazione, la morte eterna. In ogni tempo e luogo c’è creatura, in ogni tempo e luogo c’è morte. Il pleroma ha tutto, distinzione e indistinzione. La distinzione è la creatura. Essa è distinta. La distinzione è la sua essenza, e perciò essa distingue. Di conseguenza l’uomo distingue perchè la sua natura è la distinzione. Perciò egli distingue anche le qualità del pleroma che non esistono. Le distingue fuori dalla sua natura. Quindi l’uomo deve parlare delle qualità del pleroma che non esistono. A che serve parlarne, direte? Hai detto tu stesso che è vana cosa ragionare sul pleroma! Vi ho detto questo per liberarvi dall’illusione che si possa riflettere sul pleroma. Quando noi distinguiamo le qualità del pleroma parliamo in base alla nostra distinzione e a proposito della nostra distinzione, ma non diciamo nulla circa il pleroma. Della nostra distinzione, però, è necessario parlare, affinchè possiamo distinguere a sufficienza noi stessi. La nostra natura è distinzione. Se non siamo fedeli a questa natura non distinguiamo abbastanza noi stessi. Perciò dobbiamo fare distinzioni delle qualità.
Sermone II
Nella notte i morti stavano lungo i muri e gridavano: Vogliamo sapere di Dio. Dov’è Dio? Dio è morto? Dio non è morto, egli vive come sempre. Dio è creatura, perchè è qualcosa di definito e quindi distinto dal pleroma. Dio è qualità del pleroma, e tutto ciò che ho detto della creatura vale anche per lui. Egli è tuttavia distinto dalla creatura perchè è molto più indefinito e indeterminabile di lei. E’ meno distinto della creatura perchè la base del suo essere è pienezza effettiva. Solo nella misura in cui è definito e distinto egli è creatura, e in questa misura è la manifestazione della pienezza effettiva del pleroma. Tutto ciò che noi non distinguiamo cade nel pleroma e si annulla col suo opposto. Perciò, se non distinguiamo Dio, la pienezza effettiva è estinta in noi. Dio è anche il pleroma stesso, così come ogni più piccolo punto nel creato e nell’increato è il pleroma stesso. Il vuoto effettiivo è la natura del demonio. Dio e demonio sono le prime manifestazioni del nulla che chiamiamo pleroma. E’ indifferente se il pleroma è o non è, poichè si annulla in ogni cosa. Non così la creatura. Nella misura in cui Dio e demonio sono creature, non si eliminano l’un l’altro, ma stanno l’uno contro l’altro come opposti effettivi. Non abbiamo bisogno di provare la loro esistenza, basta il fatto che dobbiamo sempre parlarne. Anche se entrambi non fossero, la creatura tornerebbe sempre a distinguerli dal pleroma partendo dalla sua natura di distinzione. Tutto ciò che la distinzione estrae dal pleroma è una coppia di opposti. Perciò a Dio appartiene sempre anche il demonio. Questa inseparabilità è così intima e, come avete appreso, così indissolubile anche nella nostra vita come lo è il pleroma stesso. Ciò deriva dal fatto che entrambi sono vicinissimi al pleroma, nel quale tutti gli opposti si annullano e unificano. Dio e il demonio sono distinti mediante pieno e vuoto, generazione e distruzione. L’EFFETTIVITA’ è comune a entrambi. L’effettività li unisce. Quindi l’effettività è al di sopra di loro ed è un Dio sopra Dio, poichè nel suo effetto unisce pienezza e vuotezza. Questo è un Dio che voi non avete conosciuto, perchè gli uomini lo hanno dimenticato. Noi lo chiamiamo col nome suo ABRAXAS. Esso è più indistinto ancora di Dio e del demonio. Per distinguere Dio da lui, chiamiamo Dio Helios o sole. Abraxas è effetto. Niente gli sta opposto se non l’ineffettivo; perciò la sua natura effettiva si dispiega liberamente. L’inefettivo non è, e non resiste. Abraxas sta al di sopra del sole e al di sopra del demonio. E’ probabilità improbabile, realtà irreale. Se il pleroma avesse un essere, Abraxas sarebbe la sua manifestazione.
E’ l’effettivo stesso, non un effetto particolare, ma effetto in generale.
E’ realtà irreale perchè non ha effetto definito.
E’ anche creatura perchè è distinto dal pleroma.
Il sole ha un effetto definito, e così pure il demonio. E quindi ci appaiono molto più effettivi di Abraxas ch’è indefinito.
E’ forza, durata, mutamento.
A questo punto i morti fecero un grande tumulto, perchè erano cristiani.
Sermone III
Come brume sorgenti da una palude i morti si accostarono e implorarono: parlaci ancora del Dio supremo. Abraxas è il Dio duro a conoscere. Il suo potere è il più grande perché l’uomo non lo vede. Del sole egli vede il summum bonum, del demonio l’infimum malum; ma di Abraxas la VITA, indefinita sotto tutti gli aspetti, che è la madre del bene e del male. Più esile e debole appare la vita rispetto al summum bonum; perciò anche è difficile concepire che Abraxas trascenda in potenza perfino il sole, che è la fonte radiosa di ogni forza vitale. Abraxas è il sole, e al tempo stesso la gola eternamente succhiante del vuoto, di ciò che sminuisce e smembra, del demonio. Duplice è il potere di Abraxas. Ma voi non lo vedete, perché ai vostri occhi gli opposti in conflitto di questo potere si annullano.
Ciò che il Dio sole dice è vita.
Ciò che il demonio dice è morte.
Ma Abraxas pronuncia la parola santificata e maledetta che è vita e morte insieme.
Abraxas genera verità e menzogna, bene e male, luce e tenebra, nella stessa parola e nello stesso atto. Perciò Abraxas è terribile.
E’ splendido come il leone nell’attimo in cui abbatte la preda. E’ bello come un giorno di primavera.
Si, è il grande Pan in persona e anche il piccolo. E’ Priapo.
E’ il mostro del mondo sotterraneo, un polipo dalle mille braccia, nodo intricato di serpenti alati, frenesia.
E’ l’ermafrodito del primissimo inizio.
E’ il signore dei rospi e delle rane che vivono nell’acqua e calpestano la terra, che cantano in coro a mezzogiorno e a mezzanotte.
E’ la pienezza che si unisce col vuoto.
E’ il santo accoppiamento,
E’ l’amore e il suo assassinio,
E’ il santo e il suo traditore,
E’ la luce più splendente del giorno e la notte più oscura della follia,
Vederlo significa cecità,
Conoscerlo è malattia,
Adorarlo è morte,
Temerlo è saggezza,
Non resistergli è redenzione.
Dio dimora dietro il sole, il demonio dietro la notte.
Ciò che Dio genera dalla luce, il demonio lo spinge nella notte. Ma Abraxas è il mondo, il suo divenire e il suo passare. Su ogni dono del Dio sole il demonio getta la sua maledizione.
Ogni cosa che chiedete supplicando al Dio sole genera un atto del demonio.
Ogni cosa che create col Dio sole dà al demonio il potere di agire.
Questo è il terribile Abraxas.
E’ la creatura più possente, e in lui la creatura ha timore di se stessa.
E’ l’opposizione manifesta della creatura al pleroma e al nulla.
E’ l’orrore che il figlio prova per la madre.
E’ l’amore che la madre prova verso il figlio.
E’ la gioia della terra e la crudeltà del cielo.
Di fronte al suo volto l’uomo impietrisce.
Di fronte a lui non c’è domanda ne’ risposta.
E’ la vita della creatura.
E’ l’operazione della distinzione.
E’ l’amore dell’uomo.
E’ la voce dell’uomo.
E’ l’apparenza e l’ombra dell’uomo.
E’ la realtà illusoria.
Allora i morti ulularono e si infuriarono, perché essi erano imperfetti.
Sermone IV
I morti invasero il luogo mormorando e dissero: Parlaci degli dei e dei demoni, maledetto!
Il Dio sole è il massimo bene, il demonio è l’opposto, perciò voi avete due dei.
Ma ci sono molte cose alte e buone e molti grandi mali, e tra questi vi sono due dei-demoni; uno è QUELLO CHE BRUCIA, l’altro è QUELLO CHE CRESCE.
Quello che brucia è EROS, in forma di fiamma. La fiamma dà luce consumandosi.
Quello che cresce è l’ALBERO DELLA VITA. Esso germoglia ammassando nel crescere materia vivente.
Eros s’infiamma e muore, invece l’Albero della Vita cresce lento e costante per tempi incommensurabili.
Buono e male si uniscono nella fiamma.
Buono e male si uniscono nella crescita dell’albero.
Nella loro divinità vita e amore sono opposti.
Incommensurabile come la moltitudine delle stelle è il numero degli dei e dei demoni.
Ogni stella è un Dio, e ogni spazio che una stella riempie è un demonio. Ma la vuotezza e pienezza del tutto è il pleroma.
L’effettività del tutto è Abraxas, al quale sta opposto soltanto l’irreale.
Quattro è il numero degli dei principali, come quattro è il numero delle misure del mondo.
Uno è l’inizio, il Dio sole.
Due è Eros, perché unisce due insieme e si estende in splendore.
Tre è l’Albero della Vita, perché colma spazio con forme corporee.
Quattro è il demonio, perché apre tutto ciò che è chiuso. Tutto ciò che ha forma e corpo, egli lo dissolve; è il distruttore nel quale ogni cosa diventa nulla.
Me beato, a cui è stato dato di conoscere la molteplicità e diversità degli dei. Guai a voi, che sostituite questa irriducibile molteplicità con l’unico Dio. Così facendo provocate il tormento causato dall’incomprensione, e mutilate la creatura, la cui natura e il suo scopo è la distinzione. Come potete essere fedeli alla vostra natura se cercate di mutare i molti in uno? Ciò che voi fate degli dei è fatto a voi. Diventate tutti uguali e perciò la vostra natura è mutilata. L’uguaglianza prevarrebbe non per volere di Dio ma per volere dell’uomo, perché gli dei sono molti mentre gli uomini sono pochi. Gli dei sono potenti e sopportano la loro molteplicità, perché al pari delle stelle dimorano in solitudine, divisi l’uno dall’altro da immense distanze. Ma gli uomini sono deboli e non sopportano la loro molteplicità, perciò dimorano insieme e abbisognano di comunanza per poter reggere alla loro particolarità. A scopo di redenzione io vi insegno la verità respinta, a causa della quale io sono stato respinto. La molteplicità degli dei corrisponde alla molteplicità degli uomini. Innumerevoli dei attendono di diventare uomini. Innumerevoli dei sono stati uomini. L’uomo partecipa alla natura degli dei, proviene dagli dei e va verso Dio. Come non giova riflettere sul pleroma, così non giova adorare la molteplicità degli dei. Meno di ogni cosa giova adorare il primo Dio, la pienezza effettiva e il summum bonum. Con la nostra preghiera non possiamo aggiungervi nulla ne’ cavarne nulla, perché il vuoto effettivo inghiotte tutto. Gli dei splendenti formano il mondo celeste. Esso è molteplice e si espande e cresce all’infinito. Il Dio sole è il Signore supremo di questo mondo. Gli dei tenebrosi formano il mondo terreno. Sono semplici e diminuiscono e rimpiccioliscono all’infinito. Il demonio è l’infimo signore del mondo terreno, lo spirito lunare, satellite della terra, più piccolo, più freddo e più morto della terra. Non c’è differenza tra il potere degli dei celesti e quello degli dei terrestri. Gli dei celesti diventano sempre più grandi, gli dei terrestri sempre più piccoli. Incommensurabile è il movimento degli uni e degli altri.
Sermone V
I morti urlarono in tono di derisione: Insegnaci, folle, la tua dottrina sulla Chiesa e sulla santa comunione.
Il mondo degli dei si manifesta nella spiritualità e nella sessualità.
Gli dei celesti compaiono nella spiritualità, quelli terrestri nella sessualità.
La spiritualità concepisce e abbraccia. Essa è femmina e perciò la chiamano MATER COELESTIS, madre celeste.
La sessualità genera e crea. Essa è maschile, e perciò la chiamano PHALLOS, il padre terrestre.
La sessualità dell’uomo è più terrestre, la sessualità della donna è più spirituale.
La spiritualità dell’uomo è più celeste, procede verso il più grande.
La spiritualità della donna è più terrestre, procede verso il più piccolo.
Menzognera e diabolica è la spiritualità dell’uomo che procede verso il più piccolo. Menzognera e diabolica è la spiritualità della donna che procede verso il più grande.
Ognuna deve procedere verso il proprio luogo.
Uomo e donna diventano demoni l’uno per l’altra quando non dividono le loro strade spirituali, perché la natura della creatura è la distinzione.
La sessualità dell’uomo va verso il terrestre, la sessualità della donna verso lo spirituale. Uomo e donna diventano demoni l’uno per l’altra se non distinguono la loro sessualità.
L’uomo deve imparare a conoscere il più piccolo, la donna il più grande.
L’uomo deve distinguersi sia dalla spiritualità che dalla sessualità. Deve chiamare la spiritualità Madre e porla tra il cielo e la terra. Deve chiamare la sessualità Phallos e porlo tra sé e la terra, perché la Madre e il Phallos sono demoni sovrumani e manifestazioni del mondo degli dei. Essi sono più effettivi per noi che non gli dei, poiché sono similissimi alla nostra natura. Se non vi distinguete dalla sessualità e dalla spiritualità, e non le considerate come una natura al di sopra di voi e intorno a voi, diventate loro preda come qualità del pleroma. Spiritualità e sessualità non sono vostre qualità, non sono cose che possedete e contenete: esse posseggono e contengono voi, perché sono demoni potenti, manifestazioni degli dei, e quindi cose che vanno al di là di voi, esistenti per se stesse. Nessun uomo ha una spiritualità di per sé, o una sessualità di per sé, ma sta sotto la legge della spiritualità e della sessualità. Perciò nessuno sfugge a questi demoni. Dovete considerarli demoni, e un compito e pericolo comune, un fardello comune che la vita ha posto sulle vostre spalle. Quindi la vita è per voi anche un compito e un pericolo comune, come lo sono gli dei, e primo fra tutti il terribile Abraxas. L’uomo è debole, perciò la comunione è indispensabile. Se la vostra comunione non è sotto il segno della Madre, allora è sotto il segno del Phallos. Nessuna comunione è sofferenza e malattia. La comunione in ogni cosa è smembramento e dissoluzione. La distinzione porta all’unicità. L’unicità è opposta alla comunione. Ma, data la debolezza dell’uomo a petto degli dei e dei demoni e della loro legge invincibile, la comunione è necessaria. Perciò ci dev’ essere tanta comunione quanta è necessaria, non a causa dell’uomo ma a causa degli dei. Gli dei vi forzano alla comunione. E quanto più vi forzano, tanto più occorre comunione, più è male. Nella comunione ogni uomo si sottometta agli altri, di modo che la comunione sia mantenuta, perché voi ne avete bisogno. Nell’unicità l’uomo singolo dev’ essere superiore agli altri, di modo che ogni uomo appartenga a se stesso ed eviti la schiavitù.
Nella comunione ci dev’ essere continenza, nell’unicità ci dev’essere prodigalità.
La comunione è la profondità, l’unicità è l’altezza.
La giusta misura nella comunione purifica e preserva.
La giusta misura nell’unicità purifica e aggiunge.
La comunione ci dà il calore.
L’unicità ci dà la luce
Sermone VI
Il demone della sessualità si accosta alla nostra anima come una serpe. E’ per metà anima umana e significa desiderio di pensiero. Il demone della spiritualità scende nella nostra anima come l’uccello bianco. E’ per metà anima umana e significa pensiero di desiderio. La serpe è un’anima terrena, per metà demoniaca, uno spirito, e simile agli spiriti dei morti. Al pari di questi si aggira fra le cose della terra, facendocele temere o facendo sì che eccitino la nostra bramosia. La serpe ha una natura femminile e cerca sempre la compagnia dei morti legati all’incantesimo della terra, quelli che non hanno trovato la via per passare al di là, all’unicità. La serpe è una meretrice e fornica col diavolo e con gli spiriti malvagi, è un tiranno nefasto e uno spirito tormentatore, che sempre seduce alla comunione più malvagia. L’uccello bianco è un’anima semi-celeste dell’uomo. Esso dimora presso la Madre e discende di quando in quando. L’uccello è maschile ed è pensiero effettivo. E’ casto e solitario, messaggero della Madre. Vola alto sulla terra. Ispira unicità. Porta conoscenza dai lontani che vennero prima e sono perfetti. Porta la nostra parola in alto, alla Madre. Questa intercede, ammonisce, ma non ha alcun potere contro gli dei. E’ un vaso del sole. La serpe scende e paralizza con l’astuzia il demone fallico, oppure lo pungola. Porta alla luce i pensieri astutissimi del terrestre, che strisciano per ogni crepa e aderiscono dovunque succhiando con bramosia. La serpe, certo, non lo vuole, eppure deve esserci utile. Essa sfugge alla nostra presa, mostrandoci così la via che con la nostra intelligenza umana non troveremmo. I morti gettarono occhiate sdegnose e dissero: Cessa di parlare di dei e demoni e anime. Al fin fine questo ci era noto da tempo.
Sermone VII
Ma quando la notte scese i morti tornarono ad accostarsi con gesti lamentosi e dissero: C’è una cosa ancora che abbiamo dimenticato di discutere. Parlaci dell’uomo. L’uomo è una porta attraverso la quale, dal mondo esterno degli dei, dei demoni e delle anime, voi passate nel mondo interiore; dal mondo grande al più piccolo. Piccolo è l’uomo, una nullità, voi lo avete già alle spalle e vi trovate una volta ancora nello spazio senza fine, nell’infinità più piccola o più intima. A incommensurabile distanza c’è una singola stella allo zenith. Questa è il Dio singolo di questo singolo uomo, è il suo mondo, il suo pleroma. la sua divinità. In questo mondo l’uomo è Abraxas, che genera o ingoia il suo mondo. Questa stella è Dio e la meta dell’uomo. E’ il suo Dio singolo che lo guida. In lui l’uomo giunge al riposo, verso di lui procede il lungo viaggio dell’anima dopo la morte, in lui brilla come luce tutto ciò che l’uomo riporta dal mondo più grande. Questo è il solo Dio che l’uomo deve pregare. La preghiera accresce la luce della stella, getta un ponte sopra la morte, prepare la vita per il mondo più piccolo, e lenisce i desideri senza speranza del mondo più grande. Quando il mondo più grande si raffredda, la stella risplende. Nulla c’è tra l’uomo e il suo singolo Dio, per quanto l’uomo possa distogliere gli occhi dallo spettacolo fiammeggiante di Abraxas. Qui l’uomo, là il Dio. Qui debolezza e nullità, là potere eternamente creativo. Qui null’altro che tenebra e vapore glaciale, Là il sole e nient’altro che sole. A questo punto i morti si fecero silenziosi e ascesero come il fumo sopra il fuoco del pastore che nella notte custodiva il suo gregge.
Anagramma
NAHTRIHECCUNDE
GAHINNEVERAHTUNIN
ZEHGESSURKLACH
ZUNNUS.
la disobbedienza contro il PADRE è visto come la nascità della coscienza individuale, sia nella Bibblia che nella mitologia greca dove per generazioni il padre mangia i suoi figli, fino a quando la madre riuscirà a nasconderlo e farlo sopravvivere. E solo allora finirà la generazione dei mostri e si istaura l'ordine nel mondo.
sabato 9 luglio 2016
Un passaggio quotato dal Libro Rosso mi ha fatto pensare che non sia scritto da Jung. E un'opera postuma non sia suo, ma una falsificazione, come ce ne sono tante le opere postume.
"Se invece rimani te stesso, come un individuo che appartiene a se stesso e non al Diavolo, allora ti ricorderai della tua umanità. Ti comporterai quindi con la donna non semplicemente da maschio, bensì da essere umano, vale a dire come se appartenessi al suo medesimo sesso. Ti ricorderai del tuo lato femminile. Ti potrà sembrare di essere poco maschio, per così dire sciocco ed effeminato. (...). E' cosa amara per l'uomo più virile, prendersi cura del suo lato femminile, perche gli sembra un segno di debolezza, ridicolo e non bello. Sì ti par di aver perso ogni virtù come se fossi stato umiliato. Lo stesso succede alla donna che accetta il proprio lato maschile. (...) Accogliere il lato femminile porta alla completezza. Lo stesso vale per la donna che accetta il suo lato maschile."
C.G. Jung, Liber Novus, pp. 263, 26)
I miei dubbi erano: non so, non mi convince. Gli uomini sono molto più gentili con le donne di quanto sono gli uni con gli altri. Perché dovrebbero trattarci come si trattano tra di loro?! Non avrei pensato e non penso che Jung vedeva in questo modo sempliciotto femminista il rapporto tra i sessi seconda cosa strana è che per Jung, Mefistotele è il personaggio il più interessante di Faust e considera Faust un cretino perché ala fine si mette sulla parte del bene.. Come può allora dire che: "Se invece rimani te stesso, come un indiviuo che appartiene a se stesso e non al Diavolo" quando è proprio quella cretinata che a 14 anni condannava a Faust?!
Ma cos'è questo Liber Novus?! Questo non è Jung.E' una falsificazione di Jung come spesso succede nelle opere postumi.questo non è Jung. Lui non ha mai publicao cose cosi sempliciotte.
basta metterlo a confronto con ciò che Jung veramente ha pubblicato e ha firmato.
Io ho sentito sto Sonu Shamadasi ((quello che ha scoperto sto libro) a C.G.Jung Istitut a Zurigo, ma neanche allora ho capito perché vuole riscrivere tutta l'opera di Jung, quando Jung stesso ha aprovato l'edizione tedesca ed inglese delle proprie Opere complete. Solo che non sapevo contiene contradizioni cosi evidenti col pensieri del maestro.
Io nelle opere complete di Jung non vedo contradizioni, vedo contradizioni tra quest'opera postuma e la sua opera publicata da lui stesso.
Ma io conosco bene Jung, e questo libro non l'aveva publicato lui, (questo è siccuro) e non riflette i suoi pensieri.
Lucia Turi TeszlerInoltre Jung ha 20 volumi di Opere complete, molto interessanti per chi ama Jung. Ci tiene per forza di occuparsi proprio di un libro postumo "nascosto a tutti, conosciuto solo da un solo alunno (forse)" quindi molto probabilmente un falso (venduto bene) ?
risultati del suo confronto con l'inconscio sono Septem sermones ad mortuos e Waldungen...Quelle sono pubblicate da lui stesso. Anche nel Waldungen descrive il viaggio dell'Eroe ma non scrive cose cosi sempliciotte e superficiali come la citazione di sopra, non è da lui."ed ogni sillaba di quel testo per noi analisti, è totalmente riconducibile a tutta la sua opera omnia" Allora non conoscete bene Jung. Poi la elaboro....anche se parlo con i muri, probabilment esi incontrano interessi più grandi.